Artisti Vari – Zanzibara 10: First Modern, Taarab Vibes from Mombasa & Tanga, 1970-1990 (Buda Musique, 2020)

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Quindici splendidi brani, quasi ottanta minuti di musica: con questa raccolta Buda ci offre lezioni di musica, ma anche di storia e di geografia. Ci porta in Africa orientale e dritti in un ventennio magico sulle sponde dell’Oceano Indiano, come annuncia il sottotitolo dell’album ottimamente curato da Werner Graebner “First Modern: Taarab Vibes from Mombasa & Tanga, 1970-1990”, ennesima perla d’archivio nella collana Zanzibara, giunta al suo decimo episodio. Gli anni Settanta ed Ottanta sono stati un ventennio di cambiamenti per la musica taarab, nata a Zanzibar, ma popolare anche lungo le coste dell’Africa orientale sia in Kenya, sia in Tanzania. Difficilmente un genere musicale è in grado di favorire un incontro fra numero così alto di tradizioni: bantu, persiana, araba, indiana, chiamando in causa territori che vanno dall’Africa settentrionale al Giappone e al sub-continente indiano, passando per il Medio Oriente e per la regione dei grandi laghi. All’inizio degli anni Settanta, Mombasa, l’etichetta discografica Mzuridi e il Mbwana Radio Service (e le audiocassette che ha prodotto e distribuito) divennero il propulsore di un nuovo modo di arrangiare la musica taarab. La sezione d’archi viene sostituita dall’organo elettrico (o da un clarinetto o da un violino amplificati) in gruppi come Matano Juma & Morning Star (“Binti”, “Ragazza”). Altri gruppi mettono al centro della propria musica la tashkota, versione locale della taishōgoto, strumento a corde inventato nel 1912 dal giapponese Gorō Morita a Nagoya (e per questo nota anche come arpa di Nagoya). Come nel caso dell’indiana bulbul tarang, l’arpa si presenta come una specie di macchina da scrivere in cui la nota prodotta dalle corde dipende dalla pressione sulle diverse posizioni offerte dalla tastiera, un modo sintetico per offrirsi i timbri della chitarra elettrica, slide e del sitar in un unico strumento a tre corde. Negli anni Settanta Zuhura Swaleh & Party elettrificano la tashkota e la rendono il cuore di uno stile taarab veloce che dialoga in swahili con i ritmi, le melodie e le danze ngoma. Era ovvio che questo strumento espandesse la sua popolarità e, infatti, anche in questa raccolta la troviamo nei due gruppi in cui è protagonista la cantante Shakila Saidi: i Lucky Star (in “Mapenzi Yamepungua”, “L’amore se n’è andato”), e i Black Star Musical Club (in “Macho Yanacheka”, “Un sorriso negli occhi”) e con loro siamo già in Tanzania, a Tanga insieme a chitarre elettriche e musiche ampiamente ballabili le cui onde cominceranno a trasportare taarab oltre i centri urbani swahili della costa. Il decennio successivo, gli anni Ottanta, sono quelli delle voci di Asha Abdo Malika (“Si Bure Mambo”, “Niente è regalato; “Manahodha”, “Capitani”), e di Mwanahela Salim con i Golden Star’s Musical Club (“Chombo”, “Barca”). Anni d’oro e, al tempo stesso, preludio alle difficoltà economiche e politiche che metteranno in crisi il Kenya, e con lei le produzioni discografiche a Mombasa, nei primi anni Novanta, lasciando a Dar es Salaam la regia in quest’ambito in Africa orientale: il “first modern” fa spazio al “modern taarab” e strizza l’occhio alle sonorità globalizzate che non possono rinunciare a drum machine e sound system. Ma questa raccolta è qui a ricordarci di non sottovalutare il “first modern”, dalla tashkota di Mohamed Kombo con Zuhura & Party (“Moyo Usijizuzue”, “Cuore mio, non essere delusa”) alla fisarmonica di Bakari Salim con gli Zein Musical Party (“Ya Fuadi “, “Di cuore; “Nisaidie Mpenzi”, “Aiutami amore mio”) e con Ali Mkali & STA Mvita (“Mpishi”, “Il cuoco”). Ottimo il lavoro di restauro sonoro: provate ad ascoltare Mwanahela Salim con i Golden Star in questa versione di “Chombo” e confrontatela, in particolare per la parte vocale, con quella inserita in “Zanzibara 10”. 


Alessio Surian

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