Artisti Vari – Urca. Cantautrici e Cantautori (Polosud Records, 2020)

Dodici artisti napoletani si sono dedicati a un progetto musicale composto da dodici canzoni. Ne è nato “Urca. Cantautrici e cantautori”, un album pieno di grazia e coraggio, che riflette una contemporaneità guardata da dentro e da fuori: con sentimento di necessaria partecipazione, con la voglia di agire, con la lotta, la comprensione e la contemplazione. Con una poesia chiara e affabile. Con una lirica leggera, essenziale e sincera: spesso di un fascino impetuoso. Ascoltando l’album sembra di dondolarsi nelle parole migliori e nei modi migliori di cantarle. Quelle due parole che seguono e segnano “Urca” nel titolo non rimandano anche a questo? Non siamo tutti alla ricerca di quelle giuste, per spiegarci e per capire, per capirci e per spiegare? Il repertorio proposto è ricco di riferimenti, ma nessuno di questi è da ricondurre a generi precisi o a definizioni. Ascoltandolo ci si rende conto che è necessario andare oltre. Perché i brani si lasciano attraversare da suggestioni multiformi, da racconti turbinosi, a mezz’aria tra la profondità della scrittura e l’immediatezza di un messaggio pieno, sicuro, inevitabile, innegabile. Abbiamo cercato di comprendere genesi e sviluppo dell’album parlandone con due degli autori, che qui affrontano i tanti temi che lo hanno ispirato e le tante direttrici che lo hanno definito. 

L'album si presenta come una raccolta di brani di autori differenti. Come nasce l'idea e quali sono gli intenti?
Ugo Gangheri - Quando si è pensato a questo progetto d’insieme, si era attorno ad una tavola quadrata in tre (peraltro già da tempo ci dicevamo “vogliamo farlo un progetto tutti assieme?”) e chissà se il livello etilico della serata fece la differenza ma fatto sta che, quella volta si è partiti subito in missione per conto di dio (cit.) nel “reclutare” cantautrici e cantautori che avessero un vissuto anagrafico similare al nostro, perché eravamo convinti che tale condizione potesse fungere da comune denominatore, in quanto collante di una forza ideologica ben precisa, quella di essere rappresentanti di un esercito di visionari nati e vissuti in questa città il cui eterno fervido fermento ci ha forgiato l’anima con le esperienze, i percorsi, ed i suoni dagli anni ‘70 in poi. 
“Noi” siamo quelli che hanno visto crescere attraverso l’uso delle parole in musica (e non solo) certe forme di libertà di espressione, plinti e fondamenta di una cultura che nel corso degli anni ci è sembrata appassire, coprendoci di una fitta nebbia che a tratti oggi ci disorienta, ma non per questo ci siamo fermati… comunichiamo oggi con le nostre canzoni così come ieri i nostri punti di vista. Tutti e dodici insieme per testimoniare la nostra presenza che non è mai stata assenza nel corso degli anni, e con l’intento di far arrivare alle orecchie ed al cuore di un pubblico nuovo i nostri mondi, i nostri modi di raccontare, le nostre canzoni di oggi. 
Massimo Mollo - L’idea nasce da tre amici, cantautori e musicisti, Ugo Gangheri, Marco Francini, Antonio Del Gaudio, che subito la espandono a gente della stessa risma, incanutiti sognatori e sognatrici di musica e parole che negli anni hanno scritto quintali di carta, riuscendo perfino a farla diventare musica… Ma il tratto unificante è la generazione, si voleva e si vuole testimoniare che la generazione degli anni ’70-‘80 è stata quella che più di altre hanno marchiato la poesia nella musica… i cantautori.

Secondo le vostre considerazioni ed esperienze, si può considerare come un lavoro d'insieme oppure come un progetto in cui confluiscono esperienze differenti, anche lontane, ma coordinate da un progetto comune?
Ugo Gangheri - All’inizio (quando la pandemia era solo dietro l’angolo) abbiamo vissuto il momento “d’insieme” più bello che io potessi immaginare e, credo di parlare a nome di tutti, quando una sera ognuno di noi doveva far ascoltare agli altri due canzoni, di modo che se ne scegliesse una per configurare il disco… così, ci siamo ritrovati con emozione a fare da “giudici” tra di noi e ti assicuro che ne venne fuori uno di quei momenti che non si dimenticano facilmente… quell’emozione quella sera è stata la vera partenza. “URCA” è un album dove ognuno dei partecipanti ha mostrato un pezzetto di sé stesso e del suo universo musicale attraverso la propria canzone, chi l’ha scritta apposta e chi l’ha tirata fuori dal cassetto. 
Quindi va da sé che il risultato finale è una summa dove confluiscono dodici paesaggi sonori completamente diversi tra di loro per il linguaggio, la modalità stilistica musicale e poetica; per cui la particolarità che lo rende bello ed intrigante risiede proprio nella sua totale diversità, benché tutti i partecipanti hanno in comune un respiro fatto di provenienza geografica, di un vissuto culturale, storico e sociale e di musica scritta e suonata per quaranta e cinquant’anni. Poi la pandemia ci ha resi orfani di una complicità necessaria, allontanandoci e rendendo un po’ più difficile il lavoro, cancellando la possibilità di incontrarci. E, se a capo di questo piccolo esercito c’era inizialmente una produzione artistica, strada facendo si è dovuto per necessità lavorare con modalità diverse ed è stato un po’ faticoso… meravigliosamente faticoso… siamo dodici personalità diverse esattamente come le nostre canzoni, e ciononostante non abbiamo mai perso di vista l’obiettivo, quello di lasciare una traccia comune alle nuove generazioni che seguono la musica d’autore.
Massimo Mollo - È tutt’e due le cose… abbiamo cominciato a vederci solo per parlare, eravamo già tutti amici o conoscenti, e siamo andati avanti per un po’ tra mangiate e bevute, poi abbiamo fatto un paio di provini a testa e la cosa davvero interessante è che insieme abbiamo scelto i brani di ognuno. Io avevo proposto un altro brano, ma tutti mi hanno convinto a presentare il secondo… il progetto era “La Città”, ma vista in mille maniere, come è Napoli, indefinibile al di là delle convenzioni e soprattutto considerandoci, come affermava la grande Fabrizia Ramondino, di essere napoletani che fanno musica e arte, ma non “musicisti napoletani”, definizione che già ti classifica con un mandolino o una tammorra in mano se non un neomelodico. Volevamo parlare del “mondo” Napoli.

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