Suonatori della Valle del Savena – Che non venisse mai giorno (Nota, 2019)

Le prime ricerche sul ballo tradizionale bolognese risalgono al 1894 ad opera di Gaspare Ungarelli il cui lavoro, in epoca moderna, è stato ripreso da Stefano Cammelli nel 1972 e successivamente da Placida Staro nel 1978. Quest’ultima, all’epoca giovane studente, insieme ad un gruppo di appassionati di Monghidoro, guidato da Vittoria Comellini e Franco Panzacchi, hanno dato vita nel 1982 all’Associazione Culturale “E bene venga maggio” con l’obiettivo far conoscere alle nuove generazioni la cultura orale e la musica tradizionale delle valli bolognesi, ricreando quei momenti aggregazione tipici del territorio come feste e veglie con il coinvolgimento di cantori, suonatori e ballerini. Da quel momento ha preso vita un lungo percorso di ricerca sul campo volto alla riscoperta e ricontestualizzazione di un ampio corpus di danze che affonda le sue radici nel XVI secolo e comprende gighe, ruggeri, manfrine, bergamaschi e salterelli, modelli adattabili alle diverse occasioni e agli stili tipici delle comunità locali e a cui si è aggiunto, nell’ultimo secolo, anche il liscio montanaro. Parallelamente, Placida Staro e l’Associazione “E bene venga maggio” hanno realizzato una capillare opera di divulgazione con l’organizzazione rassegne, concerti, conferenze, corsi e stages, senza contare l’importante opera svolta con le tre storiche formazioni presenti in seno all’associazione I Suonatori della Valle del Savena, La Compagnia del Maggio e I Suonatori d'l'Aqua fredda. Nati negli anni Settanta, i Suonatori della Valle del Savena sono, attualmente, guidati da Placida Staro (violino e voce) e composti da Bruno Zanella (chitarra bolognese), Gabriele Roda (contrabbasso/basso), Domenico Salomoni (batteria), Elisa Lorenzini, Carolina Conventi e Stefano Reyes (violini) e Davide Dobrilla (fisarmonica cromatica). Una line-up che mette insieme tre generazioni di musicisti, formatisi seguendo l’apprendistato tradizionale, e che eseguono il repertorio di balli antichi ad orecchio, insieme al liscio elaborato dalle orchestre più moderne. “La danza dell’Appennino bolognese – spiegano i Suonatori della Valle del Savena - serve per incontrarsi, conoscersi, è espressione di un’arte che vuole la persona protagonista attiva e ‘competente’, è cultura della diversità, della varietà, della differenza”. 
Nel corso degli anni il gruppo ha messo insieme una corposa discografia, aperta dai due volumi di “Musiche e canti popolari dell’Emilia” curati da Stefano Cammelli ed editi da Albatros nel 1974 e proseguita con le diverse pubblicazioni dei materiali di archivio pubblicate della casa editrice friulana Nota e, tra cui vanno menzionate, il doppio album “E’ Qui La Festa? – Musica e Danze In Valle Del Savena” del 2012 e il volume “i Suonatori della Valle del Savena” del 2015, quest’ultimo recentemente ristampato con l’aggiunta di un disco con trenta registrazioni inedite. Parallelamente, è tornato sugli scaffali in una nuova ed arricchita veste editoriale il disco “Che non venisse mai giorno!” dei Suonatori della Valle del Savena, pubblicato originariamente nel 1995 e dedicato al repertorio di balli antichi ovvero il Bal Spécc, Stàcc o Muntanèr. Il termine bal spécc indica una caratteristica di stile, il fatto che questi balli siano "staccati" o secondo una erronea traduzione del dialetto "saltati" e si contrappone al léss (liscio) che, in ogni caso, viene eseguito nelle feste a partire già dal primo dopoguerra. Questi balli sono ampiamente diffusi nelle cinque Valli (Valle Idice, Val di Zena, Val di Sambro, Val di Setta, Valle del Reno e Val di Savena) in cui opera il gruppo e vengono detti anche manfréina. Il disco, inciso il 5 ottobre del 1995 a Bologna, raccoglie ben ventisette brani, il larga parte strumentali, che nel loro insieme catturano in modo molto efficace la varietà di stili coreutici che caratterizza il repertorio delle valli bolognesi. L’ascolto è come immergersi in una festa, abbandonandosi al ballo sperando che non faccia mai giorno e la notte prosegue tra manfròn come l’inziale “Patrioti”, un canto a ballo le cui strofe venivano improvvisate durante le veglie, balli antichi (“Ruggeri”, “Giga”, Lumbardéina e Bergamasch), manfrine figurate (“Cavròn”, “Pizzighino”, “Va per tèra”, “Morettina”, “Spagnulétt”) e i balli pantomimici (“Bal di gòb”, “Déinter e fòra”, “Barabén/Ballo di Mantova”, “Gallètta” e “Vitadora”), non senza lanciar farsi coinvolgere anche da quadriglie, manfrine e manfrine modenesi. Una ristampa preziosa, insomma, arricchita da un corposo libretto, curato da Placida Staro e nel quale trovano posto un focus sull’associazione, un approfondimento sulla storia del gruppo e sugli strumenti utilizzati dalle formazioni, ma soprattutto la dettagliata spiegazione di ogni brano. 


Salvatore Esposito

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