Star Feminine Band – Star Feminine Band (Born Bad, 2020)

Rock, psichedelia, highlife, rumba congolese: dove? A Natitingou, nel Benin settentrionale, nella regione Atakora. Tutto è cominciato nel 2016 con un’iniziativa della radio locale Nanto FM: una serie di laboratori musicali, condotti da un musicista di Natitingou, André Balaguemon, rivolti a ragazze ed ospitati in un’apposita sala prove messa a disposizione dal municipio. Aver studiato musica non era un prerequisito. A loro disposizione batteria, chitarre ed amplificatori, microfoni. Nei primi due anni hanno sviluppato abilità strumentali e relazioni personali che le hanno trasformate in un gruppo musicale – con sette componenti fra gli 8 e i 17 anni - pieno di energia e voglia di raccontarsi al mondo. Ne sono venute fuori canzoni sulle loro lotte quotidiane, su cosa vogliano dire autonomia, uguaglianza, educazione in un contesto che vede ancora praticate mutilazioni genitali femminili e matrimoni forzati. “Nelle canzoni che abbiamo scritto parliamo dei diritti delle donne perché da noi vediamo che la donna viene troppo maltrattata". Se ne è accorta, fra gli altri, la radio francofona Radio Mega Valence 99.2FM che le ha intervistate per il programma Dig Dig Diggers, mettendo poi il podcast a disposizione attraverso ferarock.org come “Découverte de la semaine #47”. Con l’aiuto per le registrazioni di Jeremy Verdier, arriva ora anche il primo album, otto canzoni dove il canto individuale e, soprattutto, collettivo da voce alle loro esperienze e alle loro rivendicazioni in sei lingue: bariba, ditamari, fon, francese, peul, waama. Apre le danze “Peba”, cantata in waama, un appello a prendere seriamente le aspirazioni delle bambine e delle ragazze riguardo all’educazione e a come questa incida sulle loro possibilità di sentirsi indipendenti. È il brano che hanno scelto per lanciare l’album il 13 novembre 2020. Supporte les filles du Star Feminine Band. Già con la successiva “Rew Be” si cambia lingua: questa volta tocca al peul, ode alle donne, invito a perseguire la propria carriera e a realizzarsi in quanto donne: qui l’highlife si sposa con la rumba congolese, ma anche con sonorità rock, aldilà degli steccati di genere e senza alcun timore reverenziale. Ne risulta un ritmo incalzante e coinvolgente, condotto dalle continue chiamate e risposte fra voce solista e coro. Tama, il “tamburo parlante” apre la prima canzone in francese, dedicata alla “Femme Africaine”, con il timbro delle voci soliste che sembra venire direttamente dallo Zecchino d’oro e un incedere rilassato e assertivo al tempo stesso. Il libretto che accompagna il CD offre tre dense pagine che ricostruiscono il ruolo della musica nell’affermazione dei diritti delle donne nel continente africano fin dagli anni ’70. Uno dopo l’altro compaiono i riferimenti all’ottimo lavoro e ai testi di canzoni composte in ambito francofono da Francis Bebey (“La condition masculine”), Ali Baba (“La condition féminine, on ne tape pas la femme”), Sidiki Bakaba (“Femme noir”, con i versi di Léopold Sédar Seghor), Danialou Sagbohan (“Viva, femme africaine”). Fra le cantanti offre una mappa con solo due riferimenti: Angélique Kidjo, a Oumou Sangaré, tralasciando l’Africa meridionale (eccetto un brevissimo accenno a Miriam Makeba), da Stella Chiweshe a Busi Mhlongo, e i numerosi contributi più recenti e molto significativi, da Rokia Traoré a Fatoumata Diawara all’ambito Kel Tamasheq, recentemente sotto i riflettori di France Musique

 
Alessio Surian

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