La Cantiga de la Serena – La Fortuna (Dodicilune Fonosfere/I.R.D., 2019)

La Cantiga de la Serena è un supertrio nato nel 2008 dall’incontro tra la fiatista Giorgia Santoro (flauto, flauto basso, bansuri, xiao, cimbali) con i polistrumentisti Fabrizio Piepoli (voce, santur, shruti box, chitarra, tar) e Adolfo La Volpe (oud, cetra corsa,bouzouki irlandese), tre musicisti pugliesi dal diverso background musicale, ma accomunati dal desiderio di recuperare e rielaborare le musiche del bacino del Mediterraneo, ripercorrendo le rotte che univano Occidente ed Oriente favorendo incontri ed interscambi culturali. Animati da una tensione costante verso la ricerca sulla musica tradizionale del Mare Nostrum, i tre musicisti hanno raccolto un ampio repertorio di danze medioevali, canti devozionali e di pellegrinaggio, antiche cantighe, coplas e romanze sefardite, arrangiati in una raffinata chiave moderna in cui la cura dei timbri, caratterizzata dall’uso di molteplici strumenti tradizionali, si accompagna alla ricercatezza delle soluzioni sonore. A coronamento di questo percorso, nel 2016, La Cantiga de La Serena ha dato alle stampe la sua opera prima “La Serena” che, richiamandosi al canto della sirena, proponeva un intrigante viaggio nella musica ebraico-sefardita che nel corso della storia ha accolto molteplici influenze da quelle celtiche dalla Galizia a quelle del Nord Africa, passando per l’improvvisazione di maqam islamici e i tempi dispari della musica balcanica. A distanza di tre anni, li ritroviamo con “La Fortuna”, album che, a differenza del precedente, propone un itinerario sonoro composto da nove brani, nove ideali tappe in cui si percorre la Puglia dal Gargano al Salento alla riscoperta di perle rare della sua tradizione nel dialogo con i suoni di terre solo in apparenza lontane come la Provenza, la Spagna e l’Irlanda. Durante l’ascolto, a colpire è l’eleganza con cui il trio affronta ogni brano, esaltando gli incroci melodici tra tradizioni differenti facendo emergere inaspettati punti di contatto. Ad aprire il disco è “Aman Minush” un brano tradizionale sefardita che nel finale sfocia in una versione rallentata e densa di poesia della “Pizzica degli Ucci”, a cui segue la dolcissima ninna nanna grika “Nia Nia Nia”, interpretata con grande trasporto da Fabrizio Piepoli e che, guidata dal flauto di Giorgia Santoro, sfocia nel finale in un’aria di Turlough O’Carolan, arpista e compositore irlandese vissuto nel Settecento. Si resta ancora in Salento con il nostalgico canto d’amore “La Fortuna” il cui strumentale è tratto dal canto sefardita “A tan alta va la luna” ma a seguire arriva un altro mash-up in cui il tradizionale bulgaro “Gankino Horo” è incrociato con il canto sefardita “Yedi Kule”. Uno dei vertici del disco arriva con la superba versione della tarantella del Gargano “Pi ‘ma ‘sta donni” di Andrea Sacco in cui il flauto di Giorgia Santoro guida la linea melodica fino al finale strumentale tratto da “The Clergy’s Lamentation” di O’Carolan. Se “Rossinhol” del trovatore alverniate Peire d'Alvernhe vede dialogare le corde di Adolfo Volpe e il flauto di Giorgia Santoro, la successiva “Tono Hypodorico” è una tarantella strumentale napoletana, tratta dal “Magnes Sive De Arte Magnetica” del filosofo ed alchimista tedesco Athanasius Kircher, il cui arrangiamento è ispirato alle ricerche di Giorgio Di Lecce. La magnifica resa de “La Pizzica di San Vito” con Fabrizio Piepoli al santur ci conduce verso il finale con l’intensa rilettura del tradizionale salentino “Quannu te llai la facce” che chiude un piccolo gioiello, un disco prezioso da ascoltare con grande attenzione. 


Salvatore Esposito

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