Amando Risueño – El canto del viento (Nuevo Mundo, 2020)

Sono passati oltre cinquant’anni da quando Atahualpa Yupanqui pubblicò il libro “El canto del viento”. Al maggior protagonista del folk argentino Amando Risueño dedica ora un intero album che prende a prestito il titolo proprio da quel testo: “Sulle pianure, le foreste e le montagne corre un vento infinito e generoso. In una tasca invisibile raccoglie i suoni, le parole e i rumori della nostra terra. Il grido, il canto, il fischiettio, la preghiera, tutta la verità cantata o pianta dalle persone, le colline o gli uccelli si fermano nella tasca stregata del vento”. Otto anni fa, Vinicio Capossela, in compagnia dei baglama e dei bouzouki di “Rebetiko Gymnastas”, propose “Abbandonato” che, liberamente, rimandava a un gioco di specchi con “Los ejes de mi carreta”. Quel brano, con i versi dell’uruguagio Romildo Risso e la musica di milonga composta da Atahualpa Yupanqui, era divenuto un classico proprio nell’interpretazione dello stesso Atahualpa Yupanqui e poi nelle versioni di artisti come Facundo Cabral, Alberto Cortez, Anibal Troilo e Edmundo Rivero, dell’Orchesta di Francisco Canaro con Alberto Arenas e Enrique Lucero, Chavela Vargas. Viaggiando regolarmente fra Argentina e Italia, mi sono accorto che, se a Buenos Aires Capossela suscita interesse (anche se non per questo brano), di Atahualpa Yupanqui, da questa parte dell’Atlantico, sembra essersi smarrita la memoria, con buona pace del gioco di specchi. Ben venga, allora, il nuovo album del chitarrista e cantante argentino Amando Risueño. Nato a Buenos Aires nel 1969, ha studiato chitarra classica ed ha approfondito il linguaggio del tango, prima di trasferirsi in Francia nel 2011, senza perdere di vista il rapporto con i repertori popolari del Cono Sur. Se il suo primo disco (“Tangos de mi Flor”, 2013) rimane legato esclusivamente al tango, con “Campo abierto” (2018) le musiche di Buenos Aires incontrano quelle del resto del paese, dalla zamba alla vidala. “Los ejes de mi carreta” arriva a metà del nuovo album, perfettamente scolpita nella complementarietà di voce e chitarra, cifra chiave della poetica di Atahualpa Yupanqui che aveva fatto della sei corde il suo strumento principale e cui aveva dedicato il suo quarto libro, nel 1960. Per impedirgli di suonarla, una volta arrestato nel 1947, le milizie peroniste gli avevano schiacciato la mano destra sotto una macchina da scrivere, rompendogli il dito indice: un danno che condizionò il suo modo di suonare per tutta la vita, ma che non arrestò la sua attività musicale. Le milizie avevano sbagliato mano: Atahualpa Yupanqui arpeggiava sulle corde con la sinistra. Del vasto repertorio di Atahualpa Yupanqui, con perizia e sensibilità, Amando Risueño offre una selezione di alcuni dei brani migliori per chitarra, brillante protagonista di “Vidala religiosa”, “Campo abierto”, “La humilde”, o per chitarra e voce, come “Viene clareando”, “El arriero va”, zamba di cui vengono offerte due belle versioni. Peccato che nel ricordare gli autori delle musiche - Hermanos Díaz, Gilardo Gilardi, Fernando Sór - Amando Risueño menzioni Pablo del Cerro. Sarebbe ora di scrivere Nenette Pepín (Antonietta Paule Pepin Fitzpatrick), pianista e, dal 1942, compagna, e poi seconda moglie, di Atahualpa Yupanqui, compositrice di decine di canzoni cantate dal marito. Qui sono incluse il magnifico brano d’apertura “La nadita”, il classico “El alazán” (con il cavallo sauro protagonista anche di un bel video disegnato da Simon Linsolas), “Agua escondida”: il libretto riporta come compositore Pablo del Cerro, ma quello era un nome d’arte scelto da Nenette per non subire i torti di una società machista. Oggi non ha senso riprodurlo, così come omettere il suo nome da altri arrangiamenti classici, come “Luna tucumana”. Non a caso, a Nenette Pepín la compagnia teatrale Cooperativa de Obra ha dedicato recentemente lo spettacolo “Una mujer llamada Pablo” che ne ripercorre il prezioso lavoro di compositrice. 


Alessio Surian

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