SHIRAN شيران – Glsah Sanaanea with Shiran جلسه صنعانيه مع شيران (Btov Records, 2020)

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Il ritorno al patrimonio culturale storicamente ancorato alla genealogia degli artisti è un tema ricorrente in molta discografia mediorientale e centrasiatica degli ultimi anni. Israele non ne è escluso, anzi, spicca tra gli stati più floridamente coinvolti in questo processo vista la storia diasporica del popolo ebraico. Il secondo disco di SHIRAN si pone in questo contesto di riscoperta ed inseguimento di un’autenticità ricostruita attraverso le memorie delle generazioni precedenti. I suoi genitori hanno infatti origini irachene e yemenite, due dei gruppi di ebrei mizrahì (ovvero gli ebrei “orientali”, provenienti da terre musulmane) che hanno maggiormente contribuito al panorama musicale israeliano. Negli anni ‘80 erano stati proprio gli ebrei yemeniti a dominare il genere musicale ibrido e contro-culturale della “musiqa mizrahit”, nato dalla diffusione su cassetta di concerti matrimoniali yemeniti. Zoar Argov aveva ai tempi dominato la scena, diventando l’icona mistificata del genere musicale. La potenza musicale yemenita si è evoluta negli anni con le nuove tecnologie musicali, portandoci piccoli capolavori come “Bayti Fi Rasi” delle A-Wa, rilasciato l’anno scorso. Gli ebrei iracheni erano invece i custodi del “maqamat” iracheno, i cui massimi rappresentanti erano i fratelli Saleh e Daoud Al-Kuwaiti, la cui musica risuona negli arrangiamenti e sample di “El Hajar” rilasciato dal nipote Dudu Tassa. Il disco di SHIRAN contribuisce, si colloca e nasce da questo stesso processo di esplorazione della memoria, di appropriata appropriazione di un sound che le risuona nel sangue. Mentre il lavoro precedente proponeva uno stile misto e moderno, “Glsah Sanaanea with Shiran” si riallaccia al passato anche sotto il profilo sonico, proponendo arrangiamenti acustici con strumenti tradizionali. L’’ūd è il grande dominatore strumentale a cui vengono affidate le introduzioni e gli intrecci melodici con la voce. 
Tra gli altri strumenti troviamo il qanun e il kawala, accompagnati da svariate percussioni. Tra queste spiccano le mani, tipicamente usate con fini percussivi nella musica folk yemenita. Ed è proprio nella sezione ritmica che risiede il potere comunicativo del disco: ritmi lenti e quasi trascinati contrapposti alla pulsazione cadenzata degli altri strumenti tradiscono un senso di ricerca ed irrequietezza, di localizzazione di un senso di appartenenza drammatico ed emotivo, di negoziazione del proprio io identitario, culturale ed etnico. Ma l’espressività è custodita dalla voce e dall’oud, nei loro intrecci melismatici e nella finezza degli ornamenti. Questa contrapposizione di intenti pervade brani come “Ma Al Sabab”, che apre il disco con un taqsim (improvvisazione strumentale) di ’ūd che anticipa l’ingresso del beat lento e della melodia. L’alienazione ritmica è ulteriormente rafforzata dalla risposta eterofonica del coro maschile alla voce di Shiran. Un’atmosfera simile pervade anche brani come “Maskin Ya Nas” e “Khatar Ghouson Al Qana” dove spiccano momenti solistici per i fiati e gli archi. L’intreccio poliritmico di “Ya Mousafer” è particolarmente interessante, così come il botta e risposta tra la voce e l’ensemble strumentale nelle strofe. Degna di nota è anche la collaborazione con la band El Khat in “Qal Al Mouana”, in cui si percepisce un chiaro cambiamento stilistico seppur rimanendo ambito acustico. Una pulsazione più regolare accompagna coerentemente la melodia dell’’ūd e della voce mentre i riverberi delle percussioni ne arricchiscono lo sfondo. Fantastico anche l’arrangiamento di “Ya Banat Al Yemen”, canzone matrimoniale yementia trainata, in questa versione, dalle voci. Nel disco precedente è proposta una versione live che mostra il radicale mutamento stilistico dell’artista, che abbandona sintetizzatori e sezione ritmica Occidentale per un più intimo contatto con la sua tradizione. Non che la contaminazione sia sbagliata, anzi il suo album di debutto è fantastico, ma dimostra la proprietà creativa dell’artista nonostante la sua giovane carriera discografica. “Glsah Sanaanea with Shiran” è un disco espressivo, curato e piacevole, il cui valore musicale è solo superato dalla sua risonanza semantica col passato di cui riesuma l’intenzione di raggruppare, condividere e celebrare. Il disco potrebbe suonare ripetitivo e poco sviluppato orizzontalmente ad un orecchio europeo, poco abituato all’estetica del Levante. Questa musica va apprezzata nella sua minuzia melodica e nella ricchezza espressiva delle piccole variazioni, un esercizio per molti di noi, tanto abituati a variazioni più o meno radicali inscatolate in sezioni presentate in successione. Se capito nel suo contesto, tuttavia, “Glsah Sanaanea with Shiran” rivela l’accortezza e l’eloquenza di SHIRAN, di cui seguiremo la carriera con moltissima attenzione. 


Edoardo Marcarini

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