Con Shajarian

M’ha detto qualcuno: «È morto il saggio Sanâ’î»: / Ma non è cosa da nulla la morte d’un tale sapiente! / Non era paglia lui, che potesse volare col vento, / non era acqua lui, che potesse il freddo gelarla! / Non era un pettine lui, che potesse spezzarlo un capello, / non era grano lui, che potesse sformarlo la terra! / Era un tesoro d’oro lui, in questa polvere! / Non calcolava un grano d’orzo né questo mondo né l’altro. / E nella terra ha gettato la sua forma di terra, / e lo spirito suo e la sapienza ha portato nei cieli. (…)
Così cantava il poeta di lingua persiana Mowlâna Jalâl ud-Dîn Rûmî (XIII), riferendosi ad un altro poeta venuto prima di lui, Hakim Sanâ’î (XII), in versi ben noti a Shajarian che suonano oggi come il commento più adeguato alla notizia della sua partenza, purtroppo prevista da tempo, avvenuta l’8 ottobre scorso. Muhammad Reza Shajarian, cantore, strumentista, miniaturista, inventore di strumenti musicali, punto di riferimento indiscusso e indiscutibile della sua generazione, se ne va ma allo stesso tempo rimane e rimarrà con gli amanti della musica, della poesia e della cultura persiana grazie alle sue moltissime registrazioni, sempre toccanti e ispirate. Vorrei sostare qui insieme a lui su questa ispirazione che si fa strada attraverso la sua dizione e la sua intonazione impeccabili, attraverso la padronanza del tahrîr e di altre tecniche vocali, in un’estensione prodigiosa di circa tre ottave: nella poesia persiana il termine tradizionale che designa un cantore/musicista è motreb, ossia “colui che ha il tarâb”, quel particolare stato estatico che egli/ella sa condividere con gli ascoltatori generando uno hâl, uno “stato”. Nella fase di apprendistato dei cantanti, questo dono viene coltivato mediante la frequentazione della poesia classica persiana e dei testi della spiritualità islamica: così è stato per Shajarian o per l’azero Alim Gasimov, per il pakistano Nusrat Fateh Ali Khan come per il tagiko Jurabek Nabiev; 
così è stato raccomandato ancora di recente da un maestro vivente del radîf persiano al giovane figlio di un amico musicista che vuole essere cantante. Più in generale, la musica viene considerata gadha-ye rûh, “nutrimento dello spirito”; in questa prospettiva è necessario che il cantore/musicista sappia essere uno strumento intonato, capace di trasmettere questo cibo sottile, tratto che implica la qualità del proprio stesso nutrimento interiore e della propria stessa condotta di vita: difficile rendere le sfumature e i sottili stati interiori della lirica persiana mangiando junk food. Il bambino non vedente protagonista di un film del regista Mohsen Makhmalbaf intitolato Sokut (“Il Silenzio”) distingue la qualità del suono di un’ape da quello di una mosca in base al loro rispettivo nutrimento: l’ape si posa sui fiori, ronza sonora e distilla miele; la mosca si posa su altri materiali e ronza sordamente. Svolgendo questa immagine, la frequentazione della poesia e dei testi spirituali nutre lo spirito del cantore come fa il polline dei fiori per un’ape. Inutile, forse, dire che nell’estetica della musica d’arte persiana un cantante non comunica all’ascoltatore ansie, rabbie, negatività e fanghiglie varie come accade altrove. No. Un cantante tradizionale eleva l’animo di chi ascolta, lo porta con sé in un'altra dimensione, luminosa, condivide con lui il suo stesso nutrimento: lo stato interiore (hâl) di Shajarian, ispirato e bruciante, è una guida sicura per tutti i cercatori a venire e, insieme, la pura espressione di una tradizione che dall’antichità arriva sino al momento presente, senza tempo, inebriandoci. 

Giovanni De Zorzi

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