Gruppo Folk “Giuseppe Moffa” – Pu Sone e pu ballà. 100 anni di canzoni a Riccia (Associazione Culturale Gruppo Folkloristico “Giuseppe Moffa”, 2020)

Giuseppe “Spedino” Moffa, molisano di Riccia (CB), è una figura di musicista, e cercatore di canzoni del suo territorio che ha appreso a suonare sul campo con i suonatori locali ma che, al contempo, si è formato in Conservatorio. “Spedino” compone canzoni d’autore. nuovi temi per zampogna e partiture per pièce teatrali. Insomma, fa parte di quella generazione di artisti, come Alessandro D’Alessandro o i più giovani fratelli Bottasso e Davide Ambrogio - solo per citarne alcuni - che si riprendono la memoria con slancio creativo per produrre nuove musiche folk o ispirate ai modelli della tradizione orale. Del 2010 è il suo esordio “Non investo in beni immobili”, seguito dall’avventura discografica con la Zampognorchestra e con il secondo lavoro a suo nome “Terribilmente Demodé”  del 2015) che lo ha portato quasi in vetta alle Targhe Tenco. In mezzo le tante collaborazioni e la composizione per produzioni teatrali, trovando il tempo anche per la scrittura del volume sulla musica a Riccia con il ricercatore compaesano Antonio Fanelli (“Acque e jerve in comune. Il paesaggio sonoro della Leggera contadina di Riccia”, Nota 2011). Dall’impresa di ricollocare la Novena natalizia in forma di “rito consueto” del presente per la comunità riccese, adesso Spedino, circondato da altrettanto eclettici compari, con “Pu Sone e Pu Ballà” si è preso la briga di ridare nuova veste ai “canti dialettali” del gruppo folkloristico Giuseppe Moffa, intitolato al compositore suo omonimo vissuto tra XIX e XX secolo, ed altri brani del canzoniere dialettale d’autore, per confezionare un disco che Antonio Fanelli, nella presentazione, definisce “quasi impensabile fino a poco tempo”, perché riprende un repertorio ascrivibile al “canone folkloristico”. Un secolo di storia locale è rimessa in circolo dal maestro-orchestratore “Spedino”, assecondando una pluralità di stili e di voci. Un album di liriche e note schiette, riproposte con verve e gusto, rappresentato da una copertina ritraente un’opera pittorica volutamente naif che illustra scene di ballo popolare. 
Oltre ai fidi collaboratori di Spedino: Primiano di Biase (pianoforte e tastiere), Stefano Napoli (contrabbasso, basso elettrico) e Simone Taloni (percussioni), ci sono, tra gli altri, i musicisti e coristi dello storico “Gruppo Folk di Riccia”, i mandolini di Ripalimosani (altra fonte di storiche prelibatezze musicali molisane), i maitunate di Gambatesa, 3TTnika, Corroband, Cantine Riunite e una voce, courtesy del Circolo della Zampogna di Scapoli. Di come sono andate le cose, ci parla il maestro-concertatore riccese.  
 
Chi era il tuo omonimo Giuseppe Moffa?
Giuseppe Moffa è vissuto tra Ottocento e Novecento, era un esponente di spicco della borghesia terriera e della politica locale (sindaco di Riccia e consigliere provinciale). Moffa ha composto numerosi brani dialettali divenuti la base per la creazione nel 1972 del gruppo folkloristico riccese che assunse questa denominazione in suo ricordo. 
 
Che origine ha il suo repertorio sul piano stilistico e lirico?
Si era profuso negli anni Venti del Novecento nella creazione di canzoni in dialetto molisano nel clima della “Piedigrotta molisana” e pertanto i brani del suo canzoniere spiccano per le chiare influenze napoletane. 
 
Come mai hai deciso di colmare una certa la tua distanza dal materiale dialettale che - come scrive Antonio Fanelli - era riconducibile a quel “canone folkloristico” popolaresco a lungo abiurato da chi si occupa di tradizione orale?
C’è da dire che questa distanza più che altro è stata ridimensionata. Io sono nato e cresciuto nel Gruppo Folkloristico del mio paese grazie a mio padre che è stato uno dei soci fondatori. 
Abbiamo intrapreso poi con Antonio Fanelli il lavoro di ricerca sul repertorio di tradizione orale e scoprendo questo mondo a casa nostra, nelle nostre famiglie, Ne abbiamo fatto la nostra bandiera. Il canone folkloristico (forse non a buon diritto) è abiurato da chi si occupa di tradizione orale, certo, ma gli stessi contadini che abbiamo intervistato ci hanno fatto notare una distanza identitaria netta con il repertorio folkloristico. Basti pensare che, intervistando Michele Ciocca (contadino, classe 1921), alla domanda: “Ma voi cantavate "A Ricce è balle assaie?” (Canzone inno di Riccia scritta da Moffa e presente nel nostro disco) Zio Michele ha risposto “No, quelle evene i canzune di pacchiane”. Quindi ci troviamo di fronte a una distanza che c'è, non solo tra chi se ne occupa ma tra le persone: in paese non hanno mai cantato le canzoni dei “cafoni” e in campagna non hanno mai cantato le canzoni dei cittadini. Quindi il merito non va tanto a me ma alla lungimiranza del Gruppo Folk e in particolare al suo attuale presidente Antonello Virgilio che mi ha commissionato questo lavoro che spero rompa definitivamente queste distanze, ma non solo nel mio paese.
 
Riccia è una piccola cittadina, eppure dalle ricerche che hai documentato (anche in sodalizio con Antonio Fanelli) presenta un paesaggio sonoro variegato…
Si, Riccia è un paese che ha toccato i diecimila abitanti in passato (attualmente 5000), è uno dei paesi più grandi del Molise, è stato, ed è, ricco di musica: a parte il vasto repertorio tradizionale documentato con Antonio, Riccia si distingue per una grande presenza dei cantastorie, provenienti sia dal mondo contadino che urbano. Nell’Ottocento c'erano due bande e una di queste è restata in vita fino agli anni Sessanta del secolo scorso. Erano bande per lo più composte da artigiani musicanti che si dividevano anche in gruppi più piccoli per le novene di Natale, il carnevale, le serenate e le “maitenate” di capodanno. C’è stata una grande produzione musicale da parte dei poeti dialettali (le canzoni del disco ne sono una piccolissima parte). Attualmente a Riccia c’è il Gruppo Folk, una scuola di musica comunale, due band folk/rock che si esibiscono in tutto il Molise, altre tre o quattro band giovanili, un gruppo che maggiormente si occupa della direzione artistica di un festival canoro per i bambini che dura da decenni, abbiamo avuto un gruppo punk tutto femminile e poi giovani suonatori di organetto, voci tenorili o cantastorie improvvisati che spesso capita di ascoltare nei bar, durante i matrimoni o nelle feste di paese.
  
La tua è un’operazione che si inscrive in un processo di patrimonializzazione che anima anche altri tuoi intervenenti come quello sulla novena natalizia?
Quest’operazione sicuramente si. Per la novena natalizia il problema della patrimonializzazione non si pone proprio in realtà, in quanto non è una rievocazione in forma spettacolare di un rito di altri tempi, una ri-funzionalizzazione di qualcosa di tramontato, bensì è un rito che non si è mai fermato. Io e il mio “socio”, Christian Panichella, abbiamo preso soltanto il testimone dagli anziani zampognari che non ce la facevano più fisicamente e abbiamo continuato.
 
Nel canzoniere riccese proposto, non c’è solo il materiale di Giuseppe Moffa ma sono ripresi anche altri autori: ce ne parli?
Infatti, la produzione poetica e musicale di Moffa non rappresenta un caso isolato perché a Riccia, come dicevo, esiste una tradizione di scrittura in versi nel dialetto locale che vanta poeti come Michele Cima, il modello poetico dei nostri scrittori e poeti dialettali e Giovanni Barrea, noti e apprezzati anche nel panorama della critica letteraria. Sono entrambi legati al mondo della scuola e anche gli altri autori omaggiati in questo disco sono rappresentanti di questa categoria professionale e intellettuale: Pierino Mignogna, uomo di scuola e collaboratore di Eugenio Cirese nella raccolta dei canti popolari del Molise nei primi anni Cinquanta; Giuseppe Virgilio, professore di musica alle scuole medie con alle spalle una lunga e avvincente carriera di clarinettista nelle grandi bande sinfoniche del Centro-sud Italia. Un mondo poetico ispirato e trascinato dagli insegnanti e dalla scuola che viene tramandato da decenni dal gruppo folk locale.
 
Hai mai avuto dubbi estetico-musicali mentre conducevi l’operazione o è stata anche una sfida con te stesso?
A differenza della musica di tradizione orale che è stata riproposta nei più disparati modi, da Roberto De Simone fino ai giorni nostri, il repertorio “folkloristico” o “popolaresco”, che dir si voglia, se non quello più noto come il liscio o la canzone romana o napoletana (mi viene di pensare all’Orchestra Italiana di Arbore) non era mai stato “toccato” (almeno in Molise ma credo anche altrove) perché era come di proprietà dei gruppi folkloristici e legato ai loro canoni. Quindi all’inizio ho avuto non pochi dubbi su come condurre l’operazione, su quale veste dargli, poi mi sono lasciato alle spalle qualsiasi preconcetto e mi sono concentrato soltanto su come rendere al meglio esteticamente il lavoro. A disco pubblicato sono soddisfatto, qualche dubbio spunta di nuovo e probabilmente oggi non lo rifarei esattamente così ma credo sia normale o per quanto mi riguarda è una consuetudine, mi succede sempre.
 
Ti sei mosso con lo spirito del maestro-concertatore: hai scelto prima i musicisti o hai prima concepito l’idea di orchestrazione?
In alcuni casi ho individuato da subito sia l’orchestrazione che l’esecutore, in altri si è trattato di un lavoro in divenire. Ho dovuto fare i conti con le risorse che avevo a disposizione, le tante belle e diverse voci e le band. Hanno collaborato a questo disco circa cinquanta persone tra cantanti e musicisti e l’obiettivo è stato anche quello di fare esprimere al meglio le loro potenzialità, spesso anche nascoste considerando che si tratta di elettricisti, fabbri, autisti, commercianti, cuochi, infermieri, tecnici informatici ecc.
 
C’è una pluralità di stili nel lavoro…
Amo la musica nei suoi più disparati modi di presentarsi e qualsiasi genere trova un posto particolare nella mia percezione sensoriale. Poi la musica è strana: in ogni melodia si cela qualche nota o accordo che mi porta geograficamente altrove e io cerco di assecondare questa sensazione e di dargli una forma. In un brano del disco, per esempio, confluiscono dixieland, mariachi, melodie molisane e una voce che ricorda il modo di cantare di Claudio Villa, ma è la canzone stessa, prima di arrangiarla, che mi ha trasportato in questi luoghi. Poi come dicevo prima mi sono impegnato a rispettare le caratteristiche di tutti gli esecutori e soprattutto delle canzoni, ho cercato di non cambiarne l’anima.
 
La scoperta più sorprendente nel mettere mano a questi materiali?
La sorprendente bellezza delle canzoni stesse. Innanzitutto c’è da dire che questi brani venivano cantati per lo più in forma corale. Togliere quella patina corale che ha contraddistinto questo repertorio per decenni ha fatto fiorire tutta le loro bellezza. Conoscevo le voci dei miei conterranei e amici esecutori ma metterli davanti a un microfono e sentirli tutti insieme in un disco è in qualche modo una nuova entusiasmante scoperta, come la scoperta di altri giovani, seppur dilettanti, cantanti e talentuosi strumentisti a casa mia.
 
Hai feed-back su come la comunità riccese (o più ampia molisana) ha accolto il progetto?
Il disco pare sia stato bene accolto, avendone venduto cinquecento copie in pochi giorni e ho visto un grande entusiasmo e tanta gratitudine intorno a me però, come era prevedibile, delle posizioni contrastanti ci sono state, anche all’interno del Gruppo Folk stesso, per mia fortuna non sul mio lavoro ma sull’operazione in generale. È sempre la stessa storia: c’è chi vede nell’autenticità e nell’identità delle cose il “così è sempre stato e sempre sarà” e chi non necessariamente. Alcuni hanno paura che operazioni del genere decretino la fine dei gruppi folkloristici; io credo che sia l’unico modo per farli vivere ancora. Mi auguro che questo lavoro possa diventare un modello e che un domani prossimo potremmo vedere i ballerini dei gruppi folkloristici ballare tarantelle accompagnati da organetti, bufù e chitarre elettriche.
 
In cosa è affaccendato ancora Spedino Moffa sul piano progettuale?
Credo che per ora il progetto più importante sia la prossima pubblicazione di un metodo accademico per zampogna che ho realizzato maggiormente nel periodo di lockdown. Questo metodo vuole raccogliere, fissare e formalizzare per la prima volta le esperienze fatte da me e dai miei colleghi da circa trent’anni a questa parte, maggiormente in Molise, auspicando di porsi come riferimento per una nuova e inedita didattica dello strumento. Il metodo aspira ad essere volano fondamentale per un’ulteriore divulgazione della “cultura zampognara” verso nuove destinazioni. Un ambizioso obiettivo è quello di far sì che la zampogna entri nel mondo accademico come lo sono da secoli le cornamuse di altri paesi come la Spagna, l’Irlanda e la Scozia. Per il 2021 dovrebbe uscire il prossimo disco e sono in atto delle interessantissime collaborazioni che per adesso non mi sento ancora di svelare, perché iniziate da pochissimo.

 
Gruppo Folk “Giuseppe Moffa” – Pu Sone e pu ballà. 100 anni di canzoni a Riccia (Associazione Culturale Gruppo Folkloristico “Giuseppe Moffa”, 2020)
Il senso di “Pu Sone e pu ballà” è di riprendersi la memoria riportando in circolo canzoni appartenenti alla ricca produzione poetica e musicale novecentesca della cittadina del Fortore, affrancandole dai codici del folklorismo, con gusto, ironia e sfrontatezza, ma seguendo composte procedure musicali. Il cimento e l’ardimento non potevano che toccare all’”enfant du pays” Giuseppe “Spedino” Moffa, qui in veste non solo di polistrumentista (voce, chitarre, tastiere, fisarmonica, bufù) ma di maestro-concertatore e arrangiatore, che ha scelto con attenzione la composita combriccola di musicisti, attingendo anche alla forte vocazione musicale della regione, per portare a compimento un progetto che, abbandonando necessariamente il recinto di genere, intende trasmettere alle nuove generazioni, “assumendosi una responsabilità individuale e collettiva”. Chi è musicista con studi profondi e ha la mente aperta sa che una melodia, una successione di note o di accordi può richiamare altre sponde sonore da lambire ed esplorare. Cosicché le undici canzoni, che a loro volta attingevano nei suoni a modelli locali e nazionali ma non solo, perdono la loro velatura (o forzatura?) corale per mostrarsi nella loro essenza musicale più viva e interessante. E si diffondono - speriamo - con una nuova fisionomia sonora: l’ascoltatore deve attendersi sorprese ad ogni brano. Lampi rock e squarci “celtici” si impadroniscono del tempo di polca di “Premavère”. “Ncoppe U Cummente” alterna animo danzante e innesti jazz latini. I versi di Mario Amorosa e la musica di Giuseppe Virgilio di “A Béfana du ‘54” trovano le voci di Carmen Manocchio e Giulio Notartomaso. Dal Fortore al Rio Grande e al Mississippi è un attimo, ascoltando “Serenate Despettose”, resa con portamento vocale à la Claudio Villa da Michele Di Criscio, mentre procede sul filo delle corde pizzicate la serenata “Vulentina, Vulentine” . Entra in voce principale lo stesso Spedino in “Dau Vòsche da Ricce”, lenta ballad in stile piano bar, infarcita di coretti, belle armonizzazioni del piano su un tappeto di tastiera e svolazzi di tromba. La festa si riprende la strada con la baldanzosa “Carnevà, ne Scurt à cchiù”. Invece, blues e umori zydeco si impossessano degli stornelli di “A Prèleve de nunziate”. Improvvisi riff di chitarra elettrica, sinuosi fraseggi di violino (Domenico Mancini) e una corpulenta tuba (Luciano Abiuso) innervano la “Tarantella Recciulane”, cantata dal coro del Gruppo folk di Riccia. “Ncòppe a mòrge de pésche de faie” segue la linea armonica della canzone classica napoletana con il gioco delle parti tra il canto di Antonello Virgilio e l’oboe di Pasqualino Franciosa, sostenuti con rigorosa solidità dai compagni di base di Spedino a percussioni, basso e piano (Talone, Napoli e di Biase). Poi la botta finale arriva con l’elogio corale di “A Ricce”, infarcito di ondate rock-blues. Un laboratorio artistico inedito governato da Spedino Moffa è diventato una raccolta suonata con coinvolgente destrezza, che dà futuro alla cultura musicale urbana riccese.
 
 
Ciro De Rosa

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