La musica tradizionale entra in Conservatorio. Intervista con Riccardo Tesi

Quali sono gli strumenti sui quali ci si può specializzare? Possono essere considerati rappresentativi di tutto il panorama musicale tradizionale del nostro paese?

Al momento sono organetto diatonico con Riccardo Tesi, fisarmonica e bandoneon con Antonio Spaccarotella, chitarra battente con Francesco Loccisano, zampogna e ciaramella con Danilo Gatto, infine, 
lira calabrese, il cui insegnante è in via di definizione. Dall’anno prossimo verranno attivate, per il triennio, anche le cattedre di tamburello e canto popolare che per il momento partono come corsi propedeutici. Gli strumenti etnici sono una famiglia smisurata, quindi rappresentarli tutti sarebbe quasi impossibile! Siamo in Calabria per cui sono privilegiati quelli che sono più rappresentativi di questa area. Ma la cosa sorprendente è che in questa regione suonare uno strumento come l’organetto per esempio è ancora motivo di prestigio sociale per cui ci sono una quantità incredibile di ragazzini che lo praticano ed il livello tecnico è altissimo, una vera manna per un insegnante!
 
Dal tuo punto di vista, quale tipo di didattica va organizzata in relazione a questi strumenti "popolari"?
Qui c’è un’importante considerazione da fare. Il movimento del Folk Revival a partire dalla fine degli anni settanta ha riscoperto gli strumenti popolari e da allora migliaia di giovani hanno cominciato ad impararli ed usarli. Così piano piano accanto alla pratica tradizionale di tradizione orale, legata alla vita di comunità di aree dove la rivoluzione industriale non ha ancora spazzato via la cultura agropastorale, dove ancora i musicisti popolari svolgono il loro ruolo e dove il repertorio musicale e coreutico è ancora in funzione e condiviso (centro-sud Italia e Sardegna ), si è affermata la pratica revivalistica che ha ormai un enorme diffusione. La prima grande differenza tra le due pratiche  è che non si tratta, in questo caso, di musicisti popolari (per estrazione culturale, formazione e funzione), ma di musicisti di cultura urbana che si avvicinano a questi strumenti per passione o per professione. 
Anche l’area di diffusione della pratica revivalistica si differenzia da quella tradizionale diffondendosi nelle grandi città del centro-nord. In questi casi la pedagogia, svolta spesso in situazione di workshops collettivi, si è adeguata e ha integrato la trasmissione orale con la scrittura classica  o l’utilizzo delle tablature. Anche il repertorio è cambiato, integrando quello tradizionale italiano con quello del bal folk europeo per approdare infine alla composizione originale, con importanti innovazioni della tecnica esecutiva ed anche dell’organologia degli strumenti per cui dal due file /otto bassi tradizionale si è passati in alcuni casi a modelli più evoluti (fino al tre file 18 bassi) che permettono più possibilità armonico/melodiche. Da questo momento gli strumenti popolari hanno una nuova “vita” inserendosi nel panorama della  musica contemporanea come strumenti tout-court  e dialogando con jazz, rock, canzone d’autore, ecc. Come Conservatorio riteniamo opportuno avere un piede nel passato ma l’altro nel futuro, per cui lo studio del repertorio tradizionale viene integrato con lo studio del repertorio contemporaneo dello strumento popolare.
 
In che modo la didattica dovrà confrontarsi con la tradizione orale e le tecniche tradizionali di apprendimento delle musiche orali?
Il sistema di trasmissione orale è fondamentale per questo tipo di musica ed è uno strumento eccezionale per sviluppare l’orecchio e la memoria musicale. Proprio per le sue valenze didattiche durante le lezioni utilizzo anche questo sistema. Però dobbiamo ricordarci che il contesto non è quello tradizionale con i suoi meccanismi di trasmissione per cui integriamo la didattica con lo studio della notazione classica , siamo in un conservatorio e stiamo preparando musicisti che opereranno in un contesto in cui la conoscenza della teoria musicale è fondamentale. Nel mio percorso da autodidatta ho imparato l’organetto ad orecchio e, anche se poi ho studiato teoria musicale e armonia al DAMS, sono rimasto un musicista di tradizione
orale.  Spesso, però, mi sono trovato in certe situazioni lavorative dove ho sofferto molto il fatto di non avere una buona lettura . È uno strumento utile quando incontri musicisti di altra estrazione o lavori in contesti diversi dal folk , quindi non voglio che i miei studenti abbiano gli stessi problemi.
 
Sono oramai una realtà stabile le orchestre dei conservatori. Pensi che possano formarsi anche dalle classi dei corsi in questione? E quali potrebbero essere le differenze di approccio alla riproposta delle musiche tradizionali?
Una delle cose che ho proposto immediatamente l’anno scorso al mio arrivo è stata l’organizzazione un corso di musica d’insieme, perché credo che sia un ottimo modo di finalizzare lo studio di uno strumento e anche un’importante occasione per prendere confidenza con il lavoro di musicista in concerto. È nata l’Orchestra popolare del Mediterraneo che è composta, oltre ai musicisti dei corsi di musica tradizionali , anche da allievi dei corsi di jazz e musica classica. I risultati sono stati veramente positivi, abbiamo registrato un concerto per Radio Rai 3 e fatto un paio di concerti veramente entusiasmanti. La lira calabrese e gli organetti dialogano con basso elettrico, piano, batteria, sax, marimba in una musica che travalica le frontiere stilistiche anche se nasce con un piede nella tradizione. Gli studenti hanno sperimentato come si organizzano le prove, come si fa un soundcheck, come si sta sul palco, hanno imparato ad ascoltarsi ed essere in sintonia. Si è creata una bella comunità musicale che promette molto bene e che ha liberato un sacco d’energia.
 
Nelle note di presentazione del progetto si fa riferimento alle musiche tradizionali, ma anche alla world music e alla popular music, aderendo al necessario ampliamento dello sguardo su questo panorama articolato. Credi che lo spazio "formale" generato in seno al Conservatorio possa divenire anche un punto di incontro tra la storia degli studi e le dinamiche contemporanee attuate da tanti artisti che si muovono in questo ambito?
L’atmosfera che si respira al Conservatorio è molto stimolante e creativa. Come dicevo il nostro direttore Filippo Arlia lavora molto per abbattere le frontiere tra generi musicali e questo in ambito accademico non è per niente scontato. Ogni anno in settembre il Conservatorio organizza un festival a Cetraro (in provincia di Cosenza) in una grande struttura proprio sul mare. Si respira musica dalla mattina alla sera. Durante la giornata gli studenti, tutti alloggiati nella stessa struttura , frequentano le master class e la sera ci sono i concerti. Il programma spazia dalla musica classica al jazz, dall’etnica alla lirica, dalla canzone al pop con artisti di primo livello. Quest’anno tanto per fare qualche nome  c’erano il grande fisarmonicista jazz Simone Zanchini con il Quintetto d’archi dell’Orchestra filarmonica della Calabria, Stochelo Rosemberg uno dei miti della chitarra jazz manouche, I siciliani Lello Analfino & Tinturia a cavallo tra folk, reggae e rap, il violinista Dino De Palma, il sassofonista Mario Marzi, il cantautore Mario Venuti oltre all’Orchestra Popolare del Mediterraneo. Quello che succede di fantastico è l’incontro tra gli insegnanti, i musicisti , gli studenti, il pubblico. Ci si incontra a tavola, al bar, ai concerti , si chiacchera, nascono simpatie, nuove connessioni, collaborazioni inedite, si scoprono aspetti della musica che non si conoscono abituati come siamo a vivere ognuno nel proprio orticello. Due anni fa alcuni studenti di organetto per esempio hanno vissuto l’emozione di suonare alcune mie composizioni accompagnati dall’orchestra sinfonica. 
Questo campus è un’esperienza che raccomando a tutti! Si può partecipare anche da esterni . E poi la convivialità dei calabresi è tutta speciale, in venti minuti sono capaci di inventarsi una grigliata di mezzanotte in riva al mare dove si suona, si canta e si balla e per me questi sono momenti indimenticabili e fanno benissimo alla musica.
 
Trovo molto interessante l'attenzione alla composizione, che viene qui considerata come un punto cruciale nel processo di studio e conoscenza del patrimonio storico. Secondo la tua esperienza ci sono ancora oggi differenze di metodo tra chi compone musiche ispirate alle tradizioni popolari e chi compone ispirandosi ad altre tradizioni?
La composizione è un modo di assicurare un futuro roseo a questi strumenti e alla musica! Tolstoj diceva: “Se vuoi essere universale parla del tuo paese”. Io credo che la musica tradizionale offra delle categorie di pensiero, certe curve melodiche, certe pulsazioni ritmiche che sono utilissime per comporre musica nuova. Personalmente. questo è quello che sta alla base del mio modo di comporre. Certo non è l’unica strada, si può comporre ottima musica partendo da qualsiasi cosa. Però credo sia importante avere un’identità forte e una propria originalità. Partire dalla nostra storia e dalle nostre radici aiuta in questo senso, qualunque tipo di musica si decida di fare. Ma questo è il mio pensiero.
 
Per informazioni sui costi e modalità d’iscrizione i riferimenti sono i seguenti: www.conscz.it, segreteria@tchaikovsky.it, oppure per info direttamente 0968 – 923854.
 

Daniele Cestellini

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