TootArd – Migrant Birds (Glitterbeat Records, 2020)

Un impressionante tuffo nel passato dislocato sulle coste orientali del Mediterraneo, “Migrant Birds” ricontestualizza quel disco-funk che profuma di MIDI che negli anni Ottanta ha rivoluzionato le sale da ballo dalla Grecia all’Egitto. Se nell’album precedente, “Laissez Passer”, ad ispirare i Tootard erano stati il reggae e il desert-blues, questo disco si concentra su stili e temi vicini a casa. Il suono si rifà chiaramente alla disco music araba e altri stili ibridi degli Eighties come la “musiqa mizrahit”, mentre le tematiche echeggiano il simbolismo della poesia classica araba, la cui malinconia è la metafora perfetta per raccontare storie di gabbie e migrazioni. I TootArd sono Rami e Hasan Nakhleh, fratelli dalle Alture del Golan, territori siriani ma di fatto occupati da Israele nella guerra dei sei giorni nel 1967. I cittadini non hanno un vero e proprio passaporto e possono spostarsi solo ottenendo dei lasciapassare. Ma la musica spesso riesce a valicare i confini politici in cui sono costrette le persone, e il viaggio di “Migrant Birds” anticipa quello dei fratelli in attesa di cittadinanza svizzera. Il re dell’album è un modello orientale del PSR-62, un vecchio sintetizzatore della Yamaha con quarti di tono che conserva i sapori modali dei maqām arabi. L’attitudine, tuttavia ,è pop: melodie coincise e memorabili, produzione eccellente, beat e synth bass che invitano a saltare sulla pista. Tutti questi elementi li troviamo in “Moonlight”, che in meno di un minuto ci ha già comunicato l’essenza estetica del disco. Melodie ricche di ornamenti, archi MIDI a far da contorno, voce in arabo e una solida sezione ritmica costruiscono questo tributo alle radici, alla dance music di Beirut e Il Cairo. “Emotional Twist” rinforza quest’estetica con tipico simbolismo testuale, dove si chiede al rabab di perforare il cuore assetato d’amore con la propria musica. Con “Open Sesame” il duo ci invita, quasi profeticamente, ad aprire il cuore alla gioia che arriva dopo la sofferenza. Un solido groove disco supporta i botta e risposta, vocale nel ritornello e strumentale nello special. Ma è con “Wanderlust” che si solidificano i temi della migrazione, dell’abbandono di casa e della distanza. Un brano on the road, dove il viaggio è libertà sorretta da una chitarra funk e synth pads. Il potere della metafora sta nella sua poliedricità, in “Babe” la fuga è quella di una donna dal marito insensibile e oppressivo “dolce come un carro armato”. L’oscurità testuale contrasta con l’apparente leggerezza musicale, che facilita la digestione di un testo di immagini forti. Interessantissima la sperimentazione sonora in “Stone Heap of the Wild Cat”, che ci presenza una nuova combinazione di suoni sintetizzati rispetto agli altri brani, supportata da una coerente sezione ritmica. In chiusura, “Remote Love” è uno dei due lenti insieme a “Ya Ghali”. In entrambi i temi sono quelli della distanza e del suo peso sul cuore innamorato, un’altra conseguenza delle migrazioni. I due brani portano grande freschezza in un album che è particolarmente concentrato su uno stile specifico. “Migrant Birds” dà tanto. Al corpo, che non riesce a star fermo di fronte alla forza trascinante della sezione ritmica. Al cuore nostalgico, catapultato in un passato forse meno familiare per l’ascoltatore italiano, ma sufficientemente vicino per riconoscerne il linguaggio musicale. Alla mente, che ascoltando musica all’apparenza leggera si scopre immersa in un universo di immagini simboliche: di stasi e moto, prigionia e libertà, nostalgia e voglia di partire. Un disco che parla di sentimenti forti la cui genesi è in qualche modo politica. Sentimenti che però mutano, migrando oltre i confini semantici delle parole che li esprimono per abbracciare storie simili ma diverse. Un altro eccellente lavoro dai TootArd, che speriamo di poter vedere presto sui palchi internazionali quando la burocrazia gli consentirà, finalmente, di poter volare liberi. 


Edoardo Marcarini

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