Orkesta Mendoza – Curandero (Glitterbeat, 2020)

State cercando il disco per l’estate? Potrebbe essere questo. Spensierato e ballabile quanto basta, ma anche zeppo di idee e intuizione di frontiera. In parte sono lo specchio della personale geografia di Sergio Mendoza (ricordate i Calexico?): nato a Nogales (Arizona, USA) poi cresciuto a Sonora (Messico) e poi di nuovo negli Stati Uniti a pane e rock’n’roll, senza tralasciare boogaloo, cumbia, e ranchera. Questo “Curandero” (guaritore) è il terzo album con l’Orkesta Mendoza, il secondo per la Glitterbeat. «È venuto fuori così velocemente che il risultato è luce. Ci abbiamo lavorato senza fare troppi piani o riflessioni», racconta Mendoza. Insomma, un processo spontaneo e senza intoppi, ma solo da un certo punto in poi. Perché, in realtà, da “¡Vamos A Guarachar!” sono passati quattro anni e già nel 2018 il gruppo aveva provato a lavorare al nuovo disco, ma senza riuscire a dar fuoco alle polveri. Così il settetto ha preferito dedicarsi ai concerti dal vivo e tornare in studio solo ad Agosto 2019. La pausa ha funzionato: «Ci siamo messi a comporre canzoni nuove con un nuovo atteggiamento e senza prenderci troppo sul serio, dando a una buona parte di canzoni un carattere giocoso». E si gioca anche con le lingue: nella terza traccia, “Boogaloo”, si canta in inglese, spagnolo e Spanglish, un chiaro omaggio agli anni Sessanta e a Joe Cuba, capace di shakerare insieme ritmi latini, soul e R&B. Quando vuole, il gruppo sa pescare ancora più indietro nel tempo, come nella settima traccia, “Eres Oficial,” che insegue gli anni Cinquanta con un giro di accordi di chitarra che guarda a Buddy Holly e la batteria in evidenza, potrebbe diventare il vostro tormentone estivo. Il viaggio nel tempo prosegue con due brani “radiofonici” che attingono dai primi anni Ottanta: “Head Above Water” rimanda ai Police, con un rullante in evidenza nel segno di Stewart Copeland, mentre “Little Space” si ispira ai Jam, ma la cornice è quella della cumbia con un ospite vocale d’eccezione, Nick Urata dei Devotchka. Non è l’unico ospite, anzi, come racconta Mendoza: «Avevamo pensato di registrarlo limitandoci ai membri del gruppo, ma ne è venuto fuori un album collaborativo. Durante le registrazioni, continuavano a venirmi in mente vari musicisti per i diversi brani. Joey Burns dei Calexico era il chitarrista e bassista ideale per “No Te Esperaba” dove accogliamo anche, Chetes che viene da un gruppo leggendario del rock messicano, gli Zurdok. Poi c’è la voce magica di Amparo Sánchez che accende ‘Boogaloo Arizona’. Ci conosciamo da una dozzina d’anni e aveva già cantata con noi a Barcellona. Le ho mandato la traccia strumentale completa e lei ha aggiunto la parte vocale». Le ultime due trace viaggiano ancora più indietro nel tempo. “Bora Bora” evoca accenti orchestrali con andamenti da mambo, ispirata da un locale chiamato proprio “Bora Bora” a Nogales, allietato da organo e drum-machine. Chiude “Hoodoo Voodoo Queen”, un tuffo negli anni Quaranta e nelle armonie delle Andrews Sisters - Moira Smilie, Carrie Rodriguez e Gaby Moreno - sostenute da un tappeto percussivo su cui danzano steel guitar e il sassofono di Marco Rosano. L’intero lavoro ha l’incedere sicuro e la compattezza di un bel disco suonato tutti insieme dal vivo. In realtà i musicisti hanno registrato in studio, ciascuno per conto proprio, ma potendo contare, nella maggior parte dei brani, sulle solide basi fornirte da basso (Sean Rogers) e batteria (James Peters): un’ancora rock per musiche che danzano senza remore attraverso le frontier geografiche e temporali. 
 

Alessio Surian

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