Eleonora Bordonaro – Moviti ferma (Finisterre, 2020)

Foto di Roberto Moretti
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Eleonora Bordonaro, a distanza di pochi anni dall’uscita di Cuttuni e lamé, torna con un nuovo album dal titolo simbolico: Moviti ferma. Si tratta evidentemente di un ossimoro, ma è anche – come spiega lei stessa - un singolare scherzo della lingua e del dialetto. In realtà l’espressione siciliana si traduce “Resta ferma”... e in questa apparente contraddizione, in questo gioco della mente, si cela infine il senso profondo di questo nuovo lavoro della cantautrice siciliana, in cui ritroviamo i temi stessi della sua vita artistica: il legame con la voce, il legame con la musica popolare, il legame con la ricerca della tradizione, il legame con il mondo dei cantastorie. Un viaggio molto attento alle tematiche (e anche alle rivendicazioni) femminili, che si realizza pienamente nella potenza del canto e dei suoni. Un lavoro molto lontano dall’idea di distanziamento sociale che ora sembra (ed è malgrado tutto) un bene primario, perché si tratta davvero di un incontro di ispirazioni, collaborazioni, idee condivise. Il dramma che stiamo vivendo ha impedito il nostro incontro reale. Ma, quasi che si trattasse di una profezia, è avvenuto lo stesso... “movendoci ferme”.

Nelle note che accompagnano il tuo nuovo album, si parla di un lavoro “gioiosamente arrabbiato”. In realtà il disco suona e canta gioiosamente energico, senza respiro, come sotto la spinta di un fortissimo vento travolgente. In nessun momento sembri davvero “arrabbiata”. Questa rabbia, se c’è, dove va cercata? In cosa consiste la “rabbia” di Eleonora Bordonaro?
Foto di Stefania Nocca
L’insofferenza di non tenere fede al proprio desiderio. Una sorta di ribellione contro gli ostacoli che si frappongono tra me e il mio desiderio. Ovviamente il desiderio più grande della mia vita è sempre stato ed è cantare, ma ci ho messo tempo per capirlo. Ci ho messo una laurea in giurisprudenza, un lavoro bellissimo ma totalizzante che richiede la massima presenza razionale e emotiva. Insomma, mi arrabbio, quasi sempre con me stessa, ogni volta che cedo alla pigrizia di farmi emotivamente distrarre da cose che non giocano a favore della mia felicità. E felicità per me coincide con desiderio. Inoltre, il disco è stato concepito in un periodo di lavoro intenso e quasi straniante. Un periodo in cui attorno a me e nella società vedevo solo piccoli uomini viziati e spocchiosi, arrivati a posizioni di potere più per solidarietà maschile che per reali meriti, il cui interesse non era verso il lavoro di squadra ma verso l’affermazione di sé. Uomini abituati a uccidere l’ispirazione e la fantasia. Invece avevo bisogno di divertimento e leggerezza incosciente, di lavoro a rischio, in perdita, ma solo se valutato con il metro dell’efficienza ed economicità. E così ho deciso che l’unico atto rivoluzionario era canalizzare le mie energie emotive verso le cose che mi fanno felice. 

Come prima cosa, affrontando i tuoi lavori e i tuoi concerti (il verbo “affrontare” non è casuale), viene in mente la parola “Voce”. Cosa ha significato per Eleonora Bordonaro la scoperta della voce, innanzitutto, e della “sua” voce? E sempre restando in tema, la voce è lo strumento del racconto. Nella tua storia di artista ma anche di operatrice culturale, il racconto riveste un’importanza essenziale. Parliamone.
Da bambina mi veniva così naturale cantare che credevo che tutti potessero cantare. Dividevo il mondo in “quelli che conoscevano le parole delle canzoni” e quindi cantavano, e “quelli che non le conoscevano” e quindi non cantavano. Solo intorno agli 11 anni mi hanno fatto notare di avere una voce interessante. Che il canto fosse timbro, intonazione, ritmo non ci avevo pensato neanche un attimo. Per me era respiro. O naturale conseguenza di una musica sempre diversa che perennemente occupa, ora come allora, una porzione della mia testa. Quello che da adulta penso della voce, e della mia voce, l’ho scritto in “Vuci”, contenuta nel primo album Cuttuni e lamè. Dice “paremu i stissi ju e a me vuci ma si ju mi cunfunnu idda è cchiu sperta di mia”, cioè sembriamo uguali io e la mia voce ma, mentre io mi perdo, lei è scaltra. 
Foto di Stefania Nocca
Ed è così: ho sempre pensato di essere più intelligente della mia voce, cioè che la voce fosse solo un attrezzo; invece mi sono accorta che, cantando, ogni sentimento si sublima e mi si chiarisce, perde ogni connotazione negativa e mantiene solo il nocciolo dolce dell’emozione. Cioè “nzoccu parti do cori si netta a ura ca sciuscià da ucca e sulu u bonu arresta”: ciò che parte dal cuore si purifica ogni volta viene cantato e resta solo il buono: do scantu ‘u tremuri (della paura il fremito), do duluri ‘a ducizza (del dolore la dolcezza), da rraggia ‘a valìa (della rabbia la voglia di fare), d’abbannunu ‘a fierizza (dell’abbandono la fierezza).

E dopo la Voce è il momento della lingua. E della Sicilia: terra, radici, sangue, parole e... ?
I concetti di lingua e racconto in me si sovrappongono. Quando ero più giovane cantavo rock, soul, jazz e non spiccicavo una parola durante i concerti, non riuscivo neanche a salutare il pubblico. Cantavo e basta. Da quando ho cominciato a cantare in siciliano, invece, il racconto di quello che sta intorno alla canzone è diventato parte integrante dello spettacolo. È come se la lingua avesse disegnato una trama che devo solo condividere. Canto cose che mi interessano, che mi rappresentano o mi incuriosiscono, cercando di mantenere un’impostazione teatrale e tendenzialmente empatica con il pubblico. Cerco di passare da un racconto personale, intimo, quasi psicanalitico, a curiosità che appartengono ai siciliani, tipo il Gallo Italico.

Che cosa è il Gallo Italico?
Quando ho letto per la prima volta dei versi in Gallo italico mi sono emozionata e stupita. Anche per noi siciliani è una lingua incomprensibile. Si tratta del cosiddetto Lombardo di Sicilia, una lingua composta da parlate in cui dominano caratteristiche, soprattutto fonetiche, tipiche dei dialetti dell’Italia Settentrionale. Al tempo della dominazione Normanna, tra il 1000 e il 1100, arrivarono in Sicilia coloni e soldati provenienti dal Nord Italia, soprattutto dal Piemonte (Monferrato), dalla Liguria, dalla Lombardia, dall’Emilia e dalla Provenza. A San Fratello, sui Nebrodi, in provincia di Messina, e in pochi altri paesi geograficamente isolati, la lingua si è mantenuta intatta e viene utilizzata anche adesso nelle conversazioni interpersonali, pure tra i bambini. 
Foto di Stefania Nocca
Insomma, questa lingua racconta di popoli che hanno convissuto pacificamente, donando ognuno un pezzo della propria storia, contribuendo chi con un aggettivo, chi con un modo di dire, chi con un accento. Dunque, si è formata per contaminazione e mantenuta per isolamento. Mi sembra una storia molto affascinante. In più mi trovo a mio agio a cantare in lingue straniere e il Gallo Italico per me lo è, dunque prima di incidere i brani faccio accurati consulti e ripassi con i miei amici sanfratellani e solo se ricevo il loro placet incido.

Il titolo è un ossimoro ma anche un inganno, perché “Moviti ferma” in realtà significa “resta ferma”. Ma in effetti nessuna cosa, in nessun momento, resta davvero ferma. Simbolicamente una persona e un’artista come te che porta sul palco in modo potente contraddizione, dolcezze e spigoli, sceglie questo titolo e questa immagine in cui il fermarsi è la spinta primaria al movimento futuro. È un consiglio, una necessità, un’esperienza?
Tutto è partito da un’esperienza personale che riguarda il rapporto con il corpo. Mi sono resa conto che nei momenti più complicati della vita il corpo mi abbandona. O forse io abbandono lui. Ogni volta che nella vita ho affrontato un bivio, un dubbio o mi sono trovata di fronte ad un grande desiderio che mi faceva paura, ho sentito il mio corpo dissolversi o meglio pietrificarsi. Non esserci più. E allora il viso diventava protagonista come se esistesse solo lui e con lui la mente diabolica, la ragione. Che crede di ragionare, ma non va mai da nessuna parte, si movi ferma appunto.  E allora l’ascolto della natura è l’unica strada per la felicità. Poi Moviti ferma è la perenne condizione di chi come me è andata andata via dalla Sicilia, ormai vent’anni fa - prima a Milano e poi a Roma - ma in effetti non si è allontanata di un passo da quel paesaggio emotivo. 
Foto di Stefania Nocca
Infine, incredibilmente, il titolo si è trasformato nella sintetica descrizione degli ultimi mesi dell’umanità.  

Si parla di un lavoro corale. Corale in quanto popolare e corale in quanto sono molte le collaborazioni e gli incontri di questo lavoro. E non sono solo musicali. Raccontacele.
Volevo raccontare la vitalità di Catania. Volevo in particolare omaggiare quel talento di non aspettare le condizioni migliori per agire con un gesto artistico. Nella mia vita da operatrice culturale nel corso degli anni mi sono trovata davanti ad artisti impigriti, forse viziati, a cui si era spenta quella scintilla di follia che arriva al pubblico e lo spiazza. Io avevo e ho bisogno di un po’ di follia, di fare le cose perché vengono, di cantare dai balconi quando non era ancora di moda. Dunque, mi sono ricordata di quanta energia c’era (e c’è) a Catania, in cui si suonava in ogni locale e ogni piazza era un teatro. Ho fatto teatro di strada con il gruppo Batarnù, una compagnia totalmente strampalata e naif ma di impatto potentissimo sul pubblico; è stata una scuola straordinaria. E allora abbiamo chiesto ad amici musicisti di condividere un pezzetto del loro percorso artistico, e ad artisti di arti varie, non autori nella loro vita di tutti i giorni, di voler giocare con noi. E dunque ho lavorato ai testi insieme a uno chef, Carmelo Chiaramonte, ad una femminista ex sindaca, Marinella Fiume, ad un poeta, Biagio Guerrera, a due attori, Giovanni Calcagno e Gaspare Balsamo, e al gestore del nostro locale preferito, testimone di infinite notti di chiacchiere e vino, Saro Nievski. Ho realizzato il sogno di collaborare con musicisti che amo molto, come Cesare Basile e Agostino Tilotta della noise band di culto Uzeda, il pianista jazz Fabrizio Puglisi, il suono inconfondibile e caldo dei Lautari, 
Jacaranda Piccola Orchestra dell’Etna, uno straordinario gruppo di ragazzi giovani, inventivi, appassionati rinnovatori del suono tradizionale, e Sambazita, un collettivo di percussionisti nato attorno all’Associazione Gammazita, che ha dato nuova vita al complicatissimo quartiere del Castello Ursino. Poi ancora la mia strepitosa amica trombettista Marina Latorraca, le chitarre di Denis Marino e Rosario Moschitta, il contrabbasso di Giovanni Arena e i due senza cui niente sarebbe stato: Puccio Castrogiovanni, che ha ideato, costruito, tessuto la trama musicale e dettato il ritmo; infine Michele Musarra, che ha registrato, mixato e arrangiato. Ho anche fatto cantare le amiche di mia mamma che un pomeriggio erano riunite per una partita di burraco e pasticcini a casa mia sull’Etna. Insomma, c’è tutto un mondo. Una comunità affettuosa: questo è stato il disco, esseri umani simili che mi vogliono bene e che io adoro. Super professionisti e le amiche di mia mamma per compore un mosaico di umanità, questa era l’idea. Spero di esserci riuscita.

Il disco è nato grazie ad un crowdfunding che prevedeva come ricompense vari oggetti scelti che incarnavano l’idea di muoversi da fermi o stare fermi muovendosi e sono stati prodotti da artisti siciliani che uniscono la ricerca alla tradizione. Come un segugio, una cronista naif, sono andata a scovarli e ho trovato personaggi originali, forse bizzarri, animati dal desiderio, mossi dallo struggimento per un’idea, una condizione, una fantasia.
Un giorno per caso a Scicli ho incontrato il signor Angelo Migliore, falegname di 88 anni che costruisce trottole. 
Poi sono andata a trovare Giuseppe La Rosa che nella sua casa laboratorio in campagna, senza energia elettrica e gas, costruisce marranzani. Ho potuto ammirare l’arte di Alice Valenti, erede dell’arte della decorazione di carretti siciliani, allieva dell’ultimo maestro Di Mauro, e artista contemporanea. Sono entrata in punta di piedi nel magico mondo di carta di Cartura, accolta dagli sguardi poetici di marionette, lampade e illustrazioni. Da ultimo ho ammirato l’Isola Lachea, sul lungomare di Acitrezza, con la famiglia Rodolico, gli ultimi maestri d’ascia della Riviera dei Ciclopi.
Parlando con loro, ascoltando le loro esperienze artistiche, ho avuto l’idea di una città viva che crea nonostante il dissesto, l’abbrutimento della cultura dominante e il pessimismo che pervade la società.

Le donne: una nuova generazione di cantautrici racconta l’essere giovani donne in Italia e tu anche, nello specifico, nelle tue terre. Lo fai rivendicando, lo fai raccontando, lo fai polemizzando. Cosa significa essere donna e essere artista in questa epoca che – giocando con il tuo stesso titolo – è ferma e immobilizzata muovendosi troppo?
Le donne stanno facendo bene e con grande serietà. Si stanno muovendo con calma ma grande tenacia. Forse più le artiste delle altre. Si organizzano in gruppi, si parlano, si sostengono. Alla fine, l’unico modo per imporsi e dare coraggio alla meno forti è quello di stare insieme e condividere le perplessità e le debolezze. È un movimento educato, come siano noi, ma pervicace. In generale comunque è difficile. La liberazione di costumi ci ha confusi. O meglio si è scambiata l’emancipazione sessuale per la raggiunta parità tra i sessi. Non è così e il numero di donne nei consigli d’amministrazione delle società lo dimostra.

Nel brano “A Merca” racconti di una differenza, tra uomo e donna, molto interessante. È una storia che vale la pena approfondire.
Anni fa, un sabato pomeriggio, con un mio amico siamo andati in gita ad un poligono di tiro. Ad accoglierci c’era un vecchietto, forse un cacciatore, che ci dice: non guardate il bersaglio, lasciatelo da sfondo. 
Poi respirate, trovate la vostra pace e sparate.Io capisco il meccanismo e riesco con mio sommo stupore. Lui sembra distratto, sbaglia, forse si annoia. Finché non cominciamo una gara. Io all’improvviso divento tesa, ho paura di sbagliare e sbaglio. Lui è intanto diventato un gigante, solido sulle ginocchia, spalle aperte e sorriso beffardo, finalmente si diverte. Un centro dopo l’altro. Non abbiamo mai commentato questo episodio per anni. Ma ho continuato a chiedermi, dipende dal carattere, è un diverso gusto delle sfide oppure è che i bambini vengono allevati per essere coraggiosi e le bambine per essere perfette? Questa necessità della perfezione è un’ossessione per le donne. Non siano mai sicure di essere nel giusto, alle riunioni chiediamo scusa prima di dare la soluzione che magari ci gira in testa da tempo e che attendiamo che qualcuno esprima prima di noi.  Le cantautrici ad esempio: vai ad un festival di cantautrici. Sono tutte brave, intonate, chitarre accordate, sanno suonare, hanno un look curato e sempre adeguato al personaggio. E però il rischio è che la perfezione faccia da scudo alla selvaggia fiamma che deve investire lo spettatore. Vai ad un festival di cantautori, per la maggior parte sono stonati, chitarre scordate e vestiti come capita, ma talvolta, in mezzo a tutta questa approssimazione serena, arriva qualcosa, arriva l’empatia del fallimento. Loro forse hanno avuto il tempo, i secoli di cultura patriarcale, per fare pace con il concetto di fallimento. Noi siamo ancora troppo impegnate a convincerci di avere ragione. Per questo dico nel dubbio, insegnate alle bambine, se non il coraggio, almeno il piacere dell’imperfezione.

Tirando le somme, la sensazione che si ha all’ascolto è che, rispetto al tuo precedente lavoro, tu abbia sentito l’esigenza di superarti, di osare, di andare oltre le tue stesse possibilità, in modo sfrontato. Come hai costruito il suono “fortemente percussivo” di questo lavoro insieme con Puccio? A quali suggestioni avete fatto riferimento? 
Credo di essermi rilassata e aver dato spazio alle mie possibilità piuttosto. Un canto libero da etichette e la musica che ci divertiva di più. Nel 1976 sulla rivista del National Geographic uscì un articolo intitolato Sicily where all the songs are sad (Sicilia, dove tutte le canzoni sono tristi). Ecco, volevamo superare questo stereotipo costruendo un nuovo repertorio popolare e colto in cui ci fosse spazio per varie emozioni. 
Perché un giorno ti arrabbi, un altro sei sexy, ironica, acida, irrazionale o tenera. Volevamo cantare il nostro piacere musicale in siciliano, liberando la voce dalle forzature dell’emissione della lingua, che è tendenzialmente cupa e chiusa. Rispetto alla musica tutto parte dal senso ritmico del marranzano di Puccio. Essendo uno straordinario polistrumentista e compositore ha un approccio originale allo strumento, che riflette la fluidità compositiva ed esecutiva che ha con gli altri, il mandolino ad esempio. L’inserimento della componente elettronica è uno sfizio di Michele Musarra, che ha registrato il disco e arrangiato alcuni brani oltre ad aver pensato il basso di Moviti ferma. La libertà e il divertimento sono stati il punto fermo. Diciamo che nel costruire un nuovo repertorio siciliano avevamo voglia di batteria e ritmo, di suonare di più, di avere un suono solido e compatto. Volevo superare la versione esclusivamente teatrale da cantastorie del primo disco e aprirmi. L’aspirazione è mescolare approfondimento e divertimento, leggerezza e pensiero. Insomma, Peter Brook e Beyonce. Il teatro e il puro suono. Il racconto dell’antropologia di un popolo e la frivolezza.

Nel tuo futuro, se lo riesci già a immaginare, è contemplata la lingua italiana? Che rapporto hai con lei?  
Mi piace molto, ma non credo risuoni in me. Forse è presto per dirlo, ma non credo che canterò mai in italiano. Detto questo, sarei felice di smentirmi, perché vorrà dire che avrò affrontato un’altra sfida.


Elisabetta Malantrucco


Eleonora Bordonaro – Moviti ferma (Finisterre, 2020)
Il senso di questo album è emerso in modo chiaro nell’intervista. I temi sono diversi e sono tutti trattati con una ricchezza sonora straordinaria. Ciò che prima di tutto salta all’occhio sono le parole, il racconto pensato e costruito dentro l’osservazione e un insieme profondo di emozioni, il canto, sicuro e sinuoso, cantato a piena voce, con la presenza delle sensazioni impresse nel corpo. Ecco: ascoltando l’album si arriva a pensare al corpo. Certo, è un concetto complesso, una visione pregna di esperienza, pensiero e storia (qui ne parliamo con la sintesi necessaria). E proprio questa “composizione” sospinge ogni brano oltre il livello dell’esecuzione - per quanto straordinaria da ogni punto di vista, dal suono agli arrangiamenti, dai timbri, alle liriche e ai ritmi - raggiungendo quello più propriamente performativo e, per estensione, esperienziale. Insomma l’ascolto dei dieci brani di “Moviti ferma” diviene esso stesso una forma di partecipazione in qualche modo attiva. Perché se da un lato trasmette tutti insieme, come un unica onda, i contenuti forti che lo hanno ispirato (la socialità, la vitalità, le connessioni con la tradizione e la natura, la ritualità, il dialetto, l’amore, la seduzione, la formazione, il rapporto tra i sessi, la creatività), dall’altro ci trascina dentro un’esperienza sonora irresistibile, puntata con equilibrio su un suono spesso sorprendente, grazie a strumenti ottimamente incastrati: jew’s harp, tromba, trombone, flauto, mandolino, chitarra, basso, contrabbasso, batteria e percussioni (tra cui anche surdi, repinique, tambotin, caixi-xi, ago-go, caixa, chocalho e berimbau in “I dijevu di Vurchean”), sinth, piano e tastiere. Così, man mano che ci inoltriamo nella scaletta, avvertiamo finalmente la forza di un racconto pieno, completo, perché costituito - senza nessuna forzatura, né formale né strutturale - da tutti gli elementi necessari alla sua comprensione e alla sua condivisione. Sulla scorta di queste considerazioni, possiamo allora dire che il racconto è uno, e che le sue parti si compenetrano seguendo la stessa linea di svolgimento: dall’ironia “isolana” di “Sprajammu si la luna” si arriva alla riflessione decisa e definitiva di “Ramu siccu” (entrambe costruite sulla visione femminile di un mondo stremato, essiccato da pratiche vecchie e pregiudizi). Nel mezzo vi sono gli approfondimenti dei dettagli cari all’artista, che riesce a incastonarli con ordine e grazia lungo il percorso cantato, come in una mappa. Qui incontriamo il perno dell’album, cioè “Moviti ferma”, un brano che, insieme a “Tredici mannari ri farsi munnu”, propone una riflessione più personale. In questa “coppia”, suonata con pochi strumenti e serrata dentro impianti melodici piacevolissimi (nel primo caso con un ritmo più deciso, nel secondo più dilatato e mellifluo), la Bordonaro va a fondo con pazienza e lucidità, fornendo i dettagli di un pensiero sensibile a temi complessi, sebbene resi con sintesi sempre efficaci (“Resta ferma che arriva il sonno/ e mi rassereno finalmente/ Mi sveglia la luce della mattina/ alzati, non è successo niente”, oppure “Prendere il vento per compagno/ lasciar andare le cose cattive/ non dimenticare niente/ e amare a prescindere”). Anche le atmosfere dell’album si attestano su un registro equilibrato, partecipando, con piccole variabili legate ai diversi caratteri dei brani, alla coerenza della narrazione. Ogni cambio di registro è pensato dentro questo procedimento d’insieme, grazie anche al dialetto, scelto come lingua imprescindibile attraverso cui esporre tutto il ventaglio dei temi proposti. In relazione a questo aspetto non possiamo non sottolineare la pienezza della voce della Bordonaro. Una pienezza che va certamente ricondotta alla bellezza, alla straordinarietà e (allo stesso tempo) alla naturalezza di un canto “presente” in ogni sillaba. Un canto che si compone di elementi oggettivi, che non si possono non riconoscere (il timbro, l’impostazione, la “melodicità”). Ma che, allo stesso tempo, richiama anche quella partecipazione di cui si è detto, che si configura come un legaccio che stringe la voce intorno a ogni parola, arricchendola di poesia e concretezza.



Daniele Cestellini

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