Dubioza Kolektiv – #fakenews (Menart, 2020)

La gioiosa macchina da guerra di Dubioza Kolektiv nasce in Bosnia-Erzegovina nel 2003 dall’incontro tra un gruppo di amici accomunati dal desiderio di uscire dai sentieri delle brass band balkan per dare vita ad una cifra stilistica originale che mescolasse ska, punk, rock, reggae e dubstep senza dimenticare uno sguardo alla tradizione della loro terra. Da allora Almir Hasanbegovic (voce), Adis Zvekic (voce), Brano Jakubovic (tastiere e sampler), Vedran Mujagic (basso), Senad Suta (batteria), Mario Sevarac (sax), Jernej Savel (chitarra) e Dragan Jakubovic (tecnico del suono) hanno messo in fila una corposa discografia tra cui spicca il gustoso “Happy Machine” del 2016 e numerosi concerti in tutto il mondo. A distanza di quattro anni da quest’ultimo li ritroviamo con “#fakenews”, il loro nono album nel quale hanno raccolto nove brani dal sound esplosivo e vibranti della loro ispirazione politically uncorrect che mette alla berlina l’informazione ormai ad appannaggio dei social network e il bombardamento di notizie false che ci colpisce ogni giorno. A riguardo affermano: “Nell'era delle bufale on line, del giornalismo acchiappaclic, della propaganda e disinformazione, è difficile capire quale sia la verità. Questo è il motivo per cui le nostre canzoni cercano di ridimensionare e ridicolizzare il fenomeno delle fakenews: immigrati e rifugiati non fanno parte di una grande cospirazione, la marijuana non è una droga di ingresso verso sostanze più pesanti, i robot non ci porteranno via il lavoro e l’intelligenza artificiale non conquisterà il mondo a breve. Quello che invece è più probabile è che la letale combinazione di avidità politica e cambiamento climatico renderanno il mondo sempre più inospitale in un futuro non poi così distante”. Complici di questa nuova avventura sono Manu Chao, ormai ospite fisso dei loro album, il giamaicano Earl Sixteen di Dreadzone, Toma Feterman dei Soviet Suprem, i messicani Los de Abajo e Robby Megabyte, il primo robot dalle sembianze umane nel mondo della musica. Rispetto ai dischi precedenti il disco si caratterizza per una ricerca sonora ancora più ampia nei territori dell’elettronica e non è un caso che proprio “Take my Job Away”, sia stata scelta come uno dei singoli traino del disco: “Negli ultimi due mesi - spiegano - abbiamo lavorato duramente alle nuove canzoni con Robby Megabyte e siamo davvero contenti del risultato: non solo è più affidabile ed efficiente degli umani, ma mostra anche un incredibile potenziale creativo grazie a processori e software all'avanguardia sviluppati nei laboratori dell'Istituto bosniaco per l'intelligenza Artificiale”. Le canzoni cantante in inglese, spagnolo e un divertente francese google-traslated sono ancora più ironiche e feroci del passato come dimostra già l’iniziale “Cross the line” con Manu Chao che ci travolge per con l’energia e la carica che caratterizza il suo ritmo, così come accade nella seguente “Space Song” incisa con Earl Sixteen. Se “Minimal” in cui spiccano i Soviet Suprem è un brano rock in salsa balkan perfetto per i concerti, la successiva “Hoy Marijuana” con Los de Abajo è uno ska-punk irresistibile tutto giocato su incroci ed attraversamenti sonori tra Messico e Balcani. Si prosegue con la geniale e già citata “Take my job away” e “Don’t stop” con il suo ritornello ossessivo che resta nelle orecchie già del primo ascolto. La sequenza finale con l’ironica “Franch Song”, “Dumb” e “Wild wild East” chiude un disco già pronto per il palco e che arricchirà ancor di più i concerti dei Dubioza Kolektiv. 


Salvatore Esposito

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