Andrew Cronshaw – Zithers (Cloud Valley, 2020)

«Oggi, nel corso delle nostre vite siamo influenzati da un’ampia varietà di musiche, così ognuno di noi è portatore di una sorta di tradizione personale», così osserva Andrew Cronshaw, veterano del folk progressivo britannico, polistrumentista eterodosso dalle orecchie attente non solo ai repertori delle isole britanniche ma anche a quelli continentali (dal mondo Baltico giù fino ai Balcani); infaticabile viaggiatore, figura di rilievo del giornalismo world music, nonché fotografo naturalista niente male: guardate lo scatto di copertina che ritrae una deliziosa anatra Aylesbury nello stagno in prossimità di casa sua. Sono numerosi gli album a suo nome o con il suo gruppo internazionale Sans, di cui ci siamo occupati in occasione della pubblicazione di “Kulku”. Incurante di mode e fama, Cronshaw torna a deliziarci, questa volta in solitudine, in una sorta di dialogo intimo con i suoi arnesi del suono, interpretando la musica incontrata nel suo continuo viaggiare e ricercare. Già il titolo dell’ultima sua creatura, “Zithers” (www.cloudvalley.com), anticipa cosa ci si deve attendere da questo progetto, dove Andy imbraccia la cetra su tavola con corde pizzicate in dieci tracce e il marovantele nelle altre tre. Il primo strumento è un modello a 74 corde fretless, costruito in Germania intorno agli anni Trenta del secolo scorso ed elettrificato con un pickup. Il secondo è un cordofono ibrido, che monta 11 corde su ciascun lato ed è stato costruito dal liutaio finlandese Kimmo Sarja su un’idea sviluppata dallo stesso Cronshaw, che ha inteso fondere il marovany, la cetra malgascia di forma quadrangolare, e il kantele, lo strumento nazionale finnico. Alla regia tecnica c’è l’acclamato compositore e produttore scozzese Jim Sutherland, che ha caldeggiato il disco solo di Andrew, mentre erano in studio a registrare “Kulku”, ed è stato impeccabile nel favorire il nitore sonico del lavoro, oltre ad apparire in veste di coautore della rumoristica “Sea-Ice”. Perlopiù i brani di “Zithers”, raccolti da diverse fonti, appartengono alla tradizione gaelica di Scozia, un luogo del cuore per Andy, che è vissuto a Edimburgo e nelle Highlands per molti anni nel periodo formativo della sua vita e che conserva un legame profondo con la musica scozzese. Tra i materiali delle Terre Alte, particolarmente riuscite appaiono “Cuir A Chion Dilis Tharam Do Lamh”, “Mo Ghaol Òigear A’Chùil Duinn”, “Òran Mòr MhicLeòid” e “Inchcolm”. Belle le variazioni strumentali sulla ballata tradizionale inglese “Lucy Wan”, già incisa in “Ochre” (2004) ma qui riproposta sul marovakantele, mentre “To a Smiling Place” è la trasposizione per zither dell’unica canzone scritta da Cronshaw, che si conferma appassionato ed eccellente facitore di musiche. Si oltrepassano i confini britannici negli altri motivi proposti: provengono dal mondo ugro-finnico una ninna-nanna e una canzone ottocentesca della concertista di kantele Kreeta Haapasalo (celebrata anche con una statua a Kaustinen, uno dei luoghi del folk più importanti d’Europa), nonché due melodie associate al canto in metro runico dell’Ingria. Si passa anche per un’escursione danzante nel Paese Basco con un zortziko (un ritmo in 5/8). La chiaroscurale esperienza sonora prodotta dall’esaltazione degli armonici, dalla tensione tra il timbro argentino delle corde melodiche e quello rotondo delle corde di accompagnamento irretisce l’ascoltatore, immerso in un susseguirsi di atmosfere talvolta vivaci, più spesso meditative ed evocative, a tratti, elegiache: è musica senza età o scadenze. 

Ciro De Rosa

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