Dario Muci, Enza Pagliara, Roberto Licci, Emanuele Licci – Suddissimo (Nauna Cantieri Musicali, 2020)

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Di lui, Italo Calvino disse: “Le sue parole dobbiamo ancora inventarle”. Matteo Salvatore era la voce della terra, il cantore della povera gente, di quei contadini che lavoravano sotto il sole rovente nei campi della Capitanata. Le sue canzoni erano impastate di sofferenze, privazioni e dolore, aride e sporche come la terra del Gargano, ma nel contempo erano un grido di dolore, un grido di riscatto, resistenza e denuncia. Nacque nel 1925 ad Apricena in una famiglia poverissima, una delle tante in un’epoca fatta di duro lavoro e tante rinunce. Complice l’incontro con il cantastorie Vincenzo Pizzicoli che lo avvia alla musica, Matteo Salvatore ben presto lascia il paese per cercare fortuna a Roma. A scoprire il suo talento musicale sono Claudio Villa, mentre Michele Straniero diventa il suo mentore. Le sue canzoni pian piano arrivano al grande pubblico e da lì il passo verso la televisione fu molto breve. Ben presto, però, la sua figura passò in secondo piano e solo nel nuovo millennio grazie ad Eugenio Bennato, al progetto “Craj” di Teresa De Sio e Vinicio Capossela, la voce e le canzoni di Matteo Salvatore venero riscoperti. Nel corso degli anni in tanti hanno celebrato la sua carte, ricantando le sue dolenti ballate, la povertà, le prevaricazioni subite dai contadini. A breve distanza dal disco dedicatogli da Giovanni Marini, arriva un altro progetto di grande spessore: “Suddissimo” , l’album-racconto dedicato a leggendario cantastorie del Gargano, realizzato da Dario Muci, Enza Pagliara, Roberto Licci ed Emanuele Licci. Si tratta di un progetto in cui musica e teatro si intersecano e che in parallelo apre una porta spazio-temporale restituendoci intatto il fascino di Matteo Salvatore sul palco con le immagini di un concerto che tenne in Francia su invito di Rina Santoro. Abbiamo intervistato Dario Muci ed Enza Pagliara - attualmente in attesa di rientrare in Italia dall’Australia a causa del lockdown - ed Emanuele Licci per farci raccontare dalla loro viva voce questo lavoro nato in quella fucina creativa sempre viva che si sta rivelando Nauna Cantieri Musicali.  


Innanzitutto come state? La vostra permanenza in Australia si sta protraendo più del dovuto a causa dell’emergenza Coronavirus…
Dario Muci - Stiamo bene. Qui fortunatamente non abbiamo avuto problemi, anche perché ci troviamo in un piccolo villaggio dove le persone hanno un alto senso civico e rispettano le restrizioni in modo esemplare. Siamo dispiaciutissimi per ciò che sta accadendo in Italia ed anche nei nostri paesi, così come sapere di alcuni amici. Stiamo seguendo la situazione a distanza e cerchiamo di essere presenti in tutti i modi, con telefonate, abbracci virtuali e messaggi di speranza per tutti, specialmente per gli operatori sanitari che rischiano la vita per tutti noi.

Veniamo al progetto “Suddissimo”. Come nasce l’idea di rendere omaggio a Matteo Salvatore?
Dario Muci - Tutti conosciamo le sue canzoni, anche quelle meno famose. L’idea era già in programma da un po’ di anni, da quando Rina Santoro mi fece vedere un video di un concerto di Matteo Salvatore in Francia. Poi andai ad ascoltare Emanuele Licci e il suo lavoro su Matteo, e li mi venne l’idea di mettere insieme le voci di Enza, di Emanuele e di Roberto Licci per una rilettura in chiave salentina dei canti. Tutti d’accordo. Telefonai al figlio, Franco Salvatore, che in un primo momento aveva altri pensieri per la testa, specialmente dopo il successo de “Lu bene mio” di Pippo Mezzapesa, con Sergio Rubini. Poi, dopo un po’ di telefonate, la famiglia decise di firmarmi la liberatoria per procedere…e iniziammo.

Come mai quattro musicisti salentini si sono ritrovati a rileggere il repertorio del cantastorie di Apricena?
Emanuele Licci - La spinta a intraprendere tale progetto è partita da Dario, penso che lui abbia intuito che vi erano delle sensibilità e delle affinità comuni riguardanti questo repertorio. Io personalmente avevo preparato da un po’ di tempo uno spettacolo, in solo, su Matteo Salvatore, affrontando una ventina di brani del suo repertorio e cercando di capire i passaggi e le vicende della sua vita. Questo è avvenuto in realtà prima dell’uscita del libro di Beppe Lopez, con il quale successivamente mi sono trovato a fare una presentazione del suo volume. Leggendo il libro ho intuito e capito molte altre cose della vita di Matteo. Quella contraddizione tra l’amore raccontato nei suoi canti e la sua vicenda umana, segnata dall’assassinio della sua compagna, mi lascia ancora senza parole.

So che nel vostro lavoro ha avuto un grande peso il volume “L’ultimo cantastorie” di Beppe Lopez, un libro che svela il lato noir della vicenda umana di Matteo Salvatore, forse quello meno noto rispetto al suo percorso artistico... . Come si è indirizzato il vostro lavoro di ricerca attraverso il repertorio di Matteo Salvatore?
Enza Pagliara - La lettura del libro di Lopez, ha cambiato completamente lo stato d’animo con il quale stavamo lavorando ai brani di “Suddissimo”. Inizialmente l’attenzione era tutta rivolta ai messaggi dei canti e a ciò che sapevamo della vita di Matteo, che sembravano essere cuciti e tessuti con lo stesso filo. Il lavoro di Lopez, dettagliato e ben documentato, come solo un eccellente giornalista sa fare, mette in luce due aspetti fondamentali: uno artistico professionale sulla falsa paternità dei brani attribuiti a Matteo Salvatore e uno riguardante l’inquietante vicenda dell’assassinio della sua compagna. 
Così, improvvisamente la domanda che muoveva il lavoro di riproposta si è svuotata del suo senso iniziale e mille dubbi ci hanno assalito generando un labirinto di domande che per la prima volta facevano confinare il cantare con un senso di disagio. Dopo qualche mese di riflessione e di confronto ho però capito che un modo c’era per portare avanti il lavoro ed era quello di riportare in luce il nome e il volto di Adriana Fascetti, in arte Adriana Doriani. È proprio le riflessioni che sono venute dalla lettura del libro di Lopez, che ci hanno portato ad aggiungere un sottotitolo a Suddissimo: “I canti della Capitanata conosciuti attraverso la voce di Matteo Salvatore e Adriana Doriani.  Ed è proprio ad Adriana che è simbolicamente dedicato l’ultimo brano del disco, “Ttuppë ttuppe allu purtonë”. Il brano rompe la rassicurante armonia, creando uno strappo sonoro dove la voce del canto scompare, (così come è capitato per Adriana) assorbita dai suoni-rumore dell’arrangiamento di Giorgio Distante, portando l’ascoltatore in un inatteso ambiente sonoro di inquietudine.

Qual è stato il criterio con cui avete scelto i brani da rileggere?
Emanuele Licci - I brani scelti sono quelli che per noi sono i più rappresentativi, più autentici e più vicini ai nostri giorni, tanto da sembrare quasi attuali. Come ad esempio i brani riguardanti il lavoro nei campi, “Lu furastiere” o “Lu suprastante”, oppure la condizione femminile rappresentata in “Ttuppë ttuppë a lu purtonë”.

Durante l’ascolto ciò che colpisce delle vostra riletture è la cura riposta tanto nelle voci quanto l’utilizzo dei fiati che impreziosiscono i vari brani.. In che modo avete lavorato agli arrangiamenti dei brani?
Emanuele Licci -  Per quanto riguarda le voci abbiamo cercato di dare ai brani quell’aspetto corale tipico della tradizione, rispettando le linee melodiche dei canti originali. L’utilizzo dei fiati e delle percussioni, accanto agli strumenti a corda, ha permesso di sviluppare soluzioni ritmiche e melodiche utili a dare una rilettura personale del repertorio presentato.

Ci potete presentare i musicisti che hanno collaborato alla realizzazione del disco? Quanto è stato determinante il loro contributo?
Dario Muci -  A parte me, Enza, Emanuele e Roberto Licci ci sono: Fabrizio Saccomanno (voce), Marco Bardoscia (contrabbasso), Marco Tuma (Flauto traverso, clarinetto, armonica, percussioni), Antonio Calsolaro (mandolino), Massimiliano de Marco (chitarra), Franco Nuzzo (percussioni), Giorgio Distante (tromba, tuba, elettronica), Emanuele Coluccia (sax, corno, clarinetto), Mariasole De Pascali (ottavino), Adolfo La Volpe (banjo), Valerio Daniele (chitarra elettrica baritona). Sono ottimi musicisti con i quali abbiamo già collaborato in altri progetti. Sono specialisti di altri generi e nello stesso tempo conoscono le strutture dei repertori tradizionali, pertanto riescono ad entrare nella trama musicale e a svilupparla seguendo a volte delle traiettorie sorprendenti e inusuali.

Il booklet si apre con una frase dell'indimenticato Alessandro Leograde sulla povertà estrema che conduce i migranti ad affrontare viaggi pericolosissimi. Che senso ha cantare il repertorio di Matteo Salvatore oggi?
Enza Pagliara -  Cosí come nella riproposta dei canti tradizionali, ho sempre pensato che per cantare una storia, bisogna mettersela addosso, farla aderire alla vita, perché è solo cosi che le storie cantate o raccontate possono parlare al cuore.

Nel disco, fa capolino anche la voce narrante di Fabrizio Saccomanno. Come si inseriscono i suoi interventi nell’economia generale del disco e in quella dello spettacolo dal vivo?
Enza Pagliara -  Era necessario per noi ricontestualizzare i canti. I racconti di Fabrizio hanno saputo legare le storie di ieri a quelle di oggi. Ci siamo incontrati più volte con Fabrizio e Dario per capire che direzione bisognava prendere. Fabrizio è attentissimo a tutto cio che ci circonda e si interessa agli ultimi, agli esiliati, ai migranti di tutto il mondo e di quanto e come le guerre cambiano velocemente la geopolitica mondiale. Ci parla dei curdi e del loro dramma, e poi storie e ancora storie, di vincitori e vinti. Sono tre i suoi interventi, due dei quali sono tratti liberamente da “Uomini e Caporali” di Alessandro Leogrande edito da Feltrinelli e da “Naufraghi senza volto” di Cristina Cattaneo pubblicato da Raffaello Cortina Editore. Vi invito ad ascoltarli, non c’è niente a caso, anche i brani a seguire. Abbiamo cominciato a lavorare all’allestimento dello spettacolo live, che avrà più contenuti sia dal punto di vista musicale che dei testi. Ci siamo fermati per la nostra partenza in Australia e poi l’attuale condizione ha frenato i lavori, che riprenderemo quanto prima, quando sarà possibile.

Al disco è allegato il dvd con le riprese video dell’unico concerto che Matteo Salvatore tenne in Francia nell’ottobre del 1999, fornitovi da Rina Santoro che ne racconta anche la storia nel suo contributo presente nel booklet. Com’è nata l’idea di rendere disponibile questo imperdibile documento?
Dario Muci - La mia amica italo-francese Rina Santoro, scrittrice e prof. in un liceo a Romans sur Isere, in Rhone Alpes, in uno dei tanti tour organizzati da lei stessa, mi racconta di questa bellissima avventura; “Ho portato Matteo Salvatore in Francia per la prima volta”. Rina ha, tra l’altro, un dossier sui quattro giorni di permanenza del cantastorie di Apricena, con tutti gli appuntamenti istituzionali, aneddoti, concertini privati, più le riprese dello spettacolo curate dal figlio Leo. Fantastico le dissi, bisogna farci qualcosa. Dopo dieci anni, ne parlai bene con Enza, dell’idea di fare qualcosa con la nostra etichetta Nauna Cantieri Musicali, e iniziammo a lavorare sul progetto.  

Come si evolverà il progetto “Suddissimo” dal vivo?
Dario Muci - Abbiamo pensato diverse idee con Fabrizio Saccomanno, tipo coordinarci con un regista e ad uno sceneggiatore per scrivere alcune parti su cui inserire la musica e i canti. In attesa della “data 0”, abbiamo solo fatto piccole presentazioni crowdfunding in quintetto insieme al nostro caro amico Marco Tuma (flauto traverso, clarinetto, armonica). Il lavoro è uscito il 18 febbraio a una settimana dal disastro mondiale, al momento consiglio di ascoltarlo su tutti gli store musicali.

Il disco ha debuttato entrando subito in classifica nella World Music Chart. Com’è stata la risposta del pubblico?
Dario Muci - Una bellissima notizia cha abbiamo appreso in Australia. Siamo contenti anche di come "Suddissimo" piaccia al pubblico e altrettanto felici delle recensioni positive di alcuni critici, 
musicisti e letterati che di solito non si risparmiano quando si tratta di recensire un repertorio complesso come quello di Matteo Salvatore.

Quali sono i vostri progetti futuri con Nauna Cantieri Musicali?
Dario Muci -  Finito l’incubo virus speriamo di tornare subito a lavoro. Due le pubblicazioni:
“Coro Popolare di Terra d’Otranto” e un altro lavoro dedicato alla barberia, con brani inediti raccolti dal padre del maestro Antonio Calsolaro, “Vincenzo”.


Salvatore Esposito


Dario Muci, Enza Pagliara, Roberto Licci, Emanuele Licci – Suddissimo (Nauna Cantieri Musicali, 2020)
“Suddissimo” è un album-racconto dedicato a (e imperniato sui brani di) Matteo Salvatore. Vi compaiono diversi protagonisti, con ruoli differenti, ma che insieme hanno elaborato un tributo importante e non retorico. Gli artisti innanzitutto: Dario Muci, Enza Pagliara, Roberto Licci, Emanuele Licci. Poi Fabrizio Saccomanno, a cui sono affidate alcune letture che ritornano dentro il flusso delle tredici tracce che compongono la scaletta. E infine Rina Santoro, che scrive un racconto-reportage del percorso che l’ha portata a conoscere Salvatore e a organizzare un suo concerto a Romans, in Francia, nel 1999 (concerto il cui filmato è allegato all’album). La prima impressione che si ha sfogliando e ascoltando l’album è quella di un lavoro molto profondo, in cui la prospettiva principale è quella della voce. La voce pensata dentro un insieme di significati che si stratificano uno sull’altro: il canto, l’urlo, la parola, il parlare definendo un punto di vista, pieno e personale, su un mondo che si vive come si può e che si guarda con i propri occhi. La seconda impressione è quella di una raccolta di canzoni e storie estremamente malinconiche. Questo secondo aspetto è singolare, perché deriva direttamente da Matteo Salvatore. O meglio dal suo ricordo, dagli echi della sua voce irregolare, che oggi riesce a stimolare voci nuove, e che orienta probabilmente l’atmosfera generale dell’album. Voci così empatiche da riuscire ad assorbire e rimodulare l’immagine di un parlatore fuori squadro come pochi, le cui parole ammantano senza aggrinzarsi una dimensione che sembra sempre presente. Questa è la terza e ultima impressione: il presente validato oltre la storia, attraverso la capacità di quello sguardo oltre l’orizzonte visibile, di quella postura assunta appena fuori dal binario. Una postura che, insieme allo sguardo sempre fisso e indagante, rimane caparbiamente puntata in una terra che gradualmente si arrampica al corpo, producendo una specie di metamorfosi irreversibile. Ecco che, attraverso questa trasfigurazione, il pensiero di Matteo Salvatore richiama l’immagine di qualcosa di fisso e allo stesso tempo proteso oltre il visibile. Qualcosa che fa pensare agli obelischi o, per estensione verso una dimensione (forse) più dinamica, di una statua fissata alla prua di un vascello e allungata verso l’orizzonte. Insomma qualcosa che vede ciò che noi non vediamo. Mi immagino gli artisti impegnati in questa rilettura guardare l’obelisco-Salvatore dal basso deformante della sua base, con le teste all’insù verso la punta vertiginosa. E chiedersi come sviluppare l’idea, dove poterla portare. Allo stesso modo, in questo straordinario specchio che capovolge tutto, immagino Salvatore piegare il volto all’ingiù e strizzare gli occhi per mettere a fuoco le figure in basso: le mie parole sono ancora da inventare, fatevi avanti… potrebbe dire (richiamando ciò che di lui ebbe a dire Italo Calvino). E così inizia ciò che potremmo definire un pellegrinaggio cantato nel modo-Salvatore. Si parte da una breve agiografia filtrata dall’esperienza personale di Rina Santoro, che riguarda il mito di Salvatore inseguito fino ad Apricena (suo luogo natale), la quotidianità cruda e normale di quel paese, il suo spostamento (quasi liturgico) all’estero, dove si esibisce e incontra giornalisti e studenti. Insomma, si prende in mano “Suddissimo” e si tocca un’insieme di storie straordinarie, tutte belle e piene di redenzione, oltre che articolate dentro uno sviluppo quasi “rituale”. Storie che partono dalla ricerca del totem-Salvatore e che, passando per la sua “apparizione”, culminano nell’interpretazione della sua parola e della sua scrittura. “Suddissimo” diviene così un racconto completo e sincero, perché, pur nel richiamo di una poetica ispirata da condizioni differenti da quelle attuali, definisce una dimensione assolutamente concreta, tangibile, nella quale i mondi di Salvatore sbocciano di nuovo. Ogni brano potrebbe dimostrarcelo. Attraverso la dimensione irriducibilmente sociale del canto: “Padrone mio” (“ti voglio arricchire/ come un cane voglio lavorare”), “Il sorvegliante” (“voi non dovete bere, non dovete bere, dovete lavorare”), “Il lamento dei mendicanti” (“i figli affamati ci vengono incontro/ con le mani nel sacco prendono il pane”), “Sempre poveri”, “Il carrozzone”. Ma anche attraverso la fantasia dell’amore anelato (“Ora viene la mia bella dalla montagna”) e la resistenza tenace della contemplazione (“La notte è bella”).



Daniele Cestellini





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