Elliott Morris – Lost And Found (Autoprodotto, 2017)/The Way Is Clear (Autoprodotto, 2019)

Segnalatosi al pubblico italiano nel corso della XII Edizione del Premio Andrea Parodi con sua “The end of the world blues” e la bella riscrittura in inglese di “Soneanima”, Elliott Morris è un giovane chitarrista e cantautore di base nello Yorkshire dallo stile compositivo maturo ed originale e dotato di un approccio tecnico alla chitarra che ricorda, da vicino, quello di John Martyn. A rendere, però, originale la sua cifra stilistica è la sua voce intensa e raffinata che si sposa perfettamente con quel intreccio di folk e blues, venato di pop, che permea le sue composizioni. Significativi per cogliere a pieno tutte le sfumature del suo songwriting sono i due album che l’artista inglese ha, sin ora, dato alle stampe: il debutto “Lost And Found” e il successivo “The Way Is Clear”, due lavori non dissimili dal punto di vista concettuale ma che evidenziano il crescendo rossiniano che ha caratterizzato la sua maturazione artistica. Aperto dalle eteree atmosfere pastorali del breve strumentale “Lost” che ci introduce - senza soluzione di continuità - alla già citata “The end of the world blues”, l’opera prima di Elliott Morris è un disco appassionante in cui immergersi completamente, lasciandosi guidare sulle rotte poetiche tracciate dalla sua chitarra. Accompagnato dal fratello Bevan (basso), Jack Carrack (batteria) a cui si aggiungono, per l’occasione, Paul Carrack (hammond), Laura-Beth Salter (mandolino e violino), Lisbee Stainton (chitarre), Alan Thompson (basso), Innes Watson e Mike Vass (violino), Elliott Morris dimostra di spaziare con disinvoltura attraverso sonorità differenti dal trascinante folk-rock della road song “Sixteen Long Miles” al boogie-blues “I’m a stranger” in cui fa capolino la slide-guitar, dal folk-pop acustico di “One more day” alla splendida “Siren” che rappresenta uno dei vertici compositivi del disco. La seconda parte del disco introdotta dallo strumentale “Found”, con Jim Molyneux al pianoforte, rappresenta l’altra faccia della medaglia del suo songwriting con brani che virano verso l’introspezione come nel caso di “Looking for something that isn’t there” e “Let it out”, la bella canzone d’amore dagli echi pop “All comes back” per giungere alla conclusiva “Friday night” che brilla con il suo dialogo tra chitarra e violino. 
Uscito a due anni di distanza dal precedente, “The Way Is Clear” mette in fila dieci brani incisi, ancora una volta, con il contributo del fratello Bevan (basso elettrico e contrabbasso) e Jack Carrack (batteria) e gran parte dei musicisti che impreziosivano il disco di debutto, ai quali si sono aggiunti Simon Bates (sax), David Milligan (pianoforte), Rosie Hood del Dovetail Trio (voce), Stu Hanna (mandolino e chitarra), Alasdair Paul (bouzouki) e Jordan Aikin (cornamusa). Rispetto a “Lost and Found”, questo secondo lavoro vede Elliott Morris spostare ancor più avanti i confini della propria ricerca sonora con l’iniziale “Wake”, strumentale in cui si intrecciano archi e chitarra acustica e che sfocia nel crescendo rock di “Roll” in cui si racconta della vita on the road dell’artista. Le sonorità folkie della title-track con violino, mandolino e bouzouki ad impreziosire la linea melodica, ci introducono alle atmosfere soulful di “Out on the ice” in cui l’organo di Paul Carrack dialoga con chitarra elettrica e violino con il finale in cui fa capolino la cornamusa. Se “It all depends”, composta a quattro mani con Stu Hanna, esplora i territori del folk-rock di matrice irish, la successiva “The way you break” sembra uscire dritto dal songbook di John Martyn con piano e sax ad impreziosire il tutto. Il sinuoso jazz-rock “Break” con il sax di Bates in gran spolvero e la splendida “One day you know” ci accompagnano verso il finale con la poetica “The wild mand of the sea” e l’epico folk-rock “The Pentre” che suggellano un disco pregevole in cui vanno di pari passo ricerca musicale e cura compositiva.


Salvatore Esposito

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