Dan Ar Braz – Dan Ar Dañs (Hent Glaz Productions, 2020)


“À l’Olympia” di Alan Stivell (1972) è uno dei titoli che entrano di sicuro nel classico giochino dei dischi della mia vita. All’interno di quel capo d’opera del folk progressivo dalla enorme valenza simbolica - la musica della periferia, della “colonia interna” bretone dell’Esagono, entrava nel tempio della cultura parigina e nazionale - la chitarra elettrica giocava un ruolo centrale, come in “Pop Plinn” o in quell’altro brano leggendario che è “Tha Mi Sgith”. Nell’intro del primo la chitarra in combinazione con l’organo assume il ruolo che era della bombarda nelle partiture di musica sacra bretone, poi adotta distorsioni rock-blues poggiandosi alla ritmica e la danza bretone, per l’appunto il dans plinn, si fa trascinante. Com’è noto, a imbracciare la Stratocaster c’era Dan Ar Braz (il cui vero nome è Daniel Le Grand, classe 1949), la cui straordinarietà strumentale va di pari passo con la sua sobrietà e pacatezza nei modi. Il musicista di Quimper apre il suo nuovo lavoro proprio con la rivisitazione di “Pop Plinn”. Sono sessant’anni di chitarra: da quando a 12 anni, ricevette una Egmond in regalo per la prima comunione. Nelle note personali, che accompagnano l’album, Dan Ar Braz racconta se stesso e la storia del suo rapporto con le chitarre, acustiche ed elettriche, sottolineando la volontà di celebrare con questa uscita discografica lo strumento elettrificato. Eppure in un certo senso, è anche la celebrazione di tante leggende della chitarra che sono state fonte di ispirazione negli anni: Jimi Hendrix, David Gilmour, Eric Clapton e Mark Knopfler, so per citarne alcuni. In un’intervista a “Le Peuple Bretonne” dichiara: «All’origine di questo nuovo album, volevo combattere contro la malinconia. Io sono rock e folk, il lato malinconico e il rock sono le due sfaccettature che convivono in me. È molto bretone, la malinconia. Penso che sia nell’inconscio collettivo…». Dan predilige il repertorio da danza mettendo in scaletta composizioni iconiche, cosicché l’album non soltanto si rivela un ritorno alle fonti ma si traduce in un florilegio (musicalmente rivisitato) della sfavillante corsa tra progetti indimenticabili con Stivell, da solista o in compagnia di tanti altri artisti internazionali. Accanto a sé Dan Ar Braz ha i musicisti che lo accompagnano da tempo, tra i quali Patrick Boileau (batteria), David Er Porh (chitarre), Jean Claude Normant (tastiere), Patrick Péron (piano), Jonathan Dour (violino), Yannick Hardouin (basso), Clarisse Lavanant (voce), l’organetto di Fred Guichen e la Bagad Kemper. Detto prima dell’apertura, si prosegue con la superlativa tiratissima gavotte “Menez Du”, incisa in origine sul terzo album solista “Earth’s Lament” (1979), qui innervata da un andamento rock-bluesy, che si è imposto nel sound del chitarrista a partire dallo scorcio finale del Novecento. Ci sono altri classici che vengono da lontano: “Orges Nocturnes” e “Le Forces Du Mal” incluse in “Douar Nevez” (1977), il suo primo album in solo. Più recenti e non privi di una certa vena più easy, benché sempre contrassegnati dalla notevole cifra chitarristica, sono “Belong” e “Cornwall Attitude” e le melodiose “La Trace du Souvenir” e “Evit Ar Barzh”, mentre la trionfale “Call to Dance”, accompagnata da cornamuse e bombarde, è stato il tema conclusivo del grande disco-spettacolo ”Héritage des Celtes”, prodotto da Donal Lunny. Del memorabile album live dublinese di Stivell ritroviamo due altri temi dalle chitarre energiche: ”Ton Bale Pourled” e “Bal ha Dañs Plinn”. Si passa per la più “acrobatica” danza collettiva bretone che è “Dans Fisel”. L’unica canzone della tracklist è il tributo di umore irlandese scritto sempre in occasione di “Héritage des Celtes” in memoria del flautista Frankie Kennedy, mentre nell’inedito “As Far as I Can Dream”, a ritmo di valzer, la chitarra duetta con le cornamuse della Bagad. Tra passato e presente, il guitar hero bretone produce un flusso sonoro puro che prende al cuore e invita alla danza. 


Ciro De Rosa

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