Haymanot Tesfa – Loosening the Strings (Vacilando ‘68, 2019)

L’etiopica Haymanot Tesfa è un nome con cui familiarizzare: voce ora avvolgente ora radiante, capace di inerpicarsi sui registri alti, il cordofono krar alleato del canto, sostenuto qua e là dal tocco mirato del tamburo a calice tombak dell’iraniano Arian Sadr. Nata ad Harar, cresciuta ad Addis Abeba ma residente a Londra, Tesfa ha iniziato a cantare mentre era ancora alla scuola d’arte della capitale, incoraggiata da compagni e tutor. Si è fatta le ossa cantando nei ristoranti e nei club di Addis, tramite l’Istituto Italiano di Cultura ha incontrato il pianista jazz Giorgio Gaslini in un concerto in trio con la stella Ethio-jazz Mulatu Astatke. Approdata in Gran Bretagna nel 2003, ha ampliato a tutto campo le sue relazioni musicali nell’ambiente musicale multiculturale londinese. Quando era ancora in Etiopia ha imparato a suonare il krar con Ato Alemayehu Fanta, dopo averlo abbandonato perché scoraggiata ha deciso di riprenderlo qualche anno fa, buttandosi a capofitto nella pratica della lira tradizionale a sei corde. Raggiunta via social, Haymanot mi dice: «Suono il krar usando la tecnica del pizzicato piuttosto che impiegare lo strumming come una chitarra ritmica. Il mio approccio alle canzoni è molto flessibile, per questo motivo ho chiamato l’album “Loosening the Strings” (“Sciogliendo le corde”, ndr): il mio viaggio avventuroso nella musica continua e il disco è l’esito del percorso finora fatto. Registrare il disco (il fonico è Dave Hunt, il produttore Ian MacGowan, ndr) e idearne l’art work sono stati una gran bella esperienza». Cantato in amarico, l’album di debutto (preceduto dal singolo “Tezeta”, pubblicato quattro anni fa), contiene otto tracce dal piglio minimale, imperniate sulla struttura tradizionale pentatonica, su cui Tesfa si lancia in passaggi improvvisativi. Incanta subito il magnetico portamento di “Shega”, per voce e krar. In “Amnewalehu” il tamburo sostiene il canto su testo di Surafel Wondemu. La straordinaria voce di Haymonot si dispiega solitaria in “Kal” (“Parola”, su liriche di Feleke Abebe), una delle perle dell’album, per poi interpretare un’altra celebre canzone tradizionale etiopica, “Ambassel” (testo di Hayleyesus Belete), dove Tesfa passa con nonchalance dal timbro sussurrato e profondo al vigoroso registro acuto. Si tratta di una canzone sulla bella città di Gishen, nota per il suo miele e per il monastero di Gishen Debre Kerbe, uno dei più antichi e sacri del Paese. Il tamburo punteggia (e si prende giustamente un po’ di spazio proprio) la sola voce nella successiva “Wegene”. Invece “Zelesegna” propone l’arrangiamento minimale di un inno cantato durante la Quaresima. La coppia voce-tamburo si ritrova in “Embushe gela”, un canto infantile in cui l’artista si spinge vocalmente oltre la tradizione. Infine, “Eshururu”, un’antica ninna nanna, è il dolce congedo per voce sola. Con le reiterate formule giornalistiche si è parlato Abyssinian soul: che sia la nuova Asnaketch Worku? Presto per dirlo, ma è preferibile non fare confronti con la leggendaria, iconica artista. Fuor di dubbio, è una musicista a cui aprire il cuore. www.vacilando68.org 


Ciro De Rosa

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