Radicanto – Le Indie di Quaggiù (Area Live/Puglia Sounds, 2019)

Venticinque anni di poetica di Radicanto, mai eccessiva, sviluppata per lucida ed emozionante sottrazione piuttosto che per arrangiamenti gonfi, cesellando note e liriche che attingono alle forme della canzone d’autore, alla grammatica tradizionale orale, a stilemi classici, a stili vocali e strumentali dell’occidente e del sud mediterraneo. Il titolo del nuovo album, undicesimo della loro longeva carriera, “Le Indie di Quaggiù”, rievoca l’espressione “Indias de por acá”, con cui in epoca controriformista i missionari gesuiti indicavano i remoti mondi contadini della Penisola, in particolare del Mezzogiorno, luoghi che a loro dire necessitavano della stessa evangelizzazione del Nuovo Mondo per la presunta misera spirituale e materiale delle popolazioni. Arte e musica giocavano un ruolo centrale per entrare in contatto con la realtà contadina. Per Radicanto questa formulazione diviene dirompente, poiché la strada della cultura e della bellezza si configurano come antidoti alla separazione, alla discriminazione, a un nuovo oscurantismo che si afferma in questa fase storica. Nel disco, i Radicanto incontrano il Sud Italia, anzi i molti Sud, di ieri e di oggi, con musica preziosa e meticcia, tracciando una mappa sonora ricca di spunti e suggestioni, che scaturiscono dalla ricchezza delle culture popolari meridionali. Ne abbiamo parlato con Giuseppe De Trizio, fondatore, frontman, affaccendatissimo compositore e arrangiatore dell’ensemble barese.

Qual è il denominatore comune della storia musicale di Radicanto? 
L’esercizio del pensiero storico, attraverso l’indagine della musica d’autore e popolare. La storia non smetterà mai di insegnarci il futuro: questa la “missione” dei Radicanto, ovvero  quella di dare nuova vita alla tradizione in equilibrio tra passato, presente e futuro. Il neologismo nasce dalla voglia di studiare e riproporre in chiave d’autore le “radici del canto ovvero i canti delle radici”, la nostra vocazione è attraversare il tempo grande della storia guardandola in punta di piedi, cercando prospettive e suggestioni eterogenee. Ciò che ci affascina della tradizione popolare, da cui le nostre ricerche partono, è la capacità di custodire la memoria. In particolar modo, siamo attratti dalla forma canzone. La nostra poetica però non riguarda solo la musica ma si nutre e si rivela anche nel teatro, nel cinema e nella composizione di colonne sonore per la TV. La nostra musica, quindi, diviene un “pretesto per dire”. 

Come mai l’espressione “Indie di quaggiù” è diventata il titolo dell’album? 
Questo nuovo lavoro discografico ci ha condotto a immaginare un autentico viaggio sonoro che potesse, attraverso l'archetipo del racconto, tenere per mano la storia, consapevoli che saremo sempre il sud di qualcuno come uno stato d’animo, una traccia di vita e nello specchio dell’altro poter riconoscere se stessi e le proprie vestigia. Alla fine del XVI secolo, i Gesuiti iniziarono il loro lavoro di “missione” in Europa. A quel tempo, come oggi, nelle contrade europee convivevano riti magici e pagani ma anche confessioni altre come quelle musulmana, ebraica, nonché la nuova cristianità: calvinismo e luteranesimo. I gesuiti, sia quelli impegnati nelle Indie vere che in quelle di quaggiù, si scrivevano per condividere le proprie esperienze, partendo dal presupposto che fosse necessario trovare un linguaggio comune con le popolazioni autoctone. Per questo l’arte, la musica in particolare, erano il vettore privilegiato per stabilire un contatto che fosse immediato ed empatico, una nuova grammatica. Nel nostro quotidiano questo messaggio diviene dirompente: la strada della cultura, della bellezza quale antidoto alla separazione, al razzismo, all’assenza di senso civico ad un nuovo oscurantismo che avanza. 
Alla “caccia alle streghe” noi intendiamo opporre l’insegnamento di Gustav Mahler: “coltivare la tradizione vuol dire alimentare un fuoco e non venerare le ceneri”. 

Chi sono oggi i Radicanto? 
Maria Giaquinto alla voce, Giuseppe De Trizio (chitarra classica, mandolino e arrangiamenti), Adolfo La Volpe (chitarra classica, elettrica, oud, chitarra portoghese e saz), Francesco De Palma (percussioni e batteria). A noi, si uniscono Raiz alla voce e Giovanni Chiapparino alla fisarmonica. 

In che misura la voce di Maria Giaquinto ha modificato l’assetto sonoro della band? 
Maria collabora con Radicanto dal 2008. Per quasi un decennio abbiamo lavorato con due voci insieme, con una profonda attenzione alla polifonia ed ai timbri, sia quello maschile che quello femminile. Questo non è il primo CD che incidiamo con la sola voce solista. Era già accaduto in precedenza per “Voci di frontiera”, pubblicato a nome di Maria, nel 2013, dalla III Millennio. Maria è cantante e attrice, allieva del maestro del teatro italiano, Orazio Costa, per mezzo secolo direttore dell’accademia di Arte Drammatica a Roma, con esperienze importanti nella musica antica, dovute al sodalizio con Pino De Vittorio presso la Pietà dei Turchini di Napoli. Ecco, l’avvento di Maria ha segnato un passaggio nella poetica del gruppo, una rinnovata connotazione narrativa e una interpretazione vivida del repertorio. 
Assonanze popolari, antiche, musica colta e profana, si è perfettamente sincretizzata alla caratteristica strumentale dei Radicanto, ovvero creare micro melodie che formano armonia. 

Una cifra canora e compositiva che influisce anche sulla scelta dei repertori? 
Sicuramente visto che, insieme a me, è autrice di alcuni dei brani della band. Inoltre la nostra comune attitudine ad unire le arti, ci porta spesso a misuraci con il teatro musicale, ovvero con l’allestimento scenico di concerti che sanno basarsi sulla narrazione. La sua innata attitudine all'interpretazione, la capacità di fare proprie anche le composizioni di altri autori, ci ha portato a sviluppare delle riedizioni di brani più o meno noti del repertorio italiano. Per questo abbiamo intensificato il nostro interesse verso la musica d'autore.

C’è un tema portante del disco? 
Questo è un vero e proprio concept album, come si faceva negli anni ‘70. Abbiamo scandagliato le regioni del sud Italia (Campania, Calabria, Basilicata) e tutte le province della Puglia, dalla Daunia al Salento, attraverso canti popolari e d’autore, masticando stili musicali e intrecci ritmici tipici del marchio Radicanto. Un viaggio geografico capace di evocare costumi e società. Questo è un disco suonato e cantato in modo da consolare e trovare forza per tutte le mutazioni in divenire. Il viaggio è il tema del disco, la traccia che misura il tempo: antico e contemporaneo mescolati in qualcosa di nuovo. 
La sinestesia Indie-quaggiù: scambiare suoni equivale a passare nell’altro. La musica pervade, arriva dove nient’altro sa arrivare. 

Come avete scelto i brani della scaletta? Avete lavorato su un nucleo di canzoni più ampio? O siete andati direttamente su quei brani? 
Abbiamo selezionato e ascoltato molti brani per poi scegliere questi quattordici affreschi musicali che raccontano di come siamo, una autentica democrazia del pentagramma. L'undicesimo disco, alle soglie dei 25 anni… suonati nella nostra carriera, ci ha offerto la possibilità di cesellare i nostri arrangiamenti, di ottenere un impasto sonoro denso e calibrato, senza sprecare una singola nota, un’opera matura affidata alla voce di Maria Giaquinto che si distende sulle ritmiche di Francesco De Palma e sugli intrecci accordali miei e di Adolfo La Volpe. Preziosa la partecipazione di Raiz, ormai quinto componente della band, intenso nel suo canto dedicato alla rugiada, in due versioni: una soave, l’altra sorprendentemente tribale. Ospiti ai flauti Giorgia Santoro e Gianni Gelao, alla fisarmonica c’è Giovanni Chiapparino. Una storia musicale lunga un quarto di secolo che ci ha consentito di esplorare in lungo e in largo gli anfratti della memoria e della musica d'autore, ma in questo disco c'è qualcosa in più: la forza dell’insieme sonoro. Arrangiamenti che evocano la musica antica ma anche l’improvvisazione, la canzone d'autore (ci sono cover di Domenico Modugno, Matteo Salvatore, Andrea Parodi e Alfio Antico) e accorate canzoni d’autore che si muovono tra l'amore per la città di Bari, le elaborazioni delle voci di
Ferrandina, del Salento, della Sicilia e della Calabria più profonda. 

In “La monachella” e in “Sesamo” sei in veste di autore: ci presenti le due composizioni? 
“Sesamo” è un brano cui sono molto legato, una vera e propria colonna sonora,  il filo che intreccia il Mediterraneo, una melodia che si sparge da costa a costa ed evoca il mio motto: «Sentire la musica, prima di averla ascoltata». “La monachella”, invece, viene da lontano. Il testo è di matrice popolare rinvenuto nella città di Modugno, distante solo pochi chilometri da Bari, la musica è mia. Ricevetti questa poesia dal professor Raffaele Macina, venti anni fa, frutto della sua ricerca sul campo. Era accompagnata, su audio cassetta, dalla vivida voce di una donna anziana. Da qui scelsi di elaborarla e di comporre un brano in equilibrio tra la Puglia e l’Europa dell’Est. Si racconta di una ragazza che viene rinchiusa, contro il suo volere, in Convento per diventare suora. Innamoratasi di un bel giovane che le canta una serenata, si rivolge alla madre e, successivamente, a Dio per potersi liberare da quel luogo e, finalmente, congiungersi con l’amato. 

Invece, “Tikkun Hatal” è scritta con Raiz, con cui avete anche inciso il disco “Neshama”. Di che si tratta? 
La musica è composta da noi due, il testo, invece, è una vera e propria preghiera tratta dalla liturgia ebraica che viene recitata al passaggio tra l’inverno e l’estate, quando si invoca a Dio di benedire la terra con la rugiada. 
Ovviamente si chiede il rinnovarsi delle stagioni, un tempo di raccolta in equilibrio tra uomo e natura. 

“La gatta masciara” è il singolo  di cui è stato realizzato anche un video. Ce la racconti?
Il video de “La Gatta Masciara”, brano composto da Maria Giaquinto, si ispira a una leggenda popolare di Bari Vecchia. Le gatte Masciare erano le donne che si trasformavano, nottetempo, in streghe con fattezze di gatto. Secondo la leggenda si trattava di megere che lanciavano il malocchio, si arrampicavano sui tetti delle case, facevano ammalare i bambini e si trasformavano in terribili gatti neri: da qui il nome di gatte “masciare”. Infine, evocavano il sabba beneventano pronunciando la frase magica: «Sop’ a spine e ssop’a saremìinde / m’agghi’acchià a Millvìinde», che significa: “su spine e su sarmenti, mi troverò a Benevento”). Questa tradizione è profondamente diffusa nel borgo antico di Bari tanto da averci costruito l’omonimo "arco d’la Masciar". Per proteggersi dalle gatte masciare, gli abitanti erano soliti recitare uno scongiuro in cui rinveniamo traccia delle antiche origini pagane. Bisognava farsi innanzi tutto il segno della croce e poi dire: «Driana meste ca va pela vì, degghìa ngondrà Gesù, Gesèppe e Marì», vale a dire: “Maestra Diana che vai par la via, devo incontrare Gesù, Giuseppe e Maria”. Le narrazioni popolari e le confessioni inquisitoriali relative alla capacità di molte streghe di trasformarsi in gatto, si sprecano. L’immagine del gatto è infatti inscindibile, nella mentalità popolare, dalla demonolatria; ogni borgo ha i suoi racconti di gatti sinistri, 
che si aggirano all’ombra di enormi e vetusti alberi o nei pressi di stalle e abitazioni. Da qui l’intento poetico dell'autrice Maria Giaquinto, da sempre dedita alla scrittura originale di canzoni in dialetto barese, ispirate alle antiche tradizioni popolari della città di Bari. Il video clip racchiude la visione di questo racconto in musica. Disegni d’autore animati. Una vera e propria installazione d'arte che ci racconta, in tre minuti, i vividi squarci della città di Bari: la pietra che si affaccia al mare; il ragù che unisce “Sud e Magia”; il pensiero debole e la scaramanzia popolare. Le preziose tavole sono illustrate dalla sapiente penna di Luigia Bressan, perfetta complice della nostra azione poetica, capace di cogliere ogni sospiro e tradurlo in immagine.

Di Matteo Salvatore riprendete “Lu Bene Mio”…
La bicromia del blu e del rosso fanno da filtro visivo ed emozionale al secondo video che abbiamo realizzato, che è “Lu Bene Mio”.  Il brano è una cover di una nota canzone del grande cantastorie Matteo Salvatore e poggia sulla potente interpretazione vocale di Maria Giaquinto, sempre affiancata dal mandolino e dalla mia chitarra classica, il fingerpicking della chitarra elettrica di Adolfo La Volpe e il cajon di Francesco De Palma. Il video è impreziosito da una performance di teatro-danza interamente girata sul palcoscenico del Teatro Traetta di Bitonto, per la direzione del regista Marco Agostinacchio e la sublime messa in scena della danza aerea a cura di Claudia Cavalli, Erica Di Carlo e Roberto Vitelli su coreografie di Vito Cassano per la Compagnia Eleina D. Il brano racconta di una storia d’amore che non ha tempo, una canzone accorata che indaga l’animo umano con la schiettezza
che contraddistingue la poetica di Matteo Salvatore. Gli arrangiamenti sono curati da me e  incastrano le mie corde con i sospiri elettrici di Adolfo La Volpe e le trame percussive di Francesco De Palma. L’intensa interpretazione di Maria Giaquinto rende adamantino questo blues metropolitano in equilibrio tra folk e canzone d’autore di matrice popolare.

Restando in Puglia, un’altra felice interpretazione è “Cori Miu”.
Un canto meraviglioso che Pino De Vittorio ha fatto conoscere a Maria Giaquinto e che è diventato uno dei brani imprescindibili del repertorio di Radicanto. Un canto a distesa, memoria di un sud assolato e pieno di vestigia. Una melodia calda e forte, passionale e delicata al contempo. Semplice e struggente poesia che si fa acqua rigogliosa nei melismi vocali raffinati della sapiente voce di Maria.

Parliamo della tua esperienza nella direzione artistica del Festival “Di Voce in Voce”?
Da dodici anni dirigo “Di Voce in Voce” per l’Associazione Radicanto. La manifestazione è sostenuta dalla Regione Puglia, dai comuni di Bari e Bitonto e conta sul significativo contributo del Consolato onorario d’Italia in Polonia che ospita una parte della programmazione presso la città di Stettino. Sul nostro palco si sono avvicendati musicisti di grande spessore, da Francesco De Gregori a Teresa De Sio, da Ambrogio Sparagna a Raiz, da Lucilla Galeazzi a Pino De Vittorio, per citarne alcuni. Questa rassegna è un’autentica esperienza viscerale. Nasce dal desiderio di ribadire il farsi “di voce in voce” del racconto, come ci insegna Omero nella sua Odissea. 
Con questo intento ci muoviamo, volgendo lo sguardo alla produzione d’autore e popolare. I nostri presidi fondamentali sono l’attitudine acustica dei concerti proposti, l’equilibrio tra tradizione e innovazione, il legame sublime tra musica e teatro, tra letteratura e arte visiva. La voce e le narrazioni della nostra terra sono il vettore di un racconto che non ha fine. La produzione artistica d’autore e popolare, la sperimentazione e l’improvvisazione sanno tenere insieme generi musicali di confine, uniscono artisti e spettatori in un viaggio affascinante e carico di suggestioni. Quest’anno sul palco di “Di Voce in Voce” si alterneranno alcune tra le più belle voci che abbiamo in Puglia al fianco di musicisti di spessore nazionale ed internazionale. La dimensione acustica dei concerti restituirà autenticità alle performance rinnovando la volontà di proporre musica originale e rielaborata con grande eleganza e, soprattutto, proposta in luoghi di pregio come il Teatro Comunale Traetta di Bitonto e l’Auditorium Vallisa di Bari.

Progetti, sogni e idee con Radicanto e oltre?
Sono un musicista e un autore fortunato. Ringrazio la vita per questo. Suono, pratico e sperimento la musica che amo. Nel 2020 saremo impegnati con la realizzazione di molti progetti. Con Radicanto partiremo l’8 di febbraio per il tour teatrale di “Trapunto di stelle”, il nostro omaggio a Domenico Modugno, che portiamo in scena insieme al carismatico Nabil Bey, voce dei Radiodervish. 
Nel mezzo del tour, in marzo, incideremo in Toscana, il nuovo CD del progetto Raiz & Radicanto, con la prestigiosa etichetta discografica Fonè, di Giulio Cesare Ricci. Contemporaneamente lavoreremo alla scrittura, sempre con Raiz e i Radicanto, della colonna sonora originale del nuovo film della regista Giulietta Bandiera. A seguire, lavoreremo al nuovo disco “i Canti de Scola”,  con il cantante-flautista fiorentino Enrico Fink, con cui abbiamo iniziato da qualche anno una feconda collaborazione. Per la stagione teatrale dei ragazzi, debutteremo in marzo, con lo spettacolo “Cenerentole dal mondo”, a cura della nostra attrice e cantante Maria Giaquinto: produzione Radicanto, distribuzione Teatro Pubblico Pugliese. Attualmente, invece, sono alle prese con l’incisione di un nuovo lavoro discografico con la sorprendente cantante italo-argentina, Sarita Schena. Sto realizzando il mio sogno di completare un viaggio sonoro nell’adamantina musica d’autore e popolare del Sudamerica. Dal 5 aprile, a Roma presso l’Altrove Teatro, riprenderemo le repliche dello spettacolo sul ’68 “Ma che colpa abbiamo noi”, con l’attrice-cantante Chiara Casarico. Insomma, un anno colmo di gioia e musica che si concluderà con la nuova edizione del nostro festival “Di Voce in Voce”. Per il futuro ho desiderio di realizzare il mio secondo album solista e di omaggiare due grandi della nostra musica: il maestro De Simone riproponendo i brani del suo splendido album “Io Narciso io”, del 1977 e, non per ultimo, una monografia sul grande Enzo Del Re. Due autori immensi e, soprattutto sempre attuali e necessari per questo tempo di nostra vita.




Radicanto – Le Indie di Quaggiù (Area Live/Puglia Sounds, 2019)
Una ricerca sonora che entra nel cuore della forma canzone segna da sempre la vita artistica della band barese guidata da Giuseppe De Trizio (chitarra classica, mandolino e arrangiamenti). La propensione al racconto porta Radicanto a percorre le strade musicali del Sud Italia, costruendo una sorta di suite meridiana, risignificando l’espressione dei gesuiti (“Le Indie di Quaggiù”) come viatico per l’incontro con l’altro. Accanto al compositore barese, sono Maria Giaquinto (canto), Adolfo La Volpe (chitarra classica, elettrica, oud, chitarra portoghese e saz), Francesco De Palma (percussioni e batteria). I collaboratori sono Raiz (voce), Giorgia Santoro (flauti), Gianni Gelao (piva emiliana e flauti), Giovanni Chiapparino (fisarmonica). Il canto di tradizione “Fronni D’Alija” e “La Fortuna” sono due delizie poste una dopo l’altra a principiare l’album: il canto narrativo in versione materana presenta inusitati incisi progressive di chitarra elettrica, mentre il secondo, un tradizionale salentino di Cànnole, rielaborato da De Trizio, è davvero toccante grazie al colore timbrico della Giaquinto. “Lu bene mio” di Matteo Salvatore è un canto d’amore e di sofferenza che non può non colorarsi di note blues e si impone all’attenzione anche per la vibrante interpretazione vocale della cantante. Un altro omaggio a un autore contemporaneo è “Soneanema”, composto dall’indimenticato Andrea Parodi su musica di Rodolfo Maltese, storico chitarrista del Banco del Mutuo Soccorso. Cambiando regione, da un altro immenso musicista del sud, Alfio Antico, è ripresa la neo-villanella “Silenziu d’amuri”, impreziosita dal flauto dolce contralto di Gianni Gelao. “Lu Pisci Spada” di Modugno, riletto con incisi andalusi e con dentro la fisarmonica, che ben sottolinea la vocalità teatrale di Maria, smarrisce, tuttavia, la drammaticità della versione originale di Mimmo Modugno. Musicalmente “La Monachella” si fa forte della raffinata scrittura strumentale di De Trizio collocata su una lirica popolare rinvenuta nel barese il cui arrangiamento, a tratti, guarda dall’altro versante adriatico. Segue una coppia di temi tradizionali; il primo, “La Pizzitana”, in realtà è un testo calabrese di Pizzo Calabro sposato alla melodia di un sunettë garganico, il secondo, “Cori Miu” è un motivo dell’Alto Salento, un canto a distesa dalla melodia delicata ma ricca di pathos, al quale Maria dà la giusta voce. Oltre, ci porta sulla sponda sud del Mediterraneo la preghiera ebraica “Tikku Hatal”, cantata da Raiz, che ne è anche l’autore (il brano ritorna in fondo all’album come reprise). Di voce in voce, ecco l’originale “La Gatta Masciara”, scritta e cantata da Maria Giaquinto che ci riporta nei meandri delle credenze popolari baresi, proseguendo una ricerca nelle leggende cittadine già intrapresa nel precedente disco “Memorie di sale”. Il timbro caldo dell’oud apre la splendida “La procidana”, ripresa dal repertorio dell’immensa Concetta Barra. Si passa, poi, a “Sesamo”, strumentale composto dal chitarrista e frontman del gruppo, elegante intreccio di rotte musicali. È sempre un piacere ritrovarsi in compagnia di Radicanto in una piazza del Mediterraneo.


Ciro De Rosa

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