Sara Marini – Torrendeadomo. Ritorno a casa (RadiciMusic, 2019)

Sara Marini ci trascina dentro uno scenario interessante perché insolito. Il punto di partenza – come lei stessa ci spiega nelle note di questo ottimo “Torrendeadomo. Ritorno a casa”, curatissimo nelle voci e nei suoni – è la connessione tra Sardegna e Umbria. Due “isole” per certi aspetti speculari, guardandole dalla prospettiva di Sara: “la Sardegna circondata dal mare, sensazione di infinito e di apertura totale verso l’ignoto, e l’Umbria, ‘isola’ circondata dai monti che si ergono solitari, come a proteggerla”. Insomma, un’idea tutt’altro che scontata, articolata con discrezione e determinazione, soprattutto grazie alla presenza (non solo come strumentisti) di artisti straordinari che, insieme alla Marini, riescono a esprimere con equilibrio e coerenza gli elementi più affascinanti di questi “due mondi ancestrali lontani, in cui inevitabilmente si fondono l’arcaico e il contemporaneo”. Noi ascoltatori non possiamo che riconoscere a questa cantante sopraffina di origini eugubine il merito di aver suggerito una nuova “visione” musicale e, insieme, geo-culturale (passiamoci il termine a favore di una sintesi volutamente pragmatica), articolandola in modo eccellente dentro uno spazio ricchissimo di suoni e parole. Uno spazio che sembra non definito fino in fondo. E come potrebbe essere altrimenti? Siamo in una dimensione piacevolmente astratta, in cui gli idiomi si modellano sui contenuti, in cui ci viene chiesto di allungare il collo oltre le siepi per ammirare la forza di un orizzonte estremo e scomposto. Tutto vale e tutto può essere riconsiderato, come la poesia ci dice. Al punto che, dalla dimensione del viaggio tra le due “isole” – un viaggio che noi sappiamo reale e immaginario allo stesso tempo – si può approdare a un’estensione estrema dello spostamento, della dinamica dell’incontro e della separazione. Ce lo dice la Marini in “Terra Nuova”, terzo brano in scaletta, decretando, poco dopo l’inizio del viaggio, la forza delle immagini che evocano canti e suoni: “Voglio essere senza radici”. A questo punto lo spazio ci sembra più una prospettiva di indagine e di “traduzione”, dove l’interpretazione procede (accortamente) per doppi. Così, come in un gioco di specchi, i linguaggi si riflettono l’uno nell’altro (“Una rundine in sas aèras” e “Solo ‘nna vita”, cantate rispettivamente in sardo e in una variante dialettale umbra) e la narrazione musicale diviene il riferimento principale, assoluto. D’altronde la morbidezza di tutti i brani, la profondità e la cura con cui la voce di Sara Marini interpreta le parole, la precisione certosina degli strumenti che accompagnano il canto, ci vogliono portare proprio lì: oltre il tempo (non solo oltre lo spazio), attraverso un racconto che assume senza forzature i tratti dell’epica, estremamente permeabile ma priva di contraddizioni. In questa dimensione cullante, ogni brano sorregge un tassello della metafora, poggiando su fraseggi musicali equilibrati e, in generale, su arrangiamenti e interpretazioni sonore e timbriche perfette. Il merito è (ancora) dell’idea. Ma, a un’analisi più profonda, va anche ascritto ai soggetti che partecipano al progetto, cioè ai musicisti che curano anche gli arrangiamenti dei brani, i quali riescono a rappresentarne musicalmente integrità, forza e tensione astrattiva: Goffredo Degli Esposti (zampogna, kaval, flauto doppio, buttafuoco), Francesco Savoretti (percussioni mediterranee), Paolo Ceccarelli (chitarre), Monica Neri (organetto). Tra i brani migliori segnaliamo “Bellezza perfetta”, “E me ne voglio andare” e “Bentu lentu”. Brani che, tesi e pacati allo stesso tempo, profondi, cadenzati e densi, possono considerarsi paradigmatici degli andamenti musicali dell’album. A questo paradigma, nello spazio duale della narrativa di “Torrendeadomo. Ritorno a casa”, fa da necessario contrappunto “Michelina”: armoniosa, delicata, quasi sussurrata. 


Daniele Cestellini

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