Jim Moray – The Outlander (Managed Decline, 2019)

Della folta compagine di esponenti della canzone folk britannica impostisi a partire dagli anni Duemila, Jim Moray (classe 1981, jimmoray.co.uk) si è mostrato uno degli artisti meno convenzionali e più propensi ad ammantare di nuove sonorità le ballate tradizionali, infondendovi elementi punk, rock, trip hop, dubstep e grime: una carriera già formidabile per quello che ormai considerate un campione della balladry. Per contro, l’orizzonte compositivo del suo nuovo album “The Outlander” richiama nello spirito le generazioni di precedenti paladini del revival folk, a partire da nomi chiave come Martin Carthy e Nic Jones, e si configura come una sorta di ritorno alle fonti. Intervistato da folkradio.co.uk, Moray rivela: «Volevo fare un disco con una tavolozza più limitata e un po’ meno iperattivo. Penso che i miei dischi a volte abbiano sofferto di un surplus di idee […] Volevo fare qualcosa che fosse più la somma delle mie influenze; questa è la musica che mi piace». Le dieci songs del settimo album del folksinger del Cheshire sono tradizionali, alcune davvero celebri. Domanderete dove risieda l’appeal o la novità di questo disco che, sia detto subito, è splendido e largamente consigliato. Parliamo anzitutto della qualità fonica dell’album, che risulta davvero eccellente. Per l’occasione, Moray imbraccia una Epiphone Triumph del 1949, una chitarra che racconta di aver acquistato da un ex-tassista di Liverpool, uno strumento vintage, adatto soprattutto al repertorio blues. Per restare in epoca pre-rock’n’roll Moray suona anche una Gibson L50 del 1950, mentre è nuova di zecca la Atkin OM37 (le accordature usate sono CGCGCD e CGCFCD). Jim suona pure minimoog, concertina e piano. Ci sono, poi, i collaboratori di rango che si è scelto, a incominciare dal notevole violinista ex-Bellowhead Sam Sweeney e dalla voce di Josienne Clarke. Gli altri sono Jack Rutter (chitarra acustica e cori, autore dello Yorkshire titolare di “Gold of Scear and Shale”, un disco di tutto rispetto), Nick Hart (concertina e melodeon, di cui converrà ascoltare il suo “Sings Nine English Folk Songs”), Matt Downer (contrabbasso), Tom Moore (violino e viola), Suzi Gage (cori) e Rory Scammell (ghironda). Apre l’album “Lord Ellenwater”, raccolta ad inizio ‘900 da Ralph Vaughan, non certo una ballata a lieto fine come pure la successiva “Bold Lovell”, dall’incedere sostenuto, in cui il violino si prende un ruolo di primo piano e Moray dà prova delle sue valenti doti canore e interpretative - la sua grana vocale è divenuta più scura con il passare degli anni - in una rivisitazione che sa immergersi appieno nell’essenza narrativa delle ballad. Una deliziosa e pure un po’ malinconica concertina accompagna il canto in “When This Old Hat Was New”, appresa dalla versione registrata su disco da Chris Foster. Esemplare il duetto con Josienne Clarke in “Lord Gregory”, uno dei numeri di punta del disco, che Jim dice di aver appreso quasi per osmosi dalle registrazioni di Maddy Prior e Kathryn Roberts. Però, ha aggiunto dei nuovi versi da altre versioni (“The Lass of Loch Royal” e “The Lass of Aughrim”) per completare una storia che alla fine gli sembrava rimanere incompleta. Proviene dal repertorio di Ewan McColl un altro classico come “The Bramble Briar”, anch’essa una storia di violenza e morte. “Jack Tar” è ripresa nella versione cantata da William Nott al folklorista Cecil Sharp nel 1904. La coppia chitarra-violino di stampo old school folk riemerge appieno per quell’altro classicone che è “John Barleycorn”, mentre produce atmosfere folk più levigate “The Isle Of St Helena”, canzone inglese collezionata da Cecil Sharp oltreoceano nel Kentucky nel 1917. L’handclapping percussivo sostiene voce e strumenti nella successiva “Australia”, nella quale si ritrova l’essenzialità della combinazione voce, fiddle e sei corde. Moray ci lascia con un’altra canzone di fama quale “The Leaving Of Liverpool”, guidata dal suo calibrato chitarrismo. “The Outlander” è un disco di sottile bellezza, prodotto da un fine primo attore dell’English folk contemporaneo. 


Ciro De Rosa

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