Guido Festinese, Mare Faber. Le storie di Crêuza de mä, Galata, 2019, pp.144, Euro 15,00

Di pubblicazioni a vario titolo su Fabrizio De André, agiografiche e memorialistiche, se ne contano a iosa, segnate da un vero e proprio culto post-mortem del cantautore genovese. Però, poche sono le proposte editoriali che si muovono nel campo dell’analisi musicologica e della ricerca, adottando la metodologia degli studi di popular music. Lontano dal brandire il santino deandreano, Guido Festinese pubblica un saggio che porta davvero qualcosa di nuovo, non soltanto perché discorre della genesi di “Crêuza de mä”, ma perché allarga lo sguardo alla musica ante e post il capolavoro creato da Fabrizio De André e da Mauro Pagani, che nell’anno appena trascorso ha festeggiato i trentacinque anni dalla realizzazione. La copertina con i ciottoli policromi, levigati e smussati dal mare riporta alla mente le parole di Pedrag Matvejevic, cantore dell’ordito di flussi comunicativi del Mediterraneo, e ben simboleggia i tasselli del composito mosaico musicale che l’autore ricompone con pazienza, lucidità, attenzione e cura. Festinese, giornalista professionista, già direttore responsabile di “World Music Magazine”, docente di storia ed estetiche delle musiche afroamericane, è penna fine e autorevole. Qui, percorre le rotte musicali del mare nostrum, partendo con riconoscere che “Crêuza de mä” esemplifica appieno l’idea di “invenzione della tradizione”, così come una creazione è stessa la categoria di “musica mediterranea”, largamente usata tanto nelle cronache giornalistiche quanto nell’autorappresentazione degli artisti. Dopo aver presentato, nel primo capitolo, la cornice interpretativa, riprendendo l’ipotesi di Bruno Nettl, fatta propria anche da Iain Chambers, del Mediterraneo musicale come “unità nella differenza, Festinese focalizza l’attenzione sulle produzioni discografiche italiane - assai note o molto meno - che nell’arco temporale, tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta del Novecento, si sono orientate verso una ricerca che ha incrociato spunti etnomusicologici, forme jazzistiche e rock progressivo: Canzoniere del Lazio, Gruppo Folk Internazionale, Aktuala e poi ancora Zeit, Futuro Antico, Telaio Magnetico, I.O. Son Group, Maad fino agli Area. Si tratta di passaggi ineludibili, se si vuole comprendere una fase fortemente creativa della popular music italiana, senza privarsi di uno sguardo più ampio che faccia i conti con ciò che andava maturando altrove in Europa. La tappa successiva del lavoro del giornalista genovese è la ricostruzione della vicenda artistica di Mauro Pagani e di altri musicisti (per esempio il Carlo Siliotto di “Ondina”, ma non è il solo) che passa per il disco solista “Mauro Pagani” (1979) e per l’attività del super-gruppo dei Carnascialia. Festinese prepara l’approdo a “Crêuza”, prima mettendo al centro l’immediata precedente fase artistica e culturale di Faber, il quale aveva prodotto dischi per così dire “americani”, poi, raccontando i viaggi reali e immaginari di Pagani, che conducono all’elaborazione di quel sound (pensate al suono del suo bouzouki) che si sostanzierà nel capolavoro scritto a quattro mani con De André. Si entra, dunque, nell’avvincente lavorazione del disco sotto il profilo creativo e produttivo, si analizzano i suoni e i timbri, la ricerca e gli stilemi, i musicisti coinvolti e l’architettura fonica. Con discorso lieve e corposo al contempo si discute, naturalmente, della costruzione della lingua di “Crêuza”: De André ricercava una lingua altra e, dopotutto, se la ritrovò in casa, scegliendo di adottare un genovese “nostalgico”. L’autore naviga con puntualità tra le canzoni della scaletta, spiega il successo internazionale del disco e la sua duratura influenza. Tuttavia, la vicenda della creatura mediterranea di De André e Pagani non finisce con i riscontri positivi di pubblico e critica, perché “Crêuza” diventa protagonista - spiega Festinese - di una “filiazione inversa”. Difatti, se in una certa misura è esito di ricerche nel passato prossimo, il suo sound diventa esso stesso “primum ineludibile cui riferirsi” (p.91). Il disco diventa un classico, configurandosi come punto di riferimento musicale per tanti artisti, il suo titolo guida diviene addirittura simbolo identitario genovese, avvertito come contemporaneo in una Genova animata da vibrante fermento musicale. Parliamo della città, dove ancora oggi risplende il magnifico canto polifonico del trallalero, ma è attiva una pletora di musicisti dalle orecchie fini. Il viaggio di “Mare Faber” si rivolge proprio alla città ligure, passando in rassegna esperienze di ricerca e di produzione musicale debitrici nei confronti del disco della “mulattiera di mare”. Si analizzano i lavori degli Avarta, fondati da Edmondo Romano, artista con le mani in pasta in molti progetti musicali e teatrali, e di Davide Ferrari, altro poliedrico artista (già con Echo Art, oggi direttore del Festival Musicale del Mediterraneo a Genova e leader dell’Orchestra di Piazza Caricamento). Si parla del percorso dell’Orchestra Bailam, nella cui immaginifica rotta mediterranea si avverte ancora l’ombra lunga di “Crêuza” (cfr. “Trallalero Levantìn” di cui Foolk Magazine ha parlato qualche numero fa. C’è spazio, naturalmente, per l’indimenticata Roberta Alloisio, ma anche per Cadira, il duo Pivio-De Scalzi, Vittorio De Scalzi, Rebis e altri artisti e musicisti locali. Oltre la Liguria, si parla di un altro grande come Andrea Parodi, di Mario Brai, musicista di Carloforte, l’enclave linguistica tabarkino-ligure al largo del Sulcis, e dei baresi Radiodervish. Trent’anni dopo, “Crêuza” ha incrociato anche un’altra lingua del Mediterraneo, il napoletano, con il progetto live “Na Strada Miezzo ‘O Mare” ideato da Dario Zigiotto e Annino La Posta. Infine, lo sguardo si allarga al mare di storie indotte dall’album di De André e Pagani: dalla musica si passa alla narrativa e alle immagini fino alla missione di accoglienza e inclusione di Don Andrea Gallo. A fine volume, trovate un’attenta discografia e una densa bibliografia. “Mare Faber” ha il merito di restituirci un’ampia visione su un disco epocale e sulla sua natura mitopoietica: un lavoro capostipite che ha ancora tanto da darci. Da par suo, con scrittura riflessiva e accorta ma agile e coinvolgente, Festinese ci guida in un’emozionante avventura culturale, costruendo uno studio critico dotato anche di una significativa cifra narrativa. www.galataedizioni.it 

Ciro De Rosa

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