Aziza Brahim – Sahari (Glitterbeat, 2019)

Aziza Brahim, voce contemporanea dal Sahara, ritorna con “Sahari”, disco co-prodotto da Ampara Sanchez, leader della band spagnola Amparanoia. Intervista alla cantante saharawi

L’invasione del Sahara Occidentale da parte del Marocco iniziò il 31 dicembre 1975. Centinaia di villaggi nomadi saharawi furono colpiti da una massiccia operazione militare che causa migliaia di vittime. Aziza Brahim è nata il 9 giugno 1976 in un campo profughi saharawi nella regione di Tindouf in Algeria. Qui sua madre trovò rifugio dopo l’occupazione marocchina. Il padre rimase nel Sahara occidentale e lì morì senza che Aziza avesse la possibilità di conoscerlo. Da bambina, Aziza ebbe la possibilità di crescere ascoltando quotidianamente i versi della nonna, El-Jadra Mint Mabruk. Prima dell’esilio aveva dedicato le sue composizioni alla vita nomade e alle tradizioni saharawi. Dopo l’invasione, il centro delle sue creazioni fu la lotta saharawi, divenendo una fonte di ispirazione importante per la resistenza e per la nipote che la accompagnava alle letture pubbliche e che motivò ad imparare e creare musica. La stessa passione per la musica Aziza Brahim l’ha trasmessa in seguito alle due figlie e al figlio. Fra gli undici e i vent’anni Aziza ha avuto la possibilità di studiare a Cuba. In seguito ha optato per vivere a Barcellona. Insieme a musicisti del Sahara Occidentale, della Spagna, della Colombia, del Senegal, ha dato vita nel 2007 al gruppo Gulili Mankoo, incontro fra musiche africane, blues e rock. Un EP, "Mi Canto" (2008) al loro attivo. Dal 2009 collabora anche con il gruppo basco Oreka Tx, con cui è stata più volte in tour, soprattutto in Spagna ed in Francia. Dopo una colonna sonora, “Wilaya” (2011), nel 2012 pubblica il suo primo album, cantando nella sua lingua madre, hassaniya, e lo chiama "Mabruk", in omaggio a sua nonna di cui interpreta alcune poesie. 
Nel 2013 comincia a collaborare con l’etichetta Glitterbeat  e privilegia per il nuovo album, “Soutak” (“La tua voce”), la dimensione  acustica, cominciando a farsi conoscere in Europa. L’album scala le classifiche della World Music Charts Europe (WMCE) fra marzo e maggio 2014, forte di arrangiamenti che amalgamano le sonorità saharawi  con quelle maliane, cubane, spagnole. Due anni dopo, sceglie un approccio maggiormente blues per l’album  “Abbar el Hamada” (Attraverso l’Hamada), uno sguardo sul territorio desertico al confine tra Algeria e Sahara occidentale che ospita campi di rifugiati in cui vivono decine di migliaia di saharawi. I testi raccontano, anche in spagnolo, le loro inquietudini, la ricerca di una pace sempre meno a portata di mano, i muri che affliggono quella parte dell’Africa. I campi di rifugiati, nel Sahara e nel mondo restano la fonte di ispirazione principale di Aziza Brahim anche per il nuovo album “Sahari”: «Voglio denunciare le condizioni di vita estreme in cui vivono e l’enorme ingiustizia che subiscono i rifugiati saharawi cui viene impedito di poter tornare a casa», ha raccontato recentemente Brahim a “Pan African Music”, descrivendo i propri brani come «un tentativo di catturare i sentimenti di nostalgia degli anziani per la terra che gli è stata portata via e per la loro vita passata nei luoghi di origine. Ma so che questo non riguarda solo noi; sono 70 milioni oggi le persone sfollate nel mondo, 26 milioni di loro rifugiati». Siamo partiti da queste considerazioni per chiederle di raccontarci il suo lavoro. 

Hai scelto di produrre in prima persona il nuovo album: come si è svolto il lavoro produttivo? Con quali affinità e differenze rispetto a “Mabruk” che hai prodotto nel 2012? In che modo registrare in studio ha influito sul processo e sul risultato finale? 
La produzione di “Sahari” ha comportato un lavoro molto intenso e molto gratificante. Rispetto a “Mabruk” sono più le differenze che le affinità. “Sahari” ha potuto contare su un lavoro previo di pre-produzione curato da Amparo Sánchez che ha introdotto nelle nostre canzoni nuove sonorità (basi elettroniche, tastiere, sassofoni). Da sempre ammiro il lavoro di Amparo e da quando l’ho conosciuta di persona cercavamo occasioni per collaborare. Quando è venuto il momento di dare una veste sonora al nuovo album ho pensato a lei ed ha accettato di lavorare alla fase di pre-produzione. 
Ci siamo trovate molto bene a lavorare insieme, sia con i musicisti che ci ha proposto, sia con i musicisti del mio gruppo. Sa come dar vita ad un ambiente di lavoro serio e divertente allo stesso tempo, facendo fluire creatività e risate. Ha portato grandi idee che hanno influito positivamente sul suono di “Sahari”. Io mi sono presa cura della produzione operando sulle tracce registrate nei vari sia dai musicisti del mio gruppo, sia da musicisti che hanno collaborato alla pre-produzione con Amparo. Ho potuto esplorare un ventaglio di opzioni perché abbiamo registrato moltissimo materiale per questo album. Tutto il lavoro precedente mi ha permesso di trovare per ogni canzone il suono che davvero stavo cercando, aiutata in fase di missaggio dal bravissimo Marc Tena. Finora ho sempre registrato tutti gli album in studio, ma le precedenti sedute per l’etichetta Glitterbeat hanno sempre avuto un carattere di concerto con la registrazione in presa diretta di tutti i musicisti. Questa volta, invece, abbiamo registrato individualmente ogni musicista, ad ognuno abbiamo assegnato una traccia diversa.

Nell’album si ascoltano versi scritti da Zaim Alal: cosa raccontano? E quali sono i temi delle canzoni scelte per l’album?
I versi di “Ard el Hub”, la poesia di Zaim Alal, sono riprodotti e tradotti nel libretto di “Sahari” e sta a ciascun ascoltatore capirli da sé senza l’aiuto di spiegazioni ulteriori da parte nostra. Il tema è quello dell’esilio. Si tratta di una voce che evoca la propria terra, da un luogo lontano. L’esilio è uno dei temi che ricorrono nell’arco di tutto l’album, è presente in varie canzoni. Ma cantiamo anche il
ricordo, l’oblio, il dramma dei rifugiati, la condizione e le rivendicazioni del mio popolo dopo oltre quaranta anni di occupazione illegale, di resistenza e diaspora. 

In che modo è rintracciabile una continuità fra il tuo modo di cantare, quello di tua madre e quello di fare poesia di tua nonna El-Jadra Mint Mabruk?
La continuità sta nel tramandare le loro inquietudini artistiche e nel mio modo di affrontarle a partire dalla mia sensibilità attuale. Nel recitare le sue poesie mia nonna si rifaceva all’epica, alle composizioni che narrano episodi storici che ha vissuto da vicino. La mia preferenza va piuttosto alla lirica senza rinunciare a raccontare la realtà che mi circonda.

Con quale formazione presenti la tua musica dal vivo? Ci sono differenze fra le registrazioni e gli arrangiamenti per i concerti?
Nei concerti suoniamo in quartetto: io canto e suono il tabal (tamburo tradizionale Saharawi), e mi accompagnano chitarra elettrica, basso, batteria e percussioni. La mia idea è mettere in scena le nuove canzoni senza la componente elettronica: quindi sì, ci saranno notevoli differenze fra le registrazioni e la loro proposta dal vivo. Ma già dal prossimo anno potrò recuperare anche la voce di mia sorella Badra nel gruppo.

Ti sei sempre mostrata aperta alle collaborazioni con altri artisti: cosa hai in serbo per il futuro?
Sì, spero di potervi far ascoltare presto una nuova collaborazione con il mio gruppo basco preferito Oreka TX. Nel futuro ci saranno nuove collaborazioni, ma per il momento non posso ancora svelarle.

In che modo il tuo lavoro musicale è legato alle lotte del popolo saharawi?
Il mio lavoro musicale cerca di richiamare l’attenzione internazionale sulle ingiustizie che vive il mio popolo. Mi accontenterei che le mie canzoni piacessero ai miei compatrioti, ma se riuscissero a dare animo e la forza quotidiana per resistere e continuare a rivendicare la propria soggettività ed orgoglio storico, sarei davvero soddisfatta del lavoro realizzato. Ma risolvere il conflitto, in realtà, è compito dei politici.


Aziza Brahim – Sahari (Glitterbeat, 2019)
#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

“Cuatro proverbios” apre il nuovo album e ci accoglie con voci e percussioni che, in hassaniya, cantano quattro semplici verità della resistenza saharawi: «le parole sono due: una guerra, l’altra pace; la guerra la vuole solo chi non la conosce; dialoghiamo per arrivare ad una conclusione; non si scherza con la pace». Ora che ci siamo sintonizzati, possiamo cominciare ad ascoltare il gruppo al completo. “Sahari” introduce i musicisti uno alla volta: la voce di Aziza Brahim che canta i deserti, il desiderio di armonia e di libertà, e subito, a sostenerla con l’accompagnamento acustico e a dialogare con fraseggi elettrici le chitarre di Ignasi Cussó, compagno di avventure fin dal 2012 che Brahim ha introdotto alle sonorità tuareg di Bombino e Tinariwen. Sia il bassista Guillem Aguilar, sia il percussionista Aleix Tobias, sono musicisti a loro agio in contesti diversi ed, in particolare, quando si tratta di poliritmi di matrice africana: una band catalana che coltiva un proprio sguardo e una propria sensibilità per entrambe le sponde del Mediterraneo. Il testo del terzo brano, “Hada Jil”, dedicato alle lotte dei giovani saharawi, è stampato su una foto che vede quattro bambini seduti su un muretto mentre osservano l’orizzonte, ben oltre la rete di recinzione ben visibile vicino a loro, a tagliare in due il territorio.  È una foto da “leggere” insieme a quella della copertina dell’album: in primo piano, una giovanissima ballerina saharawi, in tutù bianco, accenna ad un passo di danza; i suoi piedi non poggiano sul pavimento di un teatro o uno studio per la danza, ma sulla sabbia del deserto, davanti alle costruzioni in muratura e in telo di un campo per rifugiati. Il cielo azzurro riempie la metà superiore della foto, dà corpo al desiderio di bellezza e alle aspirazioni di questa gioventù. La stessa foto accompagna il video che presenta l’album attraverso Youtube, “Leil”, la notte, brano emblematico del disco, con un incipit acustico su cui si inseriscono gradualmente gli altri strumenti a celebrare la madre del tempo, il danzare nell’oscurità al suono delle chitarre, delle percussioni, degli ezgarit – il trillo vocale, che è anche il contributo vocale al disco di Badra, sorella di Aziza Brahim. 
Fra i dieci brani spicca “Ard El Hub”, un brano che comincia con tastiere e percussioni a dar forma ad un corpo sonoro statico, alla pesantezza che accompagna il constatare l’impossibilità del ritorno in patria. Per questa canzone Aziza Brahim ha voluto mettere in musica un testo di Zaim Alal, poeta saharawi che ha scritto questi versi per lei in un campo per rifugiati. Chiude l’album “Ahlami” che nomina uno per uno i luoghi della geografia saharawi e ritorna alle atmosfere acustiche della prima canzone per raccontare il sogno come il luogo dove si possano incontrare i diversi modi del dar senso alla vita.



Alessio Surian

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