Visa For Music, Rabat, Marocco, 20-23 novembre 2019

Siti & The Band
Inventata sei anni fa, Visa for Music ha preso la forma di Expo nel quale convengono addetti ai lavori (artisti, agenzie di booking, direttori artistici di festival, giornalisti) e appassionati, che giungono nella vivace capitale del Marocco per questa messa a sistema dei bacini musicali dell’Africa e del Medioriente. Dimensione non pressante, se la si paragona alla corazzata macchina professionale e finanziaria del WOMEX, pochi gli stand operati dai professional, ma ciò che cambia e colpisce è l’angolazione con cui osservare il mercato delle produzioni musicali di un mondo non eurocentrico. E poi Visa è un’iniziativa ancora giovane, a cui augurare una presenza sempre maggiore delle realtà culturali del grande continente. C’è la grande voglia di costruire connessioni attraverso incontri informali, speed-meeting, laboratori e le diverse conferenze che si sono succedute nella Villa des Arts, all’Istituto Cervantes e a Palais Tazi che hanno toccato diverse tematiche, tra le quali il ruolo della musica come motore di sviluppo duraturo, il ruolo dei giovani nei processi di sviluppo culturale, la presenza femminile nell’industria musicale e il nesso tra cultura e pace sociale. Palais Tazi ha ospitato la fiera e molti showcase, ma anche session improvvisate e sfilate di tamburi nel suo giardino, luogo privilegiato dove avere colloqui informali o incontrare musicisti durante il giorno, sorseggiando un immancabile the alla menta comodamente seduto sotto una tenda. 
Palais Tazi
Di quanto Visa for Music sia importante come volano di sviluppo culturale abbiamo già parlato nelle nostre pagine nell’intervista con il direttore artistico Brahim El Mazned, il quale ha annunciato che Visa for Music intende ancor più aprirsi, integrando nella programmazione artisti caraibici, organizzando incontri nelle principali città africane e implementare la collaborazione con i Paesi anglofoni e lusofoni dell’Africa. L’offerta concertistica è stata distribuita tra l’elegante Palais Tazi, la Sala e il Club del Cinema Renaissance e il notevole Teatro Nazionale Mohammed V. Proprio quest’ultimo ha ospitato la serata inaugurale (20 novembre) tutta al femminile (il video di Admiche World Picture vi restituirà un po’ il feeling dell’inaugurazione di VFM). Protagoniste sono state la veterana della world music Natacha Atlas con la sua nuova proposta jazz-oriented non proprio smagliante (anche per le traversie di viaggio del suo gruppo), la travolgente franco-angolana Lucia de Carvalho, già nota al pubblico italiano, la mozambicana Isabel Novella e le marocchine Jaylann e, soprattutto, Soukaina Fahsi, ispirata dai suoni classici e dalle melodie popolari della sua terra che fonde con i suoni globali. Tra i brani che ha interpretato c’è stato anche “Kharboucha”, proveniente dal repertorio dell’Aïta. Quattro artisti si sono segnalati, in particolare, nella seconda serata della kermesse. 
Namgar
Anzitutto, i Dendri, progetto del percussionista Mohamed Khachneoui, dove la ritualità afro-tunisina dello stambeli incontra rock e jazz. Non meno interessante il tarabi-fusion acustico proposto dal quintetto di Zanzibar Siti & the Band, capitanato dalla chiara vocalità di Siti Amina (“Fusing the Roots” è il loro primo album, da tenere in considerazione e di cui potete ascoltare qui un estratto). Apprezzata anche la chitarrista algerina Samira Brahmia che si è presentata in compagnia di due connazionali, strumentisti di punta quali il batterista Karim Ziad e il bassista Youcef Boukella. Tuttavia, a raccogliere larghi consensi sia del pubblico locale che degli addetti ai lavori è stato lo showcase dei Bab L’Bluz, gruppo nato a Marrakech nel 2016, quartetto di forte impatto, con in bella vista il pulsare incessante del guembri e la forza della chanteuse Yousra Mansour. La band ingloba ritmi contemporanei (blues, funk e chaabi) sulla struttura ritmica gnawa (in attesa del loro album d’esordio in primavera, assaggiateli qui). La terza giornata di concerti di Visa (22 novembre) è stata aperta dalle coreane The Tune. Il quintetto femminile (piano, canto, haeguem, percussioni tradizionali, piri e taepyungso) si proietta in una dimensione che galleggia tra reminiscenze musicali sciamaniche coreane e istanze improvvisative, jazz e soul, dimostrando la grande fertilità che domina la scena musicale nu trad del Paese asiatico. 
The Tune
Il vento tuareg si è affacciato con il sound di marca rock dei maliani Kader Tarhanine (il loro album “Ikewan” lo ascoltate per intero qui). Intendiamoci, niente di nuovo sotto il sole, se già vi adagiate nel fluido chitarristico di band come Tinariwen e i loro derivati: ma che tiro sul palco questi Kader Tarhanine, gente! Pubblico locale ancora in visibilio per il celebe cantante marocchino Hamid Bouchnak al Palais Tazi. Invece, più raccolta la dimensione dei Forzan Sakia El Hamra, che provano a modernizzare con dolce densità la tradizione sahrawi. Diversamente, hanno un piglio decisamente rock i Grey Stars, sestetto belga-marocchino. Pure multinazionale è l’efficace quintetto Qalam & Adil Smaali (voci, guembri, fifre, cister, violino, percussioni), dove gli stili gnawa e berberi si impregnano di stilemi danzerecci bretoni e del sud occitano. Virtuosismo folk-latin-jazz per Yone Rodriguez, strumentista di talento di Gran Canaria, classe 1987, virtuoso del piccolo cordofono timple. La proposta concertistica dell’Expo non si rivolge solo agli operatori di settore, ma è aperta al pubblico locale piuttosto variegato accorso soprattutto ad ascoltare gli artisti marocchini, In tal senso, ad infiammare la platea giovanile (fin troppo numerosa e magari perfino in eccesso rispetto alla capienza) al Cinema Renaissance sono stati i musicisti hip hop della scena urbana marocchina. 
Kader Tarhanine
Non riusciamo a stare dietro a tutta la foltissima proposta locale, che per la giornata conclusiva di sabato 23 ha annoverato un bel carnet di artisti, tra cui Aziz Ouzouss, i Vala Wind, Nessyou e Lazywell. Sempre nel corso della serata è stato attribuito un riconoscimento al danzatore e coreografo Melaku Belay, direttore del Centro Culturale Fendika di Addis Abeba (fendika.org) per la sua poliedrica attività culturale nel club della capitale etiopica. Per chi ha deciso di seguire la maggior parte dei concerti si è trattato di un notevole tour de force tra i quattro venue della manifestazione. Ad aprire le danze al pomeriggio gli Araw N Fazaz, gruppo amazigh guidato dall’oudista francese Léo Fabre-Cartier, che ha incontrato a Kenitra Younes Baami, giovane virtuoso del cordofono loutar. Da questo sodalizio è nato il gruppo, che si avvale di violino, tamburi a cornice e canto di struttura responsoriale. Il loro è stato un set davvero di forte intensità emotiva. Arab-fusion per il tecnicamente dotatissimo quartetto Majaz (chitarra, batteria, violoncello e basso elettrico) originario del Bahrein (il loro nome significa metafora), di scena nella cornice teatrale che esalta la loro eleganza acustica, mentre dallo Zimbabwe, Edith Weutonga, cantante, autrice e bassista di cultura shona ha mostrato di essere un’artista di grande temperamento, nonostante abbia avuto il supporto di una band improvvisata, perché i suoi collaboratori non l’avevano potuta raggiungere in tempo; insomma, un nome da segnare. 
Edith Weutonga
VFM regala altre emozioni dall’Africa, con una band proveniente dall’altra parte del continente. Difatti sono ghanesi i Fra! - il loro nome significa mix in lingua akan - , un combo della capitale Accra, miscela di afropop, indie-rock, che possiede un vigoroso impatto live. Sempre dal West Africa si fa notare Aida Samb, cantante senegalese dalla cifra strumentale neo-tradizionale acustica (tama, kora, ngoni e percussioni), appartenente a una schiatta di griot e già premiata come migliore artista tradizionale dell’Africa Occidentale. Da tutt’altra latitudine ma pure una conoscenza da approfondire sono i Buriati Namgar, con i loro canti di tradizione, che eseguono accompagnati da yatag (la cetra a tredici corde), chanza (un liuto a tre corde), chitarra elettrica e ritmica di basso e batteria. Nondimeno, spendiamo volentieri parole per un altro maghrebino, Ahmed Djamil Ghouli, conosciuto come Djam, algerino di residenza francese, già autore della canzone «Libérez l’Algérie», uno degli inni della rivolta nelle piazze di Algeri, il quale ha offerto un live act di ottima caratura ed espressività musicale decisamente attuale, ripagata dall’acclamazione del folto pubblico accorso nel Teatro Mohammed V per quello che è stato l’ultimo concerto, prima del consueto DJ set notturno al Palais Tazi, che ha visto alle macchine il celebre producer di Casablanca U-Cef, a conclusione di questa vibrante sesta edizione di Visa for Music. 


Ciro De Rosa

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