Tamara Obrovac - TransAdriatic quartet – TransAdriaticum (Alessa Records, 2019)

Compositrice, cantante e flautista istriana, Tamara Obrovac è una pluripremiata artista, personalità di spicco del panorama jazz croato dalla carriera più che ventennale con all’attivo una variegata messe di incisioni discografiche e una fitta attività concertistica. Qui ci occupiamo della sua nuova produzione, realizzata con un nuovo organico, un trio jazz nell’accezione più classica, che comprende il pianoforte dell’eccellente Stefano Battaglia, il contrabbasso dell’efficace e inventivo Salvatore Maiore e la batteria del fido connazionale Krunoslav Levačić, con lei nel Transhistria Ensemble. Obrovac vive il suo territorio di confine intrecciando idiomi, espressioni musicali e riferimenti paesaggistici, per dare corpo a una narrazione di impronta introspettiva, dove far convivere senso della melodia e improvvisazione, stilemi jazzistici, canzone d’autore e innesti folklorici. La centralità della parola cantata e del senso melodico, la ricerca di emozionalità l’hanno condotta a esprimersi in maniera originale nelle lingue e nei dialetti di questa parte di terre adriatiche. Pure, è bello e raffinato il design del booklet del disco, pubblicato dall’etichetta austriaca Alessa Records, di ispirazione ECM, nel quale compaiono scatti dei dipinti del padre Ivan, scomparso poco prima della pubblicazione. In “Muora”, il brano d’apertura, la cantante riplasma i versi del poeta croato Milan Rakovac su una sorta di strega istriana, creatura notturna evocata tradizionalmente come avvertimento punitivo per i capricci dei bambini. Ancora un suo conterraneo, un altro maestro della parola, Vladimir Nazor, è l’ispiratore di “Galiotova Pesan”, in cui si descrivono le tristi sofferenze e la nostalgia di “Ilija”, uno schiavo rematore di una galea veneziana - personaggi intorno a quali si sono sviluppate molte leggende, come ci ha insegnato Predrag Matvejević - che canta del mare, della casa e di sua madre, del sole e del cielo che non rivedrà mai più. Cantata in italiano, “M’hanno ferita” rivela il trasporto generato da versi della scrittrice dolomitica Carmela Ronchi, letti in cima alla Marmolada. Il trio di ispirati strumentisti asseconda con grande equilibrio e qualità timbrica le modulazioni della voce amara, oscura e fascinosa della cantante di Pula, grazie a un’affinità di intenti che sembrerebbe rivelare più lunghe frequentazioni. Da un lato gli interventi esaltano la vocalità, dall’altro si ritagliano un proprio ruolo, come accade, per esempio, in “Afro Blue Istria”, in cui il ciacavo, dialetto istriano-croato, incontra Mongo Santamaria. Attratta dalla struttura melodico-ritmica della composizione, Obrovac ha scritto un testo per rivestire lo standard del percussionista cubano, conosciuto soprattutto nella versione di Coltrane. L’andamento intimista degli oltre nove minuti di “Mriž zvizdami” (“Interstellar”), un canto dedicato alla nonna Ulika, in cui l’amore è concepito come una quinta dimensione che trascende lo spazio e il tempo, contrasta con “Slavuji Piva”, motivo ispirato all’ojkanje, una forma di canto polifonico tradizionale che richiama i paesaggi dell’entroterra dalmata. Di nuovo la lingua italiana per cantare il viaggio del “Grano Turco” dal sud America verso il Levante su un testo della scrittrice istriana Rosanna Turcinovich Giuricin che si combina con la baldanzosa colorazione musicale. Si cambia registro nella delicata trama della ninna nanna “U Dnolu Srca Moga”, mentre l’interiorità espressa in “Suza Sjajna” chiude un disco charmant e profondo, pure ragguardevole per la qualità della produzione e della resa fonica: un lavoro che suscita innegabile interesse per la scrittura e l’interpretazione, merito di strumentisti di primo livello e dell’intensa sensibilità della vocalist. www.tamaraobrovac.com 


Ciro De Rosa

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