Franca Tarantino, Vincenzo Santoro, Il ballo della pizzica pizzica, Itinerarti 2019, pp. 88, Euro 12,00

La riscoperta e rivitalizzazione della tradizione musicale salentina ha determinato il riaccendersi dell’interesse collettivo anche per la pizzica pizzica e, nell’ultimo ventennio, si è assistito ad un vero e proprio processo di re-impadronimento di questo ballo, attraverso studi e ricerche volte essenzialmente a restaurarne la pratica. Tutto ciò ha determinato una sua sorprendente affermazione come una delle forme coreutiche più attrattive e ciò non solo in Italia, dove sono attivi ogni anno corsi, laboratori e stages dedicati ma anche l’estero con la realizzazione di originali progetti di teatro-danza, sia all’interno di percorsi didattici sulle danze della tradizione italiana. Questo processo di valorizzazione di una parte importante del patrimonio immateriale del Salento spinto anche della costante promozione del territorio, si è evoluto inaspettatamente in una vera e propria moda con la conseguenza del generarsi di molteplici criticità sia dal punto di vista didattico, sia da quello delle interazioni (spesso non pienamente riuscite) con altre forme di danza. A ricostruire il percorso di riscoperta, restauro e reinvenzione di questa forma coreutica in relazione alla sua crescente fortuna  è “Il ballo della pizzica pizzica”, prezioso volume firmato dalla ricercatrice e ballerina Franca Tarantino e dal saggista ed operatore culturale Vincenzo Santoro, già autore di numerose pubblicazioni dedicate alla musica tradizionale salentina, tra cui il recente e pregevolissimo “Rito e Passione”. Abbiamo intervistato Franca Tarantino per ripercorrere insieme a lei la genesi dell’opera e le ricerche effettuate in ambito etnocoreutico, senza dimenticare la didattica e il recente documentario realizzato in collaborazione con Karkum Project.

Partiamo da lontano. Ci racconti il tuo percorso di avvicinamento e scoperta della pizzica pizzica?
Ho iniziato ad occuparmi di pizzica pizzica in modo progressivo dal 1990, quando per caso mi sono ritrovata alla “Festa te lu mieru” a Carpignano Salentino (Le). Avendo una storia di emigrazione, quando ho sentito questa musica e visto ballare è nata in me una travolgente voglia di danzare e di riconnettermi alle mie radici. Fino a quel momento non avevo mai visto ballare né ascoltato la pizzica pizzica. In famiglia e con gli amici nei momenti di condivisione, si cantavano le canzoni tradizionali e quelle di Bruno Petrachi, ma il ballo tradizionale era totalmente assente. La mia ricerca inizia dalla mia famiglia e grazie al progressivo diffondersi di concerti dei primi gruppi di riproposta. In quegli anni, frequentavo per lavoro (restauro di dipinti) il paese di Galatina (Le) dove mi sono appassionata alle letture demartiniane sostenuta anche dai miei studi di psicologia. Nel tempo ho costruito un bagaglio di conoscenze e di esperienze anche grazie all’incontro e allo scambio con alcuni ricercatori del settore. Nel 2002 inizia la mia proposta didattica motivata dal desiderio di raccontare una storia più autentica e per contrastare un uso superficiale di una cultura che mi sta a cuore.

Come ha preso vita l’idea di questo nuovo libro con Vincenzo Santoro?
Il libro ha avuto una gestazione complessa. L’idea nasce dal desiderio di lasciare una traccia rispetto ad un lavoro di ricerca e laboratoriale di circa vent’anni con l’obiettivo raccontare l’origine del ballo della pizzica pizzica e di fare chiarezza rispetto alle forme coreutiche salentine (il ballo della festa, la schema, il ballo di terapia). Abbiamo inoltre cercato di descrivere le nuove tendenze espressive sviluppate dall’esplodere della moda della pizzica. Negli anni ho condiviso molti laboratori con Vincenzo Santoro sia a Roma che nel Salento sviluppando un dialogo costante e approfondito sui vari aspetti della cultura salentina.

Quali erano le criticità e le contraddizioni legate alla pratica coreutica della pizzica pizzica da evidenziare e chiarificare?
L’esplosione della moda della pizzica, che possiamo collocare a metà degli anni novanta, avviene dopo una lunga interruzione della pratica coreutica dovuta a vari fattori: al massiccio fenomeno di emigrazione che ha colpito il nostro territorio, a nuovi e più moderni balli che si stavano diffondendo ed infine la pizzica pizzica era anche legata al rito del tarantismo, pratica estinta a partire dagli anni 1980, ma il cui ricordo rievocava un certo disagio perché legato al malessere psicologico. Alcuni gruppi musicali di riproposta primo fra tutti Arakne Mediterranea (Giorgio Di Lecce e Cristina Ria), avevano già proposto la danza sul palco rivisitata e rielaborata, così che quando inizia l’interesse per questo antico ballo, questa danza è divenuta il modello di riferimento. In quegli anni però gli anziani se sollecitati erano ancora in grado di ballare e raccontare il ballo contadino, ma l’entusiasmo che ha travolto il Salento e i salentini fuori sede è stato così profondo da non avere il tempo di interrogarsi su quale fosse “vero” ballo, ma la musica e la danza hanno risposto ad un dirompente desiderio di affermazione identitaria, una forma di rivalsa del sud. Nel tempo è nata una “nuova danza”, slegata dal contesto di origine, confusa con il rito del tarantismo, estetizzata, in contraddizione profonda con la cultura di origine che si è diffusa grazie di insegnanti spesso poco preparati e inconsapevoli. Nelle interviste fatte, si evince che l’entusiasmo della riscoperta di questi tesori del passato, ha fatto sì che i protagonisti di questa rinascita non si siano interrogati a fondo su cosa stesse accadendo e soprattutto nessuno si sarebbe mai aspettato che la nostra umile musica/danza sarebbe diventata un fenomeno
capace di conquistare gli uomini e le donne del nostro tempo spingendosi al di là dei confini territoriali. 

Accanto alla parte curata da Santoro in cui ricostruisce la rinascita e la riscoperta della pizzica pizzica, c’è la seconda in cui tu ti occupi della pratica del ballo. Come hai approcciato la tua ricerca sulla pizzica pizzica?
La mia ricerca nasce in modo spontaneo, ma nel tempo desideravo avere degli strumenti più efficaci per comprendere e proporre il ballo nei contesti scolastici, dunque mi sono rivolta all’etnocoreologo professor Giuseppe Gala il cui lavoro ha guidato la mia ricerca. La mia formazione si è completata in seguito con gli studi di danzamovimentoterapia dove ho unito il mio percorso di studi in psicologia con l’amore per il ballo.

Quali sono state le fonti a cui hai attinto per questo libro?
Le mie fonti sono state: l’osservazione diretta e le interviste/riprese agli anziani danzatori, lo studio di testi di antropologia e di danza (danza etnica e danzamovimentoterapia), lo scambio con altri ricercatori.

Quali sono i tuoi riferimenti principali a livello etnocoreutico?
A livello etnocoreutico ho apprezzato nel tempo il lavoro di Giuseppe Gala, Placida Staro, Noretta Nori. Mi è stato inoltre prezioso l’incontro con il danzatore Herns Duplan (fondatore di Expression Primitive) e France Schott Billmann il cui lavoro parte da una riflessione profonda sulle danze etniche estrapolando un metodo di lavoro finalizzato alla terapia corporea. 

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