Paolo Bonfanti & Martino Coppo – Pracina Stomp (Felmay, 2019)

Due delle personalità di maggior spicco della scena musicale Americana-made-in-Italy prodotte da uno degli storici protagonisti della musica stelle e strisce, già chitarrista e arrangiatore, fra gli altri, di sua maestà Bob Dylan, nonché di Levon Helm, e, più recentemente, di Jorma Kaukonen e David Bromberg. Lui è Larry Campbell, i titolari sono Paolo Bonfanti e Martino Coppo, rispettivamente uno spettacolare chitarrista rock e blues, musicista di livello internazionale, e uno straordinario mandolinista, fondatore dei Red Wine, storico ensemble bluegrass di Genova, una delle pochissime band europee a poter competere con i gruppi americani. Se aggiungiamo che entrambi sono ottimi cantanti, dalla pronuncia inglese impeccabile, il contesto diventa ancora più appetibile. Il disco, che segue l’ottimo “Friend of a Friend” del 2014, è un’idea del produttore Beppe Greppi, patron di Felmay; il risultato è superlativo: bluegrass, blues, mountain music, un tocco Irish, gospel, brani originali e una bella cover del cantautore svedese Cristoffer Olsson e, ça va sans dire, mandolino e chitarra suonati come solo due maestri possono fare, con la supervisione di Larry Campbell medesimo che, messa da parte le sei-corde per l’occasione, si dimostra anche eccellente violinista. Completano la line-up un’impeccabile Teresa Williams (moglie di Campbell) alle armonie vocali e una band composta dal bassista Nicola Bruno, dal fisarmonicista/hammondista Roberto Bongianino (entrambi colonne della Bonfanti band) e da Stefano Resca alla batteria. Difficile identificare i brani migliori in una rosa che non ha cadute di tono, di stile e di qualità. Le mie preferenze vanno al gospel di “Over’s Under”, scandito da un solenne footstomp, a “Passa O Diao”, brano in genovese, allo strumentale iniziale “Anniversary’s Reel”, dove le abilità di Coppo e Bonfanti sono in grande evidenza e al valzerino di “Slow Dance”, che non sarebbe sfigurato in qualche disco irlandese degli anni ’90, dove Celtica e Americana si univano a meraviglia (per esempio “After the Ball” degli Arcady). Ma nei quaranta minuti del disco non c’è un solo momento di stanca, non ci sono brani riempitivi e fra i solchi c’è anche spazio per l’ironia, come in “Visa Application Blues”, che racconta come sia difficile andare a suonare negli Stati Uniti e come altrettanto problematico sia ottenere il visto d’ingresso per i musicisti (il tutto è tratto da una storia vera). Infine il titolo: “Pracina” è la cascina dove per una settimana musicisti e produttore si sono raccolti per incidere questo lavoro che va di diritto nella classifica dei migliori album dell’anno. 



Gianluca Dessì

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