Oumar Konate – I love you Inna (Clermont, 2019)

Oumar Konate viene da Gao, regione orientale del Mali. Ha messo insieme il primo gruppo musicale a sei anni e da allora ha continuato a sviluppare le sue qualità di chitarrista, cantante e compositore. Ha registrato il primo album, “Lahidou” (La promessa) nel 2007, mentre studiava all’Institut National des Arts a Bamako e ha avuto occasione di collaborare con alcuni dei maggiori musicisti maliani: Vieux Farka Toure, Khaira Arby, Sidi Toure. Per il suo sesto disco ha scritto ed arrangiato tutti i dieci brani e ha chiamato a registrarlo Yaya Diarra nello Studio Bogolan a Bamako nella primavera del 2018. Ad accompagnarlo sono Dramane Toure al basso e Makan Camara alla batteria e alle percussioni e una serie di ospiti, i quali regalano al disco alcuni dei migliori timbri e ritmi dell’Africa occidentale. Alle percussioni si alternano Fallou Mbaye, sabar, Alhouseini Yattara, Moussa Yattara e Hama Sankaré alle calabasse. In quattro brani spicca il kamel ngoni di Assaba Dramé e in tre il violino. di Adama Sidibé. Non sono tempi facili per il Mali e tantomeno per chi voglia far musica, ma questo gruppo è qui a ricordarci che anche nelle situazioni più difficili si possa scegliere di suonare per far star bene, per celebrare l’amore, per ballare. I primi tre brani di “I love you Inna” vanno in questa direzione, con la chitarra e il basso elettrico a scandire ritmi accattivanti ed i testi a celebrare la terra natale di Oumar Konate, la danza, l’amore, con il terzo brano, “I love you Inna”, che da anche il titolo all’album, impreziosito dagli ospiti e irrobustiti dalle tastiere di John Dilligent, come avviene anche per il successivo, “Badje bisindje”. Qui, però, si cambia marcia e si comincia a narrare il Mali lacerato dalla crisi politica ed economica: in questo caso il padre della sposa si vede costretto a sacrificare la sua mucca preferita per poter dar corso al banchetto nuziale. Il reggae di “Almounakaf” è solo apparentemente più scanzonato, perché, in realtà, se la prende con chi è “venuto a portare la distruzione nel paese” e lo invita ad andarsene. Già con il successivo “Mariama” si torna a parlare di vita di coppia e del necessario rispetto reciproco. “Koima Djine”, si apre con percussioni e vocalizzi mozzafiato prima di lasciare spazio a batteria, basso e chitarra elettrica: un brano mozzafiato che nel testo si rivolge direttamente agli spiriti e chiede con urgenza il dono della pioggia. Dopo aver scaldato gli animi più che a sufficienza, con “Ni tchilla sibara”, l’ottava traccia, Oumar Konate mette in primo piano lo spirito all’occorrenza rockettaro della sua chitarra e un bel muro del suono, una delle tanti vesti del suo strumento che già nel successivo “Zankai hora“ torna a proporre riff accattivanti e dinamici che chiamano tutti i bambini a radunarsi e a ballare, sostenuti anche da Yoro Ciss al monocordo, strumento con una sola corda, tesa sopra una cassa di risonanza tra due ponticelli. Il numero di chiusura, “Wa toto”, rimette al centro voce e chitarra e fa sentire tutta la passione della voce del compositore che invita a non lasciarsi andare e a impegnarsi per ricostruire e dare futuro al Mali. Il brano è anche l’occasione per Dramane Toure e Makan Camara per prendersi spazi da solisti e proporsi anche in veste di improvvisatori, oltre che di solidissimi accompagnatori lungo tutto l’album. 


Alessio Surian

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