Nubiyan Twist – Jungle Run (Strut, 2019)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK 

Chi sono? Un buon esempio di “London jazz”, etichetta che mette insieme un po’ di tutto, soprattutto artisti a cavallo fra generi diversi, dalla musica improvvisata all’afropop, e che aiuta a suonare molto dal vivo; e loro, da un paio d’anni, sono quasi sempre sui palchi della capitale inglese e di mezza Europa. Un segnale della considerazione di cui godono è l’accurato lavoro di arrangiamento, per un ensemble molto ampio, che la Capital Orchestra ha compiuto su “Sugar Cane”, il brano che conclude “Jungle Run”, disco distribuito dalla Strut nel solco dell’incontro fra jazz e musiche di matrice africana. Anche se oggi gravitano maggiormente fra Londra e Oxford, i Nubiyan Twist si sono conosciuti al Leeds College of Music dove hanno battezzato il gruppo nel 2014. La formazione base comprende dieci-dodici elementi, compresa un’ottima sezione fiati, e, nel periodo in cui hanno registrato l’album, vedeva nel ruolo di cantante soprattutto Nubiya Brandon. Più recentemente, dal vivo, si alternano come cantanti Cherise Adams Burnett e Ruby Wood e, quando è possibile, sale sul palco K.O.G. che nell’album interpreta “Basa Basa” (confusione) e “They Talk”. La lista degli ospiti spazia fra le generazioni: il sassofonista Nick Richards è protagonista come cantante sia in “Tell it to me slowly” sia in “Ghosts”, dove lo raggiunge il capostipite della batteria afrobeat, Tony Allen, per finire con il maestro Mulatu Astatke, ad illuminare le connessioni fra due capitali musicali in “Addis to London”. 
In questo brano, collocato a metà delle dieci tracce, i modi melodici del Corno d’Africa offrono l’occasione al gruppo per prendersi maggiori spazi di improvvisazione, cambiando un po’ il clima rispetto all’attenzione e al rispetto per gli arrangiamenti inventivi e serrati dei pezzi precedenti. “Borders”, il brano seguente, invita ad attraversare frontiere musicali, necessariamente porose, orientando gli accenti samba del percussionista Pilo Adami verso una rivisitazione della bossa nova. Il senso di contrasto con i brani successivi è deciso: “Permission” è marcatamente ritmico, duro e senza peli sulla lingua nel cantare il rifiuto di ogni forma di razzismo: questa volta è la voce di Nubiya Brandon a essere in primo piano; mentre l’aria jazz di “Ghosts” acquista un passo unico grazie al ritmo scandito da Tony Allen che cavalca da par suo una struttura che prevede sia tensioni e accelerazioni, sia momenti di calma ed attesa, proprio come il brano di apertura, “Tell It to Me Slowly”, sorta di compendio dell’abilità del gruppo nel proporre cambi di passo ed inediti cornici per la musica improvvisata. A far sintesi ci pensa K.O.G. in “They Talk"”, brano che attraversa l’Africa sub-sahariana da est ad ovest mescolando ethiojazz e hip-hop di matrice ghanese. L’accurato lavoro sul suono e sugli arrangiamenti è stato possibile anche grazie al fatto di avere a disposizione gli studi Henwood nell’Oxfordshire Joe Henwood: qualche tempo fa il sassofonista baritono del gruppo, Joe Henwood si è visto assegnare un’eredità ed ha
deciso di investirla in questo studio di registrazione dove sono nate varie composizioni a quattro o sei mani con il chitarrista Tom Excell e con Nick Richards e gli arrangiamenti curati soprattutto dal tastierista Oliver Cadman. Tom Excell commenta con queste parole il lavoro collettivo: «Questo nostro album può essere considerato un esperimento sociale che si ispira ai comportamenti umani. Ci sono le nostre lotte, le nostre convinzioni, i nostri scambi. Connette persone e culture diverse mentre al tempo stesso esplora i viaggi dei singoli individui. È affascinante il modo in cui Nubiya Brandon sa affrontare questi temi, con poesia e con una voce che offre all’album registri speciali». Ascoltate il quarto brano, “Brother” per avere un’idea di come questa voce e gli arrangiamenti e le interpretazioni dei Nubiyan Twist sappiano connettere soul, R&B con gli enzimi in circolo nella parte sud-est di Londra. Godetevi questo capitolo: nel frattempo il gruppo sta già lavorando con la Strut Records al prossimo album. 


Alessio Surian

Nessun commento