UDU – Buryatia Lithuania (CPL Music, 2019)

Arriviamo davvero lontano questa volta, valicando confini e scoprendo connessioni a dir poco insolite. Come quelle tra Lituania e Buryatia (in italiano sarebbe Buriazia), una Repubblica delle Federazione Russa stretta tra la madre patria e la Mongolia. Due “periferie” tra loro geograficamente lontane e allo tesso modo vicine. Si potrebbe dire affini. Soprattutto per un certo grado di marginalità rispetto a un centro politico, che potrebbe essere lo stesso, per una evidente vicinanza alle espressioni di tradizione orale, a una cultura espressiva fortemente connessa a strumenti tradizionali antichi e a modulazioni vocali uniche, a un canto profondo, che racconta la storia, la natura, le relazioni sociali. UDU è il nome di un ensemble formato da musicisti provenienti da entrambe le regioni: Alexander Arkhincheev, Gediminas Stankevičius, Tadas Dešukas, Laurita Peleniūtė. Suonano anche batteria, chitarre, violino e mandolino. Ma ciò che fa la differenza è il “throat singing”, il morin khuur e lo shruty box, che nel loro insieme tratteggiano una musica quasi impalpabile, fluidissima, cantilenosa, profonda. Come si può immaginare, non si trovano molte informazioni sul quartetto. Per iniziare a conoscerlo bisogna ascoltare l’album, intitolato semplicemente “Buryatia Lithuania”, come una mappa, come un viaggio, una direzione. E in questo caso ascoltarlo significa farsi trasportare, lasciarsi dondolare dentro un flusso sonoro sempre ipnotico, il cui andamento ammette variazioni minime, sebbene rifletta anche la necessità di elaborare un linguaggio in qualche modo comprensibile oltre confine. Ascoltarlo significa anche comprendere cosa possa dirci una successione di (pochi, in tutto sei) brani così estranei in un contesto sonoro internazionale. Vale a dire, non solo comprendere quanto rimane di arcaico nei canti gutturali di quella parte di Eurasia (non è poi così interessante, e poi non si può certo comprenderlo da un album), quanto riuscire a scorgere le sporgenze di questi musicisti. Vederne in un certo senso la corporatura musicale, ciò che potremmo ricondurre a quell’insieme di movimenti compresi nella bellissima definizione di “comportamento musicale”. Che è un concetto di forte valore sociale, perché è stato pensato in riferimento a una dimensione collettiva. Cioè è applicabile dentro una cornice di socialità: insomma dove si fa cultura, dove si generano idee, pratiche, dove si fanno i conti con le traiettorie della storia, si elaborano, si censiscono, si censurano, si praticano (di nuovo) le forme di comunicazione contemporanea. Non saprei davvero come altro definire questo incontro musicale se non come un “comportamento” da studiare, sia in ambito scientifico che attraverso (come proviamo a fare noi che scriviamo e voi che leggete) l’ascolto di ciò che i comportamenti producono. Loro, gli UDU, ci parlano di natura, di antenati, di acqua sacra, di folk songs come veicoli per raggiungere in profondità te stesso e le tue radici. Ci dicono che quando si sono incontrati al festival “The Spirit of Tengri” in Kazakistan, si sono come riconosciuti e subito si sono fusi in una “music family” (“What lenguage does your soul sing?”). Io mi lascio trasportare anche da questa forza retorica. Non tanto perché mi piace o non posso proprio farne a meno, ma perché sembra coerente con una narrazione musicale (espressa pienamente nell’album) totalmente straniante, dentro alla quale ognuno di noi può riconoscere qualcosa. Insomma questa musica - molto più di altre - è un’astrattismo puro, difronte al quale tocca a noi immaginare ed elaborare. Ci spinge a muoverci, a chiederci spiegazioni, a indagare su suoni e racconti (abbiamo wedding songs, brani che esaltano la ricchezza della natura, riferimenti ad alcune bevande tradizionali), magari partendo da cose semplici: come ci dicono gli UDU (che in sanscrito significa “acqua”), “the most ancient folk songs are like fresh water for our roots”. 


Daniele Cestellini

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