Carmen Souza – The Silver Messengers (Galileo Music, 2019)

Gran tempismo e capacità di scegliere i brani per il nono album di Carmen Souza. Nel 1959 usciva “Blowin' the Blues Away”, guarda caso il nono album di Horace Silver, beniamino dell’etichetta newyorkese Blue Note cui era approdato accompagnato da Art Blakey dopo aver militato nei Messengers. “Blowin' the Blues Away” fu il secondo album con un quintetto che suonava a meraviglia e interpretava con energia e poesia la vena creativa del leader e pianista di origini capoverdiane. Due brani di quel di quel disco sono così ben scritti che Silver scelse di registrarli non in quintetto, ma in trio, con il contrabbasso di Eugene Taylor e la batteria di Louis Hayes (oggi brillante ottantaduenne e band leader, tutt’ora paladino di quel repertorio con “Serenade for Horace”). A sessant’anni dall’uscita di quell’album, Carmen Souza sceglie di interpretare uno di quei due brani, “The St. Vitus Dance”, ponendolo al centro della scaletta del suo nuovo album: un arrangiamento essenziale, tirato com’è giusto che sia, il primo giro cantato in inglese, con una punteggiatura minima di percussioni e tastiere prima di aprirlo al portoghese e ad un respiro più internazionale anche nei ritmi e nelle variazioni melodiche. Con la cantante e chitarrista suonano Theo Pascal (basso elettrico e contrabbasso), Elias Kakomanolis (percussioni e batteria) e Benjamin Burrell (pianoforte). Le undici tracce sono state registrato a Londra e Lisbona: due sono nuove composizioni scritte appositamente da Souza e Pascal che li dedicano a Silver; sei sono nuovi arrangiamenti di brani di Silver curati da Souza e Pascal, che volentieri ricorrono anche a testi in creolo; tre riprendono brani di Silver già inseriti in precedenti album: “Pretty Eyes”, “Song for My Father”, “Cape Verdean Blues” e, nel caso di queste ultime due, la sola lingua utilizzata è il creolo, che funziona splendidamente, sia sulle melodie scritte da Silver, sia in chiave di improvvisazione. Nei ricordi di Carmen Souza: «Da bambina ascoltavo i dischi di mio padre, soprattutto musica strumentale di Capo Verde. Lui era un chitarrista e amava molto questo repertorio. La prima volta che ho ascoltato Horace Silver ho ritrovato la stessa atmosfera, lo stesso swing. Intenzioni e movimenti a me familiari, sia melodicamente sia armonicamente, cadenze, modulazioni che mi appartenevano. In qualche modo ho ritrovato il suono della mia infanzia, ma con un aroma differente, quello del jazz». Il periodo preso in considerazione per la scelta dei brani spazia dal 1956 di “Señor Blues” al 1964 di “Pretty Eyes” e arriva fino al 1972 di “Soul Searching”. Mentre gli altri brani sono tutti tratti da album ben noti e acclamati di Silver, quest’ultimo viene da “Total Response - The United States of Mind Phase 2”, registrato per la Blue Note nel 1972 e fra i meno coerenti e riusciti. E qui Souza e Pascal compiono un piccolo capolavoro: rispetto alla versione originale, che pure, dall’inizio, era stata scritta ed arrangiata per essere cantata, riescono a mettere in primo piano la voce (inizialmente in creolo) e l’incorniciano con cori ed un’impeccabile sezione ritmica che poi lasciano al piano un ampio solo in pieno stile silveriano. Il brano apre l’album e non poteva essere differentemente, perché rende immediatamente l’dea della bellezza, della forza e dell’attualità dell’opera di Horace Silver, fortemente ancorata nell’hard bop e nel soul jazz, ma capace di dialogare con le geografie musicali più diverse. Il quartetto si mostra sempre compatto e attento ai reciproci spazi e prerogative e sarà lo stesso che promuoverà il disco nel tour europeo, fra ottobre e gennaio, in cui sono previste tre date italiane: il 27 novembre al Bravo Caffè di Bologna, il 28 novembre al Blue Note di Milano e il 29 novembre al Roma Jazz Festival.  


Alessio Surian

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