Zülfü Livaneli: Mi rubi l’anima

Qui in Italia,  Ömer Zülfü Livaneli è un gigante purtroppo misconosciuto ma è uno di quelli capace di rubarti l'anima. La sera del 22 ottobre 1999 quando venne a Sanremo a ritirare il “Premio Tenco” alla carriera, avevo le lacrime agli occhi a sentire la sua voce cantare le inquietudini, i malesseri, le aspirazioni civili della Turchia contemporanea. Venne con dei musicisti acustici fantastici, il kanun metteva i brividi, cantò sette canzoni che ricordo ancora a memoria:  “Yigidim Aslanim” (“Il mio eroe”), “ Gun Olur” (“Ci sono dei giorni” testo di Orhan Veli),  “ Sus Soyleme” (testo di Louis Aragon), “ Belalim” (“Mi rubi l'anima” in duetto con Elena Bonelli - adattamento della stessa), “ Kan Cucekleri” (“Fiori di sangue”), “ Kardesim Duymaz” (“Tuo fratello non sente”), “ Leylim Ley” (testo di Sabahattin Alì) capolavori di sensibilità e poesia. Che dono ascoltarlo! Quest'uomo ha musicato Brecht, Eluard, ha collaborato con gli Inti Illimani, Giora Feidman, Mikis Theodorakis, Zubin Metha, Angel Parra, le sue canzoni sono state incise da Joan Baez, Maria del Mar Bonet, Maria Farandouri, Liesbeth List, Kate Wesbrook, l'Orchestra Filarmonica di Israele e quella Sinfonica di Londra…
“ ...fiori di sangue sono sempre fioriti e fioriranno ancora, è una canzone, una poesia o un canto funebre? C'è una rosa ferita sul muro, dicono che chi vuole le rose non riderà mai, fumo e nebbia si ergono su questa città, il bocciolo dei fiori è imbrattato di sangue, montagne di fiori sono sbocciati, fiori di sangue, germoglio della speranza...”
E poi, durante la sua intera stagione musicale durata più di 40 anni ha sempre adattato e musicato le amate poesie di Nazim Hikmet, facendole spesso diventare canzoni memorabili. D'altronde ad Istanbul non è forse la poesia solamente un pretesto per l'immaginazione e per il canto? Nella città dai sette colli, in quelle strade dove il sole non sorge e non cala, le sponde del Bosforo sorreggono l'una all'altra lo specchio delle ore del giorno e della notte e nell'aria impregnata di umidità, un canto si leva continuamente dal Mar di Marmara e avvolge l'orizzonte. Qui nell'antica Bisanzio le canzoni di Zülfü Livaneli hanno influenzato generazioni intere di giovani turchi. Per decenni è stato dissidente-simbolo, artista combattente, intellettuale trasgressivo. A causa delle sue idee fu imprigionato nel 1971 e l'anno seguente emigrò in Svezia, poi in Francia, in Grecia, in America. Solamente nel 1984 ha potuto tornare definitivamente in Turchia, dove è diventato esponente politico della sinistra e membro del Parlamento. E' romanziere tradotto in decine di lingue, giornalista e regista affermato. 
Ha composto diverse colonne sonore di film tra cui ricordo quella di “Yol” premiato con la Palma d'Oro a Cannes nel 1982, un film che Yılmaz Güney diresse rocambolescamente dal carcere, poco prima di evadere. Dal 1996 è anche ambasciatore dell'UNESCO.  Ma noi qui ci limitiamo alle canzoni. La musica folklorica turca è nata nelle steppe dell'Asia centrale ed è stata tramandata dagli asiklar, i trovatori turchi. L'ozan però è uno stile specifico e chi va nelle città dell'Anatolia centrale può ancora incontrare gli asik (innamorati) cantare per le strade accompagnandosi con il saz. L’ozan in seguito si è mescolato con il folk occidentale trasformandosi in özgün, la tipica musica di protesta sociale impersonata dagli anni 70 da Livaneli nella sua veste di cantautore. Purtroppo la Turchia non è riuscita a coltivare la sua memoria, diventando una grande galera per tutti quelli che lavorano con le parole, rubando questo triste primato perfino a paesi come la Russia o la Cina. La politica turca contro minoranze e diritti umani ha creato il pessimismo dell'intelletto, poche voci si sono potute udire in mezzo al baccano di un'epoca impegnata solo a costruire confini. 
Ridicoli come sempre sono i confini. E anche in questo caso perché se leggiamo la storia, i turchi hanno decisamente una identità plurima, che rimanda ad un altrove e si presenta spesso come un nodo interiore di nostalgia: questo nella loro musica e nella loro poesia emerge sempre. Una specie di “saudade” che qui si chiama “özlem” e che proviene dalla molteplicità delle loro radici, un'eco oscura di tutti i grandi spostamenti di popoli che hanno formato la Turchia moderna. Altro che “identità turca” in nome della quale ancora oggi si combattono i curdi. Al tempo dell'impero ottomano la parola “turco” stava addirittura a significare “contadino grossolano”. Le canzoni di Livaneli sono state tradotte in innumerevoli lingue, ha inciso una quarantina di dischi che purtroppo in Italia sono pressoché sconosciuti e introvabili e ad occuparsi di quest'uomo elegante, dai sottili occhiali dorati, è stata l'ultima meritoria edizione del secolo scorso del Premio Tenco che lo ha premiato sul palco dell'Ariston nella 24° Rassegna della Canzone d'Autore. Colgo qui l'occasione per ringraziare ancora una volta i membri dell'avanguardistico club e in particolare Enrico De Angelis, già Direttore Artistico.
Ma, a sorpresa, c'è un'altra manifestazione canora italiana che lo ha considerato e si tratta de…….lo Zecchino d'Oro! Infatti nella 49° edizione, nel 2006, lo zecchino d'Argento è stato vinto dalla canzone “Lo scriverò nel vento” che è una versione italiana di “Ey Özgürlük” di Zülfü Livaneli. Bisogna precisare che il testo non è la traduzione dell'originale turco, che a sua volta è un adattamento di “Liberté” di Paul Éluard. Livaneli ha selezionato 12 delle 21 quartine della poesia originale (la prima, la seconda, la terza, la quinta, la settima, la undicesima, la dodicesima, la diciassettesima, la diciottesima, la diciannovesima, la ventesima e la ventunesima). E' inoltre intervenuto sul testo, aggiustando le frasi nella traduzione dal francese al turco, per adattarle alla metrica della sua composizione musicale. Quello dello Zecchino d'Oro è un testo proprio di G. Gotti, inserito sulla melodia originale. L'ingenuità del canto infantile mantiene comunque lo spirito di fratellanza che attraversa l'intera opera di Livaneli e, a conferma di questo, è stata a sua volta tradotta in turco (“Boyle Olacak”) e, interpretata dalla bambina Deniz Ünel accompagnata da Zülfü stesso, trasmessa dalla televisione nazionale:
Lo scriverò nel vento col rosa del tramonto di questa mia città./Che voglio bene al mondo e a tutto il mondo il vento so che lo porterà./Lo soffierà sul mare per farlo navigare fin dove arriverà./Lo leggerà la gente di un altro continente e mi risponderà./Saremo tutti amici, saremo mille voci. Un coro che cantando cancellerà le lingue, le distanze non conteranno niente….”

Flavio Poltronieri
flavio.poltronieri@libero.it

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