Voces del Bullerengue – Anónimas y Resilientes (Chaco World Music, 2019)

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Colombia, regione caraibica, 2017: il produttore Manuel García Orozco si mette in contatto con Guillermo Valencia. Da poco è morta Petrona Martínez, vincitrice di un Grammy, cantante di bullerengue, tradizione matriarcale afrocolombiana: tamburi e voci, voce e coro si chiamano a vicenda, narrano e trascendono il quotidiano. Entrambi conoscono l’ultimo desiderio della cantante: «Avrei voluto rifare una ‘rueda’ di quelle che facevamo una volta, con tante donne a cantare bullerengue». Guillermo Valencia è stato “tamborero” con Petrona Martínez ed è un ricercatore esperto del patrimonio orale della regione dei Montes de María e del Canal del Dique. Insieme al “tamborero” Janer Amarís, aiutati da Wilman León ‘el Mello’, decidono di dar vita al sogno di Petrona Martínez e di rintracciare chi possa cantare nella ‘rueda’. Fuori dai circuiti discografici e dei festival musicali, con una serie di visite porta a porta nelle zone rurali, i tre hanno rintracciato e registrato sette cantanti che hanno chiamato “resilienti” perché testimoni di una tradizione che a uno sguardo distratto sembrerebbe appartenere solo alla storia. Dopo queste prime registrazioni artigianali, cantanti e percussionisti sono stati chiamati a registrare nello studio della Casa de la Cultura di San Basilio de Palenque fra il 29 luglio e il 30 agosto 2018. Alle registrazioni hanno partecipato un coro di quattro voci, Rosa Matilde Rosado, Yaya Blanco, Cecilia Caraballo, Tibisay Viera e tre percussionisti: Janer Amarís, tambor mayor, Guillermo Valencia, llamador, e Chaco, catá e tambora. Le protagoniste del disco sono sette eccezionali voci soliste: 
Juana Rosado, Fernanda Peña, Juana del Toro, Mayo Hidalgo, Antonio Berdeza, Rosita Caraballo, Jaiber Pérez Cassiani. I novantenni Fernanda Peña e Antonio Berdeza vengono da San Cristóbal del Trozo. Fernanda Peña riprende dal repertorio familiare i brani “Morales que ya no Vales” e “Navegá”, con una voce che si va facendo fragile. Resta prodigiosa sia la memoria, sia la voce di Antonio Berdeza che, in “Me voy pa la Habana” e “La Caregallo”, rivela influenze e fraseggi tipici dei sestetti cubani, come solo Magín Díaz (1921-2017) aveva fatto ascoltare, testimonianze dell’impatto delle coltivazioni di canna da zucchero gestite da cubani all’inizio del XX secolo. La prima ad essere coinvolta è stata la maestra, oggi ottuagenaria, Juana del Toro, già registrata da Guillermo Valencia una decina di anni prima a San José del Playón. Nelle nuove registrazioni sfoggia una voce profonda e un’agilità tutta sua nell’affrontare i versi e un repertorio originale, rappresentato nel disco da tre canzoni: “Me Estoy Peinando”, “El Armadillo” e “Prendan Flores de mí”. La seconda voce ottuagenaria è quella di Juana Rosado, protagonista di ben sei brani: “La Vieja se Menea”, “Son las Olas de la Mar”, “La Guacamaya”, “Un Aparato que vi”, “La Hermana mía”, coltivate all’interno di una delle famiglie più conosciute in questo ambito, 
documentata dell’etnomusicologo George List nel 1964. Juana Rosado non ha mai avuto accesso all’archivio di List. Nondimeno, la sua versione di “La Guacamaya” ha proprio la stessa melodia e le stesse parole cantate dei suoi nonni nel novembre del 1964. Le tre voci più giovani vengono dal villaggio María la Baja e si rifanno al modo di cantare e al repertorio di Eulalia González. Mayo Hidalgo (1956) è la nipote di Eulalia González ed aveva spesso accompagnato con la sua voce energica la zia come corista. Dedica un la sua versione di “Carambantúa” alle cantanti marialabajeras del passato: Benilda Calvo, Concepción Cruz, Petrona Narváez e alle sue zie Justina e Eulalia González. Rosita Caraballo (1966), considera il bullerengue una forma di resistenza, “una valvola di sfogo” che permette di affrontare le difficoltà quotidiane di una madre, responsabile di un’intera famiglia cui provvede con la vendita di zuppe a María la Baja. I suoi due brani, le recenti composizioni “Pindanga Pirundero” e “Madre Aquí Estoy Yo” testimoniano la capacità di rinnovamento del bullerengue proprio come i tre brani (“Mama a Lavá, lavá”, “Estaba Llorando” e “Saca Tri, Saca Trá”) che vedono protagonista il giovane Jaiber Pérez Cassiani voce maschile, registro alto del tenore, abituato ad essere chiamato in funzione di “rezandero”, tradizionale arte funebre appresa dalla bisnonna Fermina Fernández Betancur. Petrona Martínez chiamava queste forme di canto “penas alegres”, un modo poetico di narrare e al tempo stesso elaborare e mitigare le asprezze della vita.  



Alessio Surian

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