Deer Tick – Mayonnaise (Partisan Records, 2019)

I musicofili alla ricerca di tutto conoscono i Deer Tick da tempo, perché fin dagli esordi (siamo nei primi anni Duemila) la band di Providence ha sgomitato per ricavarsi uno spazio nella palude della scena alternativa americana. In un certo senso ci è riuscita, producendo diversi album (il primo è del 2004), alternando una produzione ammiccante al folk roots alla passione per il post punk/garage/grunge e, infine, spiazzando in più occasioni un pubblico eterogeneo e non sempre entusiasta e fedele. Come è stato riscontrato un pò da tutta la critica internazionale, la coerenza del gruppo è proprio questa: lasciarsi trasportare dall’ispirazione del momento, intraprendendo viaggi con gusto apparentemente estemporaneo, dentro i quali assorbire e riordinare ciò che gli è più vicino in quel momento. Perché no? aggiungiamo noi: d’altronde se ci piace un album è perché il suo spirito è forte, indipendentemente dalle direttrici che segue. “Mayonnaise” arriva in un periodo decisamente fruttuoso per la band, la cui produzione discografica sembra anch’essa seguire il trasporto degli umori, con pubblicazioni di raccolte, album con alternative tracks, cover di artisti agli antipodi e via dicendo. Se proprio dobbiamo trovare un filo conduttore, allora, eccolo qua. Sono i ragazzi a dircelo, intitolando “maionese”, e rimandandoci alle implicazioni semantiche del termine inglese, un album scritto e assemblato da musicisti maturi che, evidentemente, hanno deciso di seguire proprio la strada della mescolatura, senza imbrigliarsi più di tanto con i generi e le aspettative di pubblico e case discografiche. L’album trova spazio in queste pagine proprio per questo, oltre che per ciò che, a un ascolto attento, contiene. Vale a dire canzoni ben fatte, scritte e suonate con la giusta ruvidità, la condivisione di una visione plurale, che proviene da musicisti a cui non si può dire di no (a un certo punto della carriera?), ma che vengono ri-espressi in una forma tutta nuova, anche per corroborare lo stile di chi li risuona. C’è una doppietta di canzoni verso la fine della prima metà della scaletta che fa venire la pelle d’oca, per come è assemblata e per i poli che cerca di mettere in comunicazione. Il primo polo è “Run of the mill” di George Harrison, che qui perde tutta la dolcezza acida originale a favore di un andamento meno sognante e pragmatico. I Deer Tick riescono a cogliere il lato più folk-rock del brano (lato che Harrison, come sappiamo, non disdegna a fatto, sebbene abbia mantenuto sempre in secondo piano), lasciando andare fin dall’intro il famoso arpeggio in modo più spedito, grazie a una chitarra appena distorta e molto decisa. A questa affiancano un fisarmonica che addolcisce appena il flusso, ma che lancia tutto su un piano più teso: qui la voce non ha bisogno di molto altro e riesce a correre dritta fino alla fine, sottolineando le soluzioni reiterate della lirica di Harrison, così efficaci sul piano melodico e ritmico. L’altro polo è quasi opposto, ma sembra avere bisogno proprio di quel tipo di melodia che lo precede per esprimersi al meglio: si tratta di “Strange, awful feeling”, un brano dal timbro acustico che può annoverarsi tra i migliori dell’album. La melodia della voce è semplice ed efficace in tutte le sue parti, e raggiunge il suo apice nelle armonizzazioni del ritornello. La seconda parte del brano si arricchisce con brevi inserti di chitarra elettrica, qualche tamburo che rimarca un ritmo semplice che accompagna i cambi di accordi, per confluire in un finale diretto, in cui le voci sprofondano in pochi battiti di cembalo. Non c’è presunzione né ricercatezza: il brano è bello e tipicamente folk. A rimarcare l’alternanza dell’ispirazione del quartetto vi sono brani più sperimentali, come “End of the world”, “Pale blue eyes” dei Velvet Underground, così come “White city” dei Pogues, che ha un richiamo nel ritmo e nell’impianto dell’originale “Hey! Yeah!”. Il brano migliore è alla fine, languido e sicuro nella melodia della steel guitar: si intitola “Cocktail” ed è riproposto in una versione alternativa all’originale, presente nel lavoro precedente della band “Deer Tick Vol. 1” del 2017. 


Daniele Cestellini

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