Secondo Mediterranean Music Therapy Meeting, Padova, 20-22 settembre 2019

Balkan Bazar
Per iniziativa della Scuola di specializzazione in musicoterapia “G. Ferrari”, presso la scuola “Gershwin” e nell’aula magna del dipartimento di sociologia dell’Università, si è tenuto a Padova il secondo Mediterranean Music Therapy Meeting, centrato su musiche e comunità. La serata del 20 settembre, nel teatro della “Gershwin” i protagonisti dell’incontro si sono incontrati musicalmente con i concerti della tunisina Rihab Jebali, ud e voce, la percussione corporea basata sui ritmi usul turchi di Timuçin Gürer e Özgü Bulut (KeKeÇa), le percussioni senegalesi di Fallou Seck e una delle prime uscite in quartetto dei New Landscapes, con Sergio Marchesini al bajan, a integrare magistralmente il trio composto da Silvia Rinaldi, Francesco Ganassin e Luca Chiavinato. Quest’ultimo ha avuto modo di dialogare con l’ud cdi Jebali, così come KeKeÇa e Fallou Seck si sono dimostrati particolarmente versatili nel coinvolgere il pubblico e gli altri musicisti nella propria narrazione musicale. La propensione all’interazione e al dialogo ha caratterizzato anche la giornata seminariale ospitata dall’Università di Padova: in apertura, Daniele Pinato e Paolo Caneva hanno proposto un breve video e un accompagnamento di piano che “lega” le regioni mediterranee attraverso note singole che si 
Paolo Caneva
trasformano in un percorso armonico in cui tutti i presenti sono stati coinvolti, integrando diverse cellule ritmiche di percussione corporea e canto. Il gruppo musicale Balkan Bazar ha assicurato che il filo conduttore sonoro attraversasse l’intera giornata, con Wilson Columbus alla voce e alla chitarra, Paolo Caneva alla fisarmonica, Alberto Vedovato alla tromba e Daniele Pinato alle percussioni. Luca Xodo ed Enrico Ceccato hanno coordinato le sessioni della mattina, volte a disegnare un quadro di riferimento su musicoterapia e salute di comunità. Melissa Mercadal-Brotons, Presidentessa della World Federation of Music Therapy, ha ricordato come 32 (il 7%) delle comunicazioni al recente congresso europeo di musicoterapia abbia riguardato la community music therapy e ne ha messo in evidenza caratteristiche e nodi critici, soprattutto in rapporto ai cinque modelli “canonici” riconosciuti in ambito clinico. Da parte sua, Giorgos Tisris, ricercatore della Queen Margaret University di Edimburgo e Direttore della rivista di Approaches, ha proposto di considerare l’idea di “comunità” in musicoterapia in termini di “boundary object”, un ambito “poroso” che non dovrebbe essere dato per scontato. 
Ke Keça
Va piuttosto pensato in chiave interdisciplinare soprattutto in relazione alle sue dimensioni e relazioni e, in tal senso, ha invitato ad esplorare in che modo sia possibile mappare le comunità ed il lavoro terapeutico rispetto a supposti confini o frontiere. Tsiris ha sottolineato l’importanza del considerare le zone di frontiera stesse come aree porose e di comunicazione, sulla scorta della visione ecologica proposta da Sennett in sociologia e da Ansdell e Pavlicevic in musicoterapia. Ciò non riguarda solo aspetti relativi a interazioni sociali e diversità culturale, ma anche ambiti specifici di cura come, per esempio, le cure palliativa e le frontiere fra vita e morte, ambito che sollecita gli operatori della salute a capire le persone anche da una prospettiva comunitaria, prestando attenzione ai contesti in cui vivono e alle possibili trasformazioni in una prospettiva di “compassionate community”, comunità capaci di condivisione e mutuo aiuto affettivo. La musica è connessa con la vita delle persone e in questo ambito la musica è chiamata a confrontarsi con la dimensione biografica e narrativa. Intersecata a questa dimensione, la musica può sostenere la capacità delle persone di stabilire e curare le relazioni interpersonali. 
New landscapes con Fallou Seck
Citando Ruud, Tsiris ha sottolineato come si tratti di capire il ruolo della musica nell’umanizzare comunità ed istituzioni. Dal punto di vista operativo, questo ragionamento è stato tradotto in un invito a considerare negli ambiti di cura sia il livello micro (le esigenze personali), sia quello meso (gli spazi ed i tempi delle persone e le opportunità di condivisione), sia quello macro (la deontologia e l’ethos dei luoghi di cura, l’attenzione per la dimensione spirituale e per l’interazione fra luoghi di cura e comunità circostanti). In tal senso stanno emergendo nuovi ruoli professionali intersecati alla professione musicoterapica: l’ideazione e la gestione di progetti che coinvolgono le comunità, il design e la cura degli ambienti sonori, la supervisione di altri operatori artistici, la consulenza e la proposta di trasformazioni strategiche agli istituti medici. Nella seconda parte della mattinata sono intervenuti relatori da Tunisi e da Nantes a testimoniare un dialogo fecondo l’associazione nazionale di musicoterapia tunisina, di cui è presidentessa Rihab Jebali, e l’Institut de Musicothérapie de Nantes che collabora da dieci anni con le esperienze di musicoterapia tunisine ed era rappresentato a Padova da François-Xavier Vrait e Emmanuelle Carrasco. 
Rihab Jebali
Jebali ha offerto una rassegna dei punti di contatto fra musicoterapia e tradizioni poliritmiche nordafricane quali stembali, gnawa, diwan, analizzando gli aspetti di incontro fra tradizioni berbere, matrici subsahariane e influenze islamiche, in particolare sufi. In particolare, a messo a confronto le pratiche cliniche con i “passi” dei processi di guarigione stembali: consultazione; tesmih/appuntamento per identificare lo spirito (djen); arboun/affiliazione e rito sacrificale; celebrazione e ringraziamento. Xavier Vrait e Emmanuelle Carrasco hanno efficacemente dialogato con Jebali entrando nel merito degli aspetti culturali e terapeutici legati a tre dimensioni: corpo, gruppo, musica. Hanno proposto la nozione di dispositivo articolato in macro e micro ritmi: stabilire un macro ritmo si traduce nello strutturare sequenze di attività e modalità di gestione degli spazi che possano creare una ritualità ed offrire a chi partecipa alle attività musicoterapiche caratteristiche di prevedibilità e quindi di riconoscimento e sicurezza. In questo contesto si inserisce la dimensione del micro ritmo, le variazioni sul tema, le improvvisazioni che permettono di esprimersi, creare e di stabilire ed approfondire le relazioni interpersonali. 
New Landscape
Nel pomeriggio sono stati condivisi esempi di interventi musicali e di cura in ambito mediterraneo. Timuçin Gürer e Özgü Bulut (KeKeÇa) hanno narrato i numerosi viaggi che da Istanbul li hanno portati a promuovere percorsi di empowerment sociale coinvolgendo comunità, genitori, educatori, attori sociali, decisori in contesti che coinvolgono comunità di non udenti (con il progetto Every Body Hears, EEYO fondato su gruppi inclusivi); con la partecipazione al progetto e agli eventi Europa in Tact (il prossimo incontro è previsto all’Università di Dortmund nel 2020); nei campi per rifugiati di Mitilini Lesvos promuovendo “from trauma to hope” con lo sviluppo di cori di bambini e adulti, coinvolgendo le persone attraverso la comunicazione non verbale e l’imitazione e costruendo spazi di creatività ed espressione; ma anche in occasione di eventi internazionali come l’EU Forum di Mardin, con una giornata di commemorazione per la recente morte di minatori nei pressi di Ismir e l’International Body Music Festival che avrà la prossima edizione a Ottobre ad Atene, dedicata all’educazione ritmica nell’educazione formale. In ambito greco è attiva Mitsi Akoyunoglou, docente all’Università di Corfù, che ha raccontato e commosso i partecipanti narrando 
Rihab Jebali con Luca Chiavinato
il proprio lavoro con bambini e adolescenti nei campi per rifugiati, in particolare a Lesvos e Chios dove le condizioni sono molto dure. Proprio come i KeKeÇa, in questi contesti ha messo in luce come venga sollecitata la capacità di lavorare ricorrendo il meno possibile alle parole e sapendo combinare in ambito animativo ed educativo diverse arti, sia visive, sia musicali, ed in particolare canzoni africane che offrono opportunità di lavorare su moduli call & response. Sotto l’egida dell’Alto commissariato per i rifugiati, Mitsi Akoyunoglou ha condotto i suoi interventi con un team che comprendeva uno psicologo e un mediatore linguistico-culturale. Altrettanto toccante è stata l’esperienza dell’ong Walking Art narrata da Luca Chiavinato che ne ha sottolineato la matrice di attivismo sociale. In collaborazione con Un Ponte per…, Walking Art opera in Iraq, e inizia ad operare in Siria e Tunisia. L’intervento si è aperto con un saluto video dei protagonisti iracheni dell’ong e con la narrazione del sofferto contesto iracheno all’interno del quale sono stati sviluppati numerosi progetti di sostegno alle attività e professionalità artistiche. Per esempio, in ambito musicale, l’iniziativa “Artists in residence” è stata realizzato all’interno dei Centri Giovanili gestiti da Un Ponte per… nel Kurdistan Iracheno ed
New Landscape
ha coinvolto decine di artisti che hanno avuto la possibilità di incontrarsi, provare, proporre la propria musica attraverso concerti e sviluppare a propria volta capacità formative per operare nei contesti un cui vivono. Una prima testimonianza è il CD nato da questo progetto: “Walking Sounds – Tracks from Iraqi Kurdistan to Italy” che vedrà di nuovo i musicisti in tour in Italia a Novembre 2019. Il contesto italiano è stato recentemente mappato dal libro “Community Music Therapy” curato da Stefania Mattiello e Paolo Caneva che l’ha presentato con un’accattivante serie di immagini (non a caso è autore della rubrica fb Musicoterapia da guardare). Federico Curzel ha chiuso la serie degli interventi e la giornata presentando uno dei percorsi italiani più significativi di musica di comunità, Arte Migrante, oggi presente in quasi trenta città italiane e che a Padova ha dato vita anche al gruppo Jamigrants di cui è stato presentato un video musicale che narra le angherie subite dai migranti in Libia. Nella mattinata di domenica 22 settembre Timuçin Gürer e Özgü Bulut hanno tenuto un laboratorio che ha coinvolto trenta persone nell’esplorazione delle diverse forme didattiche che i KeKeÇa hanno sviluppato nell’arco di vent’anni di approccio alla percussione corporea come memoria sociale e valorizzazione del movimento e del gesto quale matrice sonora, per realizzazioni musicali “alleate del principio di gravità”. 

Alessio Surian

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