Vincenzo Santoro, Rito e Passione. Conversazioni intorno alla musica popolare salentina, Itinerarti Edizioni 2019, pp. 252, Euro 20,00

In questo contesto come giudichi il percorso compiuto dalle ultime edizioni de La Notte della Taranta…
La Notte della Taranta è lo strumento più importante di politica culturale con cui le istituzioni intervengono in maniera più diretta sul movimento musicale. È indubbio che si tratti di un evento di grande successo, con significative ricadute in termini di turismo e di visibilità del territorio (e, aggiungo, di chi lo organizza). Tutto questo è innegabile. Andando però con l’analisi un po’ oltre, al di là di quello che succede ogni anno sul grande palco di Melpignano, su cui si esercitano infinite discussioni, in molti casi ripetitive e del tutto stucchevoli, ritengo che l’aspetto più problematico continui ad essere non tanto quello che la Fondazione fa, ma soprattutto quello che non ha fatto e non sembra avere nessuna intenzione di fare, e cioè definire e implementare un progetto culturale che non sia solo lo spettacolo in quanto tale (e in particolare quello estivo). 
Occorre ricordare che, fin dall’inizio, la parte più avvertita e consapevole del “movimento” ha chiesto alle istituzioni una politica culturale che comprendesse anche momenti di approfondimento scientifico, progetti didattici, la costituzione di un centro di documentazione con un archivio multimediale e una biblioteca dedicata ai temi della cultura popolare salentina accessibili al pubblico e così via. Una politica culturale dunque, non solo una politica degli eventi. Fra le altre cose, le due questioni non sono in contrasto, anzi: a mio avviso un progetto culturale forte potrebbe consentire di fare meglio anche gli eventi. Questo “programma” era scritto non a caso nello Statuto dell’Istituto Diego Carpitella, che è stata l’istituzione, nata nel 1997, che ha precorso la Fondazione, ma non fu mai realizzato (il caro Sergio Torsello, in suo bellissimo saggio sul tema, ne parlava come una delle “promesse tradite” della Notte, auspicando novità con l’istituzione della Fondazione). Per questo ragioni, nella fase di gestazione della Fondazione, un po’ più di dieci anni fa, questi temi furono riproposti con forza, ma anche in questo caso inutilmente. Come ho ricostruito nel libro, quello che è accaduto ha dimostrato ciò che era chiaro a coloro che avevano un po' più di spirito critico, e cioè il totale disinteresse del gruppo dirigente rispetto allo sviluppo di temi diversi dal Concertone estivo e annessi, che hanno una grande risonanza e garantiscono visibilità immensa. Quando è stata costituita la Fondazione, infatti, ci fu una serrata discussione intorno allo statuto, che ne definiva gli obiettivi; furono elaborati e proposti alcuni emendamenti ed in particolare uno che destinava il 30% del bilancio annuale per progetti diversi dallo spettacolo e un altro che imponeva alcuni “non politici” nel CdA. 
Nonostante tutte le rassicurazioni di qualcuno che poi si è pentito, sapevamo benissimo che la Fondazione era stata creata per fare il festival e il concertone e non per qualcosa di diverso in quanto non c’era e non c’è mai stato, se non forse nelle intenzioni di un breve periodo, un progetto culturale. Su questi temi dobbiamo dire però che anche le altre istituzioni locali sono state carenti, a partire dalla locale Università. È abbastanza eclatante che in tutta la Puglia – la regione che a parole sarebbe la più “musicale” d’Italia - non ci sia una cattedra di etnomusicologia tenuta da un etnomusicologo, che, analogamente ad altre esperienze – si potrebbe citare la Sardegna - produca ricerca, didattica e disseminazione culturale. Manca anche, a parte il lavoro di alcuni singoli, una interazione virtuosa tra il mondo accademico e il movimento musicale. Mi chiedo chi insegni quali sono i patrimoni etno-musicali regionali agli studenti dei corsi in cui si intendono formare professionalità adeguate alla promozione del territorio. Infine, occorre anche ricordare che la legge regionale di tutela e valorizzazione del patrimonio musicale popolare pugliese, approvata alla fine della scorsa legislatura se non ricordo male all’unanimità – e la Puglia è stata la prima a dotarsi di uno strumento del genere - è rimasta del tutto inattuata.

Dicevi del ritorno al provincialismo e in questo senso certe scelte compiute su La Notte della Taranta sembrano confermare questa cosa…
Nel merito artistico, partendo dal presupposto che si tratta di un evento di grande complessità e di gestione non banale, mi pare che ci sia, ormai da tempo un problema di fondo: la Notte della taranta ha conservato in larghissima parte il format originario e, nonostante gli annunci non si è mai rinnovata in maniera significativa. 
Ad un certo punto credo che il problema risieda proprio nella formula: l'idea del maestro concertatore, degli ospiti, del costruire un progetto musicale nuovo con artisti che fino a poco tempo prima neanche sapevano dell’esistenza della musica popolare, e soprattutto dover, a tutti i costi, far ballare la gente per quasi tutto il tempo e a tutti i costi. Bisognerebbe avere il coraggio di cambiare in maniera drastica il progetto artistico ma non mi sembra sia all’orizzonte. Il grande cambiamento che c'è stato in questi anni è quello dell'introduzione del ballo e delle coreografie, e l’aumento a dismisura di orchestranti e ballerini – forse per una sorta di una sorta di horror vacui mediatico - ma per il resto il progetto musicale è sempre lo stesso. 

Insomma è il format ad aver esaurito le sue frecce?
La scelta che è stata fatta negli ultimi anni, non so quanto consapevolmente, è quella di orientarsi sempre di più su di un format sempre più televisivo, con ospiti presi direttamente dalle trasmissioni commerciali, per cui il concertone è diventato di fatto una via di mezzo tra il Concerto del Primo Maggio e una sorta di Festivalbar etnico. In questo contesto il tema musicale è sempre meno interessante (e direi ripetitivo) e diventa un riempitivo rispetto alla necessità di debordare su media sempre più popolari e diffusivi perché il principio dominante è aumentare l'audience. Il cedimento degli ultimissimi anni ai più triti – e tristi - cliché della televisione commerciale hanno completato il quadro di un evento in cui evidentemente il quantitativo prevale sul qualitativo. 
Ribadisco però che, come hanno detto in tanti, inascoltati, anche nelle ultime settimane, il problema più grande della Notte della Taranta non sia tanto quello che avviene sui suoi palchi piccoli e grandi ogni anno, ma quello che dovrebbe fare e non fa: siamo di fronte ad una istituzione sostenuta in maniera imponente con soldi pubblici e “semi-pubblici” - penso siano arrivati ad un budget non molto distante dai due milioni di euro all'anno – che non ha un progetto culturale che vada oltre lo spettacolo. Dopo tanti anni è difficile considerare normale una cosa del genere. D’altra parte non è un caso se il comitato scientifico insediato dal primo presidente, Massimo Bray, poi diventato ministro della Cultura, si sia dimesso in massa – e sbattendo rumorosamente la porta - proprio in polemica per la mancanza di un impegno sui temi culturali, e che, infine, fatto a mio avviso clamorosissimo, uno dei protagonisti assoluti delle vicenda melpignanese fin dalle origini, Sergio Blasi, si sia dimesso qualche anno dal consiglio di amministrazione con una lettera con cui di fatto stigmatizzava il “tradimento” del mandato attribuito alla Fondazione. È possibile discutere laicamente di questi temi, senza venire etichettati automaticamente come coloro che disturbano il grande evento intoccabile che attrae turisti e arricchisce il territorio? Nonostante tutto, non ho smesso di sperarci. 

Quali criticità ha generato la forte presenza della politica nella fondazione "La Notte della Taranta"?
La Fondazione La Notte della Taranta nasce, poco più di dieci anni fa, quando Giovanni Pellegrino era Presidente della Provincia di Lecce, insieme ad altri due enti simili che intendevano valorizzare aspetti del patrimonio immateriale salentino. 
C’era quella della Fòcara di Novoli, che è stata recentemente commissariata dalla Regione Puglia con più di un milione di euro di debiti. C'è poi quella della Notte di San Rocco, nata nell’ambito della Provincia di Lecce ma di fatto gestita da privati, con una storia un po' diversa ma che ha fatto più o meno la stessa fine (chiusura delle attività e debiti ingenti). Quando in questo genere di strutture nei ruoli decisionali ci sono “politici” che hanno un ruolo così attivo, forse troppo, la cosa rischia di generare seri problemi. Ad esempio, è più difficile garantire la necessaria autonomia della sfera culturale e ci sono rischi di eccessivi condizionamenti, di varia natura.  Penso che questo sia una questione molto seria che riguarda non solo la Notte della Taranta. Una Fondazione di questo genere a mio parere dovrebbe avere un consiglio di amministrazione che dovrebbe funzionare come un organismo di indirizzo, composto da esperti nominati dalle istituzioni ma non con incarichi amministrativi diretti. I ruoli operativi dovrebbero essere invece affidati, con mandati pluriennali, a direttori artistici e a responsabili scelti in base a comprovate esperienze e competenze – e direi anche in base a procedure “aperte” - che dovrebbero operare in relativa autonomia. 

Al di là del grande evento, quali sono gli elementi di novità e di interesse che hanno caratterizzato questi dieci anni?
Semplificando al massimo, il movimento che ruota intorno alla tradizione salentina sembra articolarsi essenzialmente in quattro filoni: quello “di base”, della piazza, che continua ad esistere, non solo nel Salento, ma anche in molte città italiane; 
c’è il Festival La Notte della Taranta che ha una sua storia, una sua vicenda e una sua dinamica più o meno interessante e più o meno condivisibile; ci sono i gruppi “da sagra” che sono la maggior parte e non sempre di grande qualità; e poi c’è l’aspetto a mio parere più significativo, ovvero alcuni percorsi artistici che sono stati in grado, in questi anni, di uscire dal recinto regionale per raggiungere una certa fama anche all’estero nel circuito della world music. Un esempio ne è certamente il Canzoniere Grecanico Salentino che l'anno scorso ha vinto uno dei premi più prestigiosi di Songlines, fa moltissimi concerti all'estero e ha recensioni pazzesche su giornali importanti. 

Oltre al Canzoniere Grecanico Salentino ci sono anche altre esperienze musicali che hanno avuto aperture verso l’estero penso ad Antonio Castrignanò o Officina Zoé…
Certo. Officina Zoè, uno dei gruppi storici e imprescindibili, ha già dato molto in questo senso e continua ad avere una importante proiezione internazionale. L’esperienza di Antonio Castrignanò ha avuto successo anche fuori dall’Italia, con progetti di grande prestigio, ma lui è senza ombra di dubbio il grande carismatico “divo” della musica popolare salentina, quello con un maggior seguito a livello locale, anche molto al di là degli appassionati di “popolare”. Non è un caso che con il suo gruppo abbia tantissime date in zona, tutte sempre molto partecipate. Ci sono altre esperienze interessanti come quella di Maria Mazzotta e Redi Hasa che hanno realizzato due dischi di grande fascino e bellezza, 
o quella di Dario Muci ed Enza Pagliara che hanno recuperato una impostazione che era tipica dei gruppi del passato, cioè quella di affiancare ai progetti musicali anche la ricerca, con risultati notevoli. E altre se ne potrebbero segnalare. Tra i più giovani mi piacciono molto i Mandatari, con i loro primi due album che sono tra le più piacevoli e coinvolgenti uscite degli ultimi anni: sono ancora in fase embrionale – in quanto giovanissimi - e da loro ci aspettiamo cose importanti.

Insomma c’è una vivacità ancora forte, un fermento culturale molto intenso…
L’idea alla base del mio libro era proprio quella di segnalare questa grande vivacità a tutti i livelli che si esplicita anche nel fatto che continuano ad uscire libri, saggi e studi sui temi salentini, in Italia anche all'estero. Recentemente sono usciti lavori di grande interesse, come “Tarantella!: Possession et dépossession dans l'ex-royaume de Naples”, uno studio ponderoso e molto importante del francese Alèssi Dell'Umbria di cui in Francia hanno parlato molto, mentre da noi non mi pare sia stato preso in considerazione. Sarebbe un gran cosa se si riuscisse a pubblicarlo in italiano. 

Nel tuo libro poi parli anche della narrativa…
Una delle cose che sorprende è che continuano ad essere pubblicati romanzi che sono ambientati nel Salento “pizzicato”, spesso anche per case editrici di rilievo nazionale, più o meno condizionati da questa grande fascinazione per la cultura popolare salentina. In particolare colpisce che molti siano romanzi che appartengono a un genere che potremmo definire “etno-noir” – un esempio recente è
 “Pizzica amara” di Gabriella Genisi (Rizzoli). Qualche anno fa ad un certo punto spuntarono quasi in contemporanea addirittura due libri del genere che avevano come titolo quello di due canti funebri pubblicati all’interno di “Canti e pianti d’amore dell’antico Salento” di Brizio Montinaro. 

Nel libro presenti anche una serie di interviste.
Nella seconda parte del libro ci sono 13 interviste inedite - di cui alcune fatte in anni passati, dal 2002 in poi, e altre più recenti - ad alcuni dei protagonisti del rinascimento della musica popolare salentina a partire da Brizio Montinaro, attore ed autore di alcuni splendidi libri come “San Paolo dei Serpenti” e quello più recente sul tarantismo nel teatro storico, oltre che delle prime registrazioni sul campo confluite negli storici dischi Albatros, usciti alla fine degli anni Settanta. Ci sono, poi, le interviste con alcuni protagonisti degli anni Settanta in particolare Giovanni Pellegrino, Maurizio Nocera fino ad arrivare ad alcuni dei personaggi chiave di questi anni come Donatello Pisanello, Franco Tommasi per giungere a Mauro Durante, Antonio Castrignanò e Maristella Martella, tre esempi di artisti tra i più famosi e celebrati degli ultimi tempi. Inoltre non posso non citare la bella “conversazione”, che risale al 2006, con il compianto Sergio Torsello, in cui lui racconta il modo con cui si è avvicinato ai temi della cultura popolare salentina e il grande e prezioso lavoro di riflessione e ricerca che ci ha lasciato come eredità, oltre alle tante esperienza di ricerca e di intervento che abbiamo sviluppato insieme. Uno testo per me molto emozionante.

A proposito di Maristella Martella nell'intervista si apre uno spaccato sulla dimensione coreutica della tradizione salentina, un tema invero poco praticato...
L'esperienza di Maristella è molto interessante sia per come si riferisce alla danza e al tema della trasformazione della tradizione, sia per l'esperienza che ha costruito, di declinazione contemporanea della danza anche in contesti molto prestigiosi.  

Concludendo, è uscito da pochissimi giorni un'altra tua pubblicazione molto interessante “Il ballo della pizzica pizzica”…
“Il ballo della pizzica pizzica” esce, come “Rito e Passione” con ItinerArti, e nasce da una riflessione che abbiamo fatto, ormai da molto tempo, con Franca Tarantino, su come nella percezione di molti – anche addetti ai lavori e persino studiosi - continui ad esserci una grande confusione sulla differenza fra il ballo della festa, quello del tarantismo, la “scherma” e via dicendo. Abbiamo deciso di scrivere questo libro per cercare di chiarire un po’ le cose, dando anche qualche spunto di riflessione su come il ballo si è trasformato (moltissimo) dal contesto contadino a quello attuale, ma anche, con l’aiuto di schemi e disegnini, per fornire una sorta di “corso” semplificato, con le descrizione dei passi e delle coreografie.

La playlist di Rito e Passione


Vincenzo Santoro, Rito e Passione. Conversazioni intorno alla musica popolare salentina, Itinerarti Edizioni 2019, pp. 252, Euro 20,00
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Edito dalla nuova casa editrice Itinerarti, per la collana “Percorsi immateriali”, dedicata alla valorizzazione del patrimonio culturale immateriale, “Rito e Passione. Conversazioni intorno alla musica popolare salentina” è il nuovo saggio di Vincenzo Santoro che prosegue, a dieci anni di distanza, il percorso di analisi ed interpretazione culturale del “movimento della pizzica” intrapreso con “Il ritorno della taranta. Storia della rinascita della musica popolare salentina”. Il nuovo percorso di ricerca intrapreso dal saggista salentino muove, come scrive nell’introduzione, dall’esigenza di raccontare l’evoluzione e i cambiamenti di questo fenomeno negli ultimi due lustri anche in relazione alle politiche di promozione territoriale messe in campo dalle istituzioni. Diviso in due parti, il volume si apre con l’interessante e ben documentato saggio, articolato in tre capitoli, nel quale Santoro ripercorre brevemente la genesi del fenomeno nella dialettica tra le spinte dal basso e gli interventi pubblici, la rinascita della tradizione e la controversa patrimonializzazione del “tarantismo”. In questo senso non manca una dettagliata ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato il crescendo rossiniano di successo de La Notte della Taranta e quelle relative alla tribolata nascita della fondazione omonima e ciò in relazione anche alla innovativa politica culturale della Regione Puglia e al successo mondiale del Canzoniere Grecanico Salentino. Di grande interesse è, altresì, il capitolo “Inseguendo i ragni” nel quale viene ripercorsa la vastissima produzione discografica e editoriale che ha caratterizzato lo sviluppo di questo movimento, costellata da volumi di taglio antropologico, etnomusicologico e, più di recente, narrativo. A completare l’articolato percorso di indagine tracciato da Santoro è la seconda parte del libro nella quale sono raccolte tredici interviste con alcuni dei protagonisti della scena musicale e culturale salentina. Si spazia, dunque, dalle prime ricerche di Brizio Montinaro alle interessanti riflessioni di Giovanni Pellegrino, dall’enigma del tarantismo raccontato da Maurizio Nocera alla nascita del folk revival salentino di cui racconta Luigi Lezzi. Non mancano, poi, gli interessanti dialoghi con Donatello Pisanello, Franco Tommasi e Roberto Raheli con il quale vengono ripercorse le vicende di Aramirè e le imperdibili conversazioni con il regista Edoardo Winspeare e l’indimenticato Sergio Torsello sull’uso pubblico della cultura popolare. A completare il tutto le voci di due musicisti della nuova generazione come Mauro Durante e Antonio Castrignanò e quella di Maristella Martella con cui viene aperto un focus sulla dimensione coreutica della tradizione salentina. Chiude il volume una breve appendice con i dieci dischi più rappresentativi dell’ultimo decennio, opportunamente selezionati dall’autore. Insomma, “Rito e Passione” rappresenta un importante stimolo di riflessione sulla valorizzazione del patrimonio della cultura immateriale del Salento ma anche l’occasione per comprendere le tante occasioni mancate ne hanno caratterizzato gli ultimi anni.

Salvatore Esposito

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