La musica richiede dedizione: intervista con Vieux Farka Touré

Nato a Niafunké (Mali) nel 1981, Vieux Farka Touré ha all’attivo una decina di album. Il titolo dell’ultimo disco, “Samba” (2017) è anche il nome con cui veniva chiamato in famiglia e che vuol dire “secondo figlio” in Songhai e la canzone “Samba Si Kairi" è ispirata a un ritornello che nonno e padre, Ali Farka  Touré, gli cantavano quando avevano occasione di suonare insieme.  Il Festival milanese Contaminafro ha ospitato il suo gruppo il 20 giugno all’interno di un programma molto nutrito che contava fra gli altri i concerti di Richard Bona con Antonio Rey, Sidiki Kamara, Roger Ludvigsen, Fulvio Maras, Trilok Gurtu. È nel contesto di Contaminafro che BF ha potuto realizzare questa intervista con Vieux Farka Touré.

Quale repertorio proponi oggi dal palco?
Mi sembra che i festival di musica africana o che la ospitano accanto ad altre musiche, siano in crescita in Europa e la cosa mi fa piacere. Sono sempre un’occasione di incontro e di scambio e sono contento di vedere un numero crescente di artisti europei che si dedicano a queste musiche. Dal vivo amo alternare brani più antichi del mio repertorio con composizioni più recenti: 
da un lato il pubblico ha l’occasione di ascoltare quel che apprezza dei dischi, mentre dall’altro abbiamo l’occasione di condividere l’energia che stiamo mettendo nelle nuove creazioni. Per il momento non ho programmato di entrare in sala di incisione per un nuovo album: ho la fortuna di poter partecipare a vari progetti collaborativi e mi dedico a questi. L’ultimo, appena registrato, comprende musicisti anglo-americani, ma è ancora presto per svelare tutti i dettagli.

Che ne è stato delle session con Idan Raichel?
La collaborazione con Idan Raichel mi è molto cara e ha prodotto due ottimi dischi, “The Tel Aviv Session” (2012) e “The Paris Session” (2014) e alcuni tour. Purtroppo, negli ultimi anni, si è rivelato difficoltoso organizzare concerti perché, sempre più spesso, tra il pubblico c’era chi manifestava ostilità verso una collaborazione che vedeva protagonista un’artista di Israele. Non sono d’accordo con chi cerca di ridurmi a un musicista musulmano e pretende che in quanto tale io non abbia la libertà di esprimere e condividere la mia cultura musicale in contesti diversi. 
Per me la musica è dialogo e cultura universale.

Qual è la relazione col tuo luogo natale in questo rapporto locale-universale?
Niafunké è la mia fonte, ci torno ogni volta che ne ho l’occasione. Per fortuna è relativamente meno colpita dalla violenza che attraversa ampie regioni del Mali, ma anche a Niafunké vi sono state emergenze. Lì sono i miei affetti familiari e lì ho imparato a suonare e a coltivare lo studio della chitarra, il rapporto con il repertorio tradizionale, con lo ngoni e con quello di mio padre Ali Farka Touré in particolare, curando anche l’archivio delle sue registrazioni. Per me non si tratta solo di sviluppare il modo in cui suono la chitarra, ma anche di rimanere attento ad apprendere.

Che ruolo ha la musica oggi in Mali?
Purtroppo la situazione in Mali è sia complessa, sia complicata. Il ruolo della musica di fronte al montare della violenza è importantissimo. Non bisogna dimenticare che in Mali, ancor oggi, moltissime persone non sanno né leggere né scrivere e la musica, attraverso le radio e la televisione, può avere una funzione educativa molto importante, una funzione che ha sempre avuto e che deve abbeverarsi alla cultura tradizionale, ad una cultura di amore nonostante i problemi acuti che siamo chiamati ad affrontare. Purtroppo molti musicisti prendono la scorciatoia delle tecnologie e di produzioni fatte in serie, invece di rispettare la musica offrendole la dedizione necessaria.



Alessio Surian

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