Waed Bouhassoun – Safar: les âmes retrouvées (Buda Musique, 2019)

È una dote rara saper raccontare il dolore: la sensibilità e la profondità con cui lo fa Waed Bouhassoun rende questo album unico, un lavoro che sa attraversare il tempo ed i luoghi. Nata nel 1979 a Shaqqa, villaggio della Siria meridionale, ha cominciato in casa, da bambina, ad avvicinarsi al repertorio della musica tradizionale per farsi poi conoscere nell’esigente contesto di Aleppo. Dieci anni fa l’Institut du monde arabe pubblicava il suo primo album “La voix de l’amour”, in cui la cantante e suonatrice di ud colpiva immediatamente per l’intensità e la poesia delle proprie interpretazioni e composizioni. Seguirono concerti non solo in Siria, ma anche in Tunisia, in Egitto e in Europa. Era possibile tener viva l’attenzione e il dialogo fra società siriana e resto del mondo o, almeno, del Mediterraneo? Non molto, e all’isolamento della Siria si accompagnò la decisione di trasferirsi in Francia. Cinque anni dopo cominciò a collaborare con l’etichetta Buda registrando “L'âme du luth”, raccolta di composizioni musicali in cui la ricerca dell’anima dell’ud/liuto segue i sentieri dei ritmi della parola nelle opere letterarie del mondo arabo, innanzitutto del poeta siriano Adonis. Nel 2016 continua sulla stessa lunghezza d’onda con “La Voix”, cantando la poesia nabat della Siria meridionale. “Layla”, in apertura del terzo album per Buda, offre l’ascoltatore un paio di minuti di solo ud a disegnare uno spazio sonoro e poetico per accogliere al meglio la voce Waed Bouhassoun ed una sua personale introduzione e composizione in versi alla sognante poesia di Adonis, “Qays (le fou de Layla)”, per la quale ha scritto la musica del secondo brano: “L’ho visto raccogliere, dalle rive d’una lunga veglia, la luna, pugno a pugno”. Poi, per due brani, l’ud si fa da parte lasciando che a dialogare con la cantante sia il flauto ney di Kudsi Erguner, così come in seguito l’ud si farà da parte nell’incontro con il saz del curdo Rusan Filizek e, di nuovo per due brani, quando ritorna come compagno di viaggio il ney del siriano Moslem Rahal, già protagonista di “La Voix”. Questi incontri offrono un’estetica della complementarietà che suggerisce un’ulteriore declinazione del riferimento alle “anime ritrovate” nel titolo dell’album. In “Ilahi / Nahawand”, accanto alla voce di Waed Bouhassoun e al ney di Erguner, si ascoltano anche le percussioni, a cominciare dal daf, suonate dal curdo Rusan Filiztek. Insieme, i tre compiono un piccola-grande meraviglia legando tre testi: un brano dalla tradizione turca e due poemi arabi, uno del X secolo di Al Mouhib (Smonon bin Hamza) ed uno del XIII secolo di Afi f-Din Telmceni. Il filo conduttore è quello della sofferenza di chi è costretto a vivere distante dalle persone care e il confronto con il dolore prosegue con la composizione di Zekai Dede “Ilahi / Saba Tesbih”, che esprime il sentimento del lutto. Anche quando lascia le percussioni, Rusan Filizek continua a confrontarsi con il dolore: comincia il suo saz ad esprimere un cuore ferito attraverso un brano tradizionale della Siria meridionale (“Je dors le coeur blessé”), preparando il terreno per le voci, ad un tempo precise ed espressive, di Waed Bouhassoun e dello stesso Filizek. L’ud torna nel sesto brano, forse cercando di dare una risposta a tanto dolore: mette al centro dell’album l’ “Amour” per cantarlo in francese appoggiandosi ai versi del XVI secolo di Clément Marot. E un atto d’amore è “Safar Solo”, spazio che Waed Bouhassoun riserva all’ud che fa cantare e volare in una varietà di registri, dispiegando una perizia tecnica sempre al servizio del registro narrativo musicale che nei quattro brani finali sarà dedicato soprattutto alla Siria meridionale. Due brani sono riservati al dialogo con il ney di Moslem Rahal, esplorando con estrema sensibilità e da angolature diverse uno spazio affettivo comune. Poi l’ud e la voce di Waed Bouhassoun fanno convogliare gli intensi paesaggi sonori attraversati verso un luogo di sintesi, prima cantando la nostalgia con versi scritti mille anni fa da Ibn Zaydoun, poi con una preghiera che canta la speranza. 


Alessio Surian

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