Ignazio Macchiarella/Emilio Tamburini, Le voci ritrovate. Canti e narrazioni di prigionieri italiani della Grande Guerra negli archivi sonori di Berlino, Nota 2018, Libro con 4 CD, pp. 302, Euro 37,00

Particolare della copertina del volume
È una emozionante rivelazione quella offerta dal notevole volume “Le voci ritrovate”, rilevante contributo alla memoria della Grande Guerra, che presenta i canti e le narrazioni di prigionieri italiani della prima guerra mondiale, provenienti dagli archivi sonori della capitale tedesca. Si tratta di testimonianze registrate nel 1918 nei campi di detenzione militare da un équipe pluridisciplinare (linguisti, filologi, musicologi ed etnologi) della Regia Commissione Fonografica Prussiana, al fine di rilevare aspetti linguistici e culturali dei popoli in guerra contro gli imperi centrali. Il fatto è che i lager rappresentavano uno osservatorio privilegiato, una “occasione irripetibile” per una ricerca sul campo che era, per così dire, a portata di mano. Il valore del corpus consiste nel far riemergere dalla storia, restituendocele, le più antiche voci registrate di “italiani comuni”, ovverosia né professionisti del canto né uomini illustri. Parte di un ampio progetto diretto dal Phonogrammararchiv dell’Ethnologisches Museum e dal Lautarchiv dell’Università Humboldt di Berlino – custodi dei materiali originali –, il lavoro è stato curato per la parte musicologica da Ignazio Macchiarella, professore ordinario di Etnomusicologia all’Università di Cagliari, e per la parte storica e culturale da Emilio Tamburini, giovane studioso interessato alla valorizzazione di archivi sonori e filmici e ai rapporti tra memoria pubblica e privata. Il libro è prefato da Britta Lange, tra i massimi studiosi delle collezioni realizzate nei lager tedeschi nel corso del primo conflitto mondiale. Dell’affascinante ricerca abbiamo parlato con Ignazio Macchiarella.

Come ha reagito lo studioso di fronte all’ascolto di queste voci?
Innanzi tutto con stupore ed entusiasmo. È bastato poco per capire l’importanza dei materiali in questione, se non altro perché è subito apparso evidente che si trattava delle più antiche registrazioni di “italiani del popolo”, sia pure in divisa da soldato e all’interno di un contesto tremendo quale un campo di concentramento,  nell’atto del cantare.
Ignazio Macchiarella
Prima di ritrovare queste fonti avevamo solo voci di cantanti di lirica, musicisti professionisti, uomini politici e capi militari risalenti a quel periodo. È bastato il primo ascolto per intuire l’estremo valore documentario del corpus – anche perché per fortuna quasi tutte le tracce sonore si ascoltano chiaramente, almeno per quanto permesso dalla tecnologia dell’epoca.

Vogliamo ricostruire le tappe che hanno portato al rinvenimento dei materiali?
Ho avuto la fortuna di imbattermi in questi materiali per la prima volta circa sette anni fa, grazie ad una segnalazione della collega Susanne Ziegler, all’epoca vera e propria anima del Phonogrammarchiv dell’Ethnologisches Museum di Dahlem (Berlino).  In quanto responsabile delle collezioni storiche, Susanne mi propone di collaborare al progetto di valorizzazione delle registrazioni realizzate dalla Preußische Phonographische Kommission (la Commissione fonografica prussiana) fra il 1914 e il 1918 in vari campi di concentramento tedeschi, lavorando sul piccolo corpus di materiali relativi agli italiani. Qualche tempo dopo, googlando, mi sono imbattuto in un saggio di Emilio Tamburini (“Voci dalla prigionia: le registrazioni sonore dei prigionieri di guerra italiani al Lautarchiv della Humboldt Universität”, in «Le Carte e la Storia, Rivista di storia delle istituzioni», 2, pp. 175-184, 2016), sui materiali italiani di una raccolta parallela, su dischi Berliner (e non cilindri), realizzata negli stessi anni da una diversa équipe della Kommission e conservata oggi nel  Lautarchiv della Humboldt Universität di Berlino. In breve, io ed Emilio decidiamo di mettere insieme le nostre esperienze e, grazie alla disponibilità delle due istituzioni, Phonogrammarchiv e Lautarchiv, riusciamo a riunire tutti i materiali sonori (non solo canti ma anche narrazioni, recitazioni, formule verbali e così via) e materiali cartacei relativi ai soldati italiani con l’obiettivo di curare una loro integrale pubblicazione, accompagnata da uno studio analitico.  

Manoscritto del canto "Il general Cadorna"
Come è stato articolato il lavoro di analisi con Emilio Tamburini?
Con Emilio, che è un giovane studioso trentino che sta completando i propri studi alla Humboldt, è stato un piacere collaborare. Lui si è occupato di inquadrare storicamente i materiali esaminando i contesti e le ragioni alla base della loro realizzazione; io mi sono occupato dell’aspetto sonoro cercando di presentare le diverse tipologie di espressioni vocali registrate e di ragionare soprattutto sulla loro forza documentaria, capace di evocare l’individualità di ciascun prigioniero. Il tutto preceduto da una bella prefazione di Britta Lange, la quale è forse la maggiore esperta di questo tipo particolare di fonti sonore, a cui tengo particolarmente.  

Proviamo a ricostruire il contesto scientifico in cui avvennero le rilevazioni?
Le registrazioni “italiane” fanno parte di un corpus ben più grande, comprendente migliaia di documenti, fra materiali in cilindri di cera e in dischi in cera lacca, con registrazioni di voci di inglesi, francesi, sovietici, coreani, georgiani, insomma di tutti gli eserciti nemici della Vierbund (la Quadruplice Alleanza). Il lavoro di rilevamento venne realizzato in diversi campi di concentramento dalla già citata Preußische Phonographische Kommission, con un finanziamento diretto dello stesso Kaiser Wilhelm II. Tale commissione comprendeva musicologi, linguisti, antropologi ed era diretta da Carl Stumpf, padre della (Vergleichende Musikwissenschaft) Musicologia comparata tedesca, antenata della moderna etnomusicologia. Le motivazioni alla base di questa iniziativa sono molto varie e difficili da stabilire con chiarezza. Certo v’era il desiderio di allargare la “mappatura” musicale, in chiave comparatistica, dell’archivio sonoro berlinese fondato già nel 1900. Vi era probabilmente l’idea di conoscere qualcosa delle culture che si pensava di dominare a guerra finita. Ed altro ancora... Gli studiosi prussiani consideravano i campi di prigionia come “campi etnografici” in cui poter studiare le diversità culturali. È importante sottolineare che i vari documenti venivano registrati secondo rigidi protocolli che ne condizionavano certamente l’esito sonoro. Prima di incidere il canto ogni soldato prescelto doveva trascriverne  il testo nel proprio dialetto: operazione, possiamo pensare, assai difficile dal momento che questo era lingua dell’oralità, poi tradurlo in italiano, poi recitarlo leggendolo e quindi intonarlo, sempre avendo davanti il foglio con la trascrizione testuale. Alla bisogna il foglio veniva tenuto in mano e posto davanti agli occhi del soldato da un assistente dell’équipe.

Manoscritto del canto "Canzone degli imboscati"
Cosa si ascolta nei CD allegati al volume?
Come detto, abbiamo scelto di pubblicare integralmente il corpus, comprese anche le tracce di pochi secondi con esecuzioni bruscamente troncate.  Il primo CD contiene 72 tracce cantate, comprendendo alcune recitazioni del testo verbale associate ai canti, più alcune ri-esecuzioni di singoli brani. Il secondo CD è costituito da 30 tracce dedicate alla narrazione della “Parabola del figliol prodigo” in diverse varianti dialettali. Come era consuetudine nella linguistica del tempo, la raccolta dei dati dialettali, con impostazione comparativa, si basava su un testo molto noto – la scelta di questa parabola evangelica era alquanto frequente, come illustra Britta Lange. Anche questi documenti sonori derivavano dal passaggio trascrizione dialettale-traduzione di cui si è detto prima. 
Il terzo CD è costituito da 34 tracce sonore di  altra natura, sempre nei diversi dialetti, fra cui narrazioni di storie, filastrocche, sequenze di frasi suggerite per la traduzione dagli studiosi e così via. C’è poi il quarto CD costituito da file immagine ad alta definizione, con la scansione di tutti i documenti cartacei, le schede personali dei militari, le trascrizioni/traduzioni e così via. 

Sotto il profilo etnomusicologo, come si collocano questi documenti e qual è la loro portata?
Una portata molteplice, sicuramente, come spero di aver dimostrato nel testo. Qui, tra le altre, mi limito a richiamare un aspetto immediatamente significativo, ossia la variabilità dell’intonazione degli intervalli melodici. Diversamente da noi oggi, i militari registrati non avevano nelle orecchie l’assolutismo – chiamiamolo così! – della scala temperata, dovuto alla nostra continua esposizione ai media, al main stream musicale e così via. Al tempo, prima dell’invenzione della radio, ogni luogo, c’è da presupporre, aveva delle proprie consuetudini anche in fatto di organizzazione scalare. È qualcosa su cui finora avevamo delle tracce indirette in alcune fonti letterarie: le registrazioni dei prussiani offrono un piccolo squarcio sul fenomeno, con frequenti intervalli diversi rispetto a quelli cui siamo abituati. Per una prima verifica nel mio testo ho fatto ricorso ad un semplice programma informatico le cui schematizzazioni rendono evidente la questione: ho in corso un ulteriore approfondimento con più sofisticati strumenti analitici. Certo, il corpus è limitato e condizionato dalle situazioni del rilevamento. Quindi, ben poco si può dire sulla “vita musicale” del tempo, anzi in alcuni casi le indicazioni che offre sono problematiche. Per dire, tutte le incisioni sono di esecuzioni monodiche, tranne quattro rudimentali tentativi di intonazione polifonica, fra cui una lunga sequenza dei ben noti “Stornelli alla Bambacé” con testo contro il generale Cadorna e un adattamento de “O Surdato 'Nnammurato” in marcia contro gli imboscati: gli unici due canti in cui compare il tema della guerra e che sono cantati in italiano.
Un disco contenente le registrazioni
Ne parlano anche Franco Castelli, Emilio Jona, Alberto Lovatto in  “Al rombo del Cannon. Grande guerra e canto popolare”: una netta predominanza della monodia sulla polifonia. In realtà, sappiamo che all’epoca le pratiche a più voci erano assai diffuse ovunque in Italia. Una predominanza che non si spiega con ragioni tecniche (con i fonografi era difficile registrare le polifonie) dal momento che per esempio nelle registrazioni georgiane abbondano le polifonie. 

E la portata sul piano storico e linguistico?
Il saggio di Tamburini, nella prospettiva della Kulturwissenschaft, il campo di ricerca che potremmo definire di “storia culturale”, focalizza magnificamente il valore storico dei materiali, le ragioni dell’iniziativa e soprattutto la forza comunicativa dei materiali nel contesto bellico. È una riflessione sui vari attori in gioco e sulle loro narrazioni: gli studiosi con i loro interessi scientifici da un lato, i prigionieri con la loro esperienza di guerra e di prigionia dall’altro; ma anche sul ruolo che assumiamo noi, ascoltatori di oggi, nel fruire queste registrazioni. La vicenda di questi prigionieri italiani poi rappresenta un caso specifico rispetto ai corpora dei soldati di altre nazioni e può essere utile soffermarsi su differenze e analogie. Sul piano linguistico, anche per i modi del rilevamento cui ho accennato prima, si tratta di una fonte preziosa – come già un giovane studioso, Stefano Bannò, allievo di Serenella Baggio dell’Università di Trento ha dimostrato, realizzando la propria tesi magistrale su una parte dei materiali linguistici in questione. 

Tra i diversi documenti, ce n'è qualcuno che ti ha colpito maggiormente?
Guarda, il primo ascolto dei documenti è stata una continua sorpresa e ogni canto, racconto, frase dialettale rivelava – quanto meno - elementi sonori stupefacenti.  Comunque posso dire che sono più affezionato al primo brano in assoluto che ho ascoltato, che forse è stata la prima traccia registrata dall’equipe prussiana, vale a dire “E cando sonat sa campana trista” (CD 1/40) una ‘moda’ sarda sulla morte e la lontananza, basata su un testo scritto ad inizio Novecento dal poeta Antonio Sini Ogana, cantata da Giuseppe Loddo, nato a Fonni, sul Gennargentu, il 13 gennaio 1883, di cui ho avuto modo di conoscere una delle figlie e altre persone che l’avevano conosciuto, raccogliendo varie informazioni sulla biografia e su i suoi saperi musicali.
Manoscritto di Giuseppe Loddo
Si tratta di saperi assai speciali in quanto Loddo, tra l’altro, mette in discussione certe “barriere mentali” che troppo spesso vengono immaginate fra le diverse espressioni musicali nell’isola: pensa, si tratta di un barbaricino capace di cantare nella propria “lingua musicale” ma anche di cantare (e bene) secondo vari modelli musicali del Campidano, che è capace altresì di districarsi in diverse variabili linguistiche: un “music maker” che sa fare tutto questo e che decide, di propria iniziativa di mettere in azione le sue diverse “musicalità” (diciamo così), di presentare quello che il mio amico e collega Sebastiano Pilosu chiama “un piccolo campionario di forme poetico musicali” all’ascolto degli studiosi prussiani. Un personaggio, Giuseppe Loddo, che certamente merita un approfondimento. 

Ci sono stati interventi sul piano sonico nel riprodurre i materiali sui CD per la pubblicazione? 
I materiali audio su cui abbiamo lavorato provenivano da riversamenti realizzati con apposita strumentazione dalle due istituzioni berlinesi ed erano già di buona qualità d’ascolto. Su questa base abbiamo scelto di fare dei piccoli interventi di pulizia, affidati all’arte di Giuliano Michelini, fonico della casa editrice Nota, mantenendo comunque un ampio spettro di fruscii e rumori di fondo per non annullare il senso storico del documento.  

Si può ipotizzare che esistano documenti analoghi “perduti” in altri archivi, magari legati ad altri eventi bellici oppure si dovrebbe trattare di un unicum derivante dal contesto di rilevamento e dalle motivazioni degli studiosi di area germanofona?
Al momento non abbiamo informazioni sull’esistenza di altri materiali analoghi, salvo il caso dell’archivio fonografico di Vienna, che conserva alcune registrazioni di brani parlati, ma non cantati, raccolte nei campi di prigionia austriaci. Ma chissà! Abbiamo qualche flebile indicazione sulla possibilità che voci di altri italiani-del-popolo siano finite su qualche supporto sonoro dell’epoca: non dico niente altro per scaramanzia.  

State ancora “interrogando” queste voci? Cos’altro possono rilevare?
Manoscritto di Pasquale Brescia
Sì certo, ancora il corpus ha molto da dire da diversi punti di vista. Io e Emilio stiamo già lavorando ad un secondo volume con ulteriori approfondimenti delle questioni di nostra competenza e con la partecipazione di linguisti, antropologi, dialettologi, storici da noi invitati. Emilio, da parte sua, sta lavorando ad un progetto di documentario sulle memorie relative ad alcuni dei soldati documentati: un progetto magnifico! Nel contempo speriamo e ci aspettiamo che altri studiosi lavorino sui materiali sonori, anche per avere differenti punti di vista. 

Che rilevanza può avere la circolazione pubblica di queste voci presso le più giovani generazioni?
Per dirlo in una battuta, credo che il corpus restituisca l’uomo/il ragazzo in divisa, al di là del soldato. L’umanità di un Pasquale Brescia, pugliese di Gioia del Colle, che in una situazione drammatica (ricordo che nei campi di concentramento gli italiani erano trattati particolarmente male, specie quelli qui in questione quasi tutti catturati dopo Caporetto, rinnegati e considerati disertori da Cadorna e dai vertici del governo italiano) decide di cantare una pizzica, o del romano Alfredo Ponziani che canta di una pizzicarola che “mette in mostra tutti i suoi prosciutti” o del ligure Giorgio Agnese il quale vanta il vin da Cornigliano (vicino Genova) che con pochi soldi fa ubriacare. Ecco credo che queste voci allarghino - didatticamente se vogliamo – l’immagine dell’umanità crudelmente in azione nell’evento bellico: contribuiscono a definire la dimensione “non naturale ” della guerra, di cui si dice nelle strofette contro Cadorna.  

E sul piano umano?
Sul piano umano ci sono le storie individuali dei quarantadue corpi sonori (“soundful bodies”) di cui le tracce su cera ci restituiscono l’unicità. Storie tristi, condizionate dall’esperienza della prigionia. La figlia di Loddo, ad esempio, mi ha detto che il padre non ha mai parlato in famiglia della guerra e sappiamo che altri si sono ugualmente comportati. Sono storie che meritano tutte di essere meglio conosciute e ricordate. Presentare, ragionare su queste figure di uomini/ragazzi costretti a fare i soldati, può dare un bel contributo a proposito della stupidità della guerra: non credi? 


Ignazio Macchiarella/Emilio Tamburini, Le voci ritrovate. Canti e narrazioni di prigionieri italiani della Grande Guerra negli archivi sonori di Berlino, Nota 2018, Libro con 4 CD, pp. 302, Euro 37,00
Può una ricerca lasciare un vigoroso segno emotivo? Senz’altro accade con “Le voci ritrovate”, lo studio a quattro mani di Ignazio Macchiarella ed Emilio Tamburini, con contributi di Ricarda Kopal e Sebastian Klotz e l’importante saggio introduttivo di Britta Lange della Humboldt Universität. Come restare indifferenti al cospetto di voci, di “corpi sonori” e presenze che arrivano dal tempo lontano del grande bagno di sangue che all’Italia costò seicentomila morti e oltre un milione di feriti? Il volume consta di 302 pagine ed è accompagnato da quattro CD, di cui tre audio e uno contenente le scansioni delle fonti cartacee, i dati dei singoli militari e le notazioni di quanto hanno eseguito. All’interno di un più ampio programma di rilevazione diretto fin dal 1915 dal musicologo Carl Stumpf, che riuniva linguisti, filologi, etnomusicologi ed etnologi, i ricercatori della Commissione Fonografica Prussiana registrano le voci di quarantadue “performer” italiani, originari di Piemonte, Liguria, Lombardia, Friuli, Veneto, Emilia, Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Sardegna, Campania, di una comunità arbëreshë nell’attuale Molise e ancora di Puglia, Calabria e Sicilia. Di tutti (eccetto uno) conosciamo il nome: cosa per nulla scontata all’epoca, considerate le premesse ideologiche degli studi folklorici. Gli internati cantano nei rispettivi dialetti (e lingue minoritarie) che erano la loro lingua madre. La ricerca degli studiosi tedeschi sugli italiani produce due raccolte, una del Phonogrammarchiv e un’altra del Lautarchiv della Humboldt-Universität , costituite rispettivamente da 985 cilindri di cera (canti e documenti cartacei) e 1651 dischi grammofonici (con canti, rilevazioni linguistiche, narrazioni, proverbi, preghiere, estratti parlati, documenti cartacei e trascrizioni fonetiche). Raccolte che hanno subito numerose vicissitudini, fino ad essere state accantonate e, più recentemente, ritrovate e quindi digitalizzate. Tocca a Tamburini ricostruire nell’articolato saggio “Sulle tracce della voce” le premesse metodologiche, inquadrare il contesto in cui agiscono i ricercatori tedeschi e le ragioni delle rilevazioni, l’ambiente e il setting nel quale sono raccolte queste registrazioni, che costituiscono una “collezione sensibile” (come definisce Lange la pratica scientifica nell’ambito coloniale e della reclusione militare). Dell’analisi musicologica e dei repertori si fa carico Macchiarella nell’articolato saggio “La forza del suono”. L’etnomusicologo analizza le espressioni e i repertori, analizza le individualità narranti, discute di colori e timbri vocali quelle sensibilità “altre” degli esecutori: siamo in un’epoca precedente alla massiccia presenza di strumenti di riproduzione sonora che hanno influenzato e standardizzato le espressioni canore vocali, comprese quelle di tradizione orale («l’assolutismo della scala temperata», lo definisce Macchiarella). Ma che canti si ascoltano nei CD? Una varietà di motivi d’autore napoletani e romaneschi, storie cantate, canzoni a ballo, un frammento di rituale di questua e altre espressioni, tra cui sono di grande interesse quelle di provenienza sarda. In quattro casi i prigionieri intonano anche brani a più voci, tra cui spiccano gli stornelli dell’invettiva contro il generale Cadorna, responsabile della disfatta di Caporetto dell’anno precedente alle registrazioni, e un adattamento in marcia contro gli imboscati de “O Surdato Nnammurato”. Il secondo CD audio contiene varianti della “Parabola del figliol prodigo”, mentre il terzo disco presenta altri eterogeni materiali sonori.  Macchiarella propone di non attribuire a questi documenti un valore informativo incondizionato (p. 268), ponendo l’accento sul fatto che non può riconoscere se i perfomer siano stati selezionati tra i tanti prigionieri perché adusi al canto o se la prevalenza di canti monodici rispetto a quelli a più voci sia dipesa da scelte o preferenze di chi ha realizzato le registrazioni oppure se gli interanti abbiano potuto scegliere il motivo da eseguire. Ancora, se vi siano state delle richieste da parte degli studiosi (p. 176). “Le voci ritrovate” non è un’opera destinata solo agli specialisti: è vero che apre nuovi spazi di ricerca futura e attiva nuove percorsi di memoria del conflitto, ma, soprattutto, racconta le vicende individuali di “corpi sonori”, le cui storie sono condizionate dalla tragica esperienza dell’internamento. Cosa e come saremo capaci di ascoltarle? Come ci ha spiegato Macchiarella: «Ragionare su queste figure di uomini/ragazzi costretti a fare i soldati, può dare un bel contributo a proposito della stupidità della guerra». 

Ciro De Rosa
Immagini 3,4,6,7 tratte dal cd allegato al libro

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