Il canto politico in Italia: il caso de Il Galeone

A conclusione del mio percorso di studi triennale in Beni culturali e Spettacolo dell'Università di Cagliari ho realizzato, con la supervisione del professor Ignazio Macchiarella, un elaborato su alcune versioni musicali del celebre canto anarchico Il Galeone. Frutto di interessi personali maturati via via nel corso degli anni (e rafforzati anche dalla partecipazione ad un coro anarchico autorganizzato), il lavoro adotta una metodologia basata sull’ascolto approfondito di esecuzioni musicali incise in disco o recuperate via Youtube. 

Il Galeone di Paola Nicolazzi 
Come è noto, Il Galeone prende origine dalla poesia intitolata Schiavi! composta nel 1967 dal partigiano, anarchico carrarese Belgrado Pedrini (1913-1979) durante la detenzione nel carcere di Fossombrone 1. Il 5 ottobre 1974, sulla rivista carrarese Presenza anarchica, senza alcun titolo né nome di autore/trice, viene pubblicato il testo che poi diventerà quello de Il Galeone, un testo con consistenti variazioni rispetto all’originale di Pedrini. Lo stesso anno tale testo viene adattato musicalmente dalla cantautrice anarchica spezzina Paola Nicolazzi (1933-2014), che nel 1978 lo incide con il titolo Il Galeone, nel disco Quella sera a Milano era caldo…Antologia della canzone anarchica. (I Dischi del Sole –DS 1099/01) 2.

Estratto dal manoscritto di Belgrado Pedrini 3
Il testo della canzone della Nicolazzi presenta significative variazioni rispetto a Schiavi!, che si possono apprezzare qui  di seguito: 

Schiavi!
Il Galeone


Siamo la ciurma ignota
d’un galeon mortale,
su cui brontola il tuono
dell’avvenir fatale.

Mai orizzonti limpidi
schiude la nostra aurora,
e sulla tolda squallida,
urla la scolta ognora.

I nostri dì s’involano
fra fetide carene:
siam macri, emunti schiavi,
stretti in ferral catene.

Nessun nocchiero ardito,
sfida dei venti l’ira?
Pur sulla nave muda,
vespero ognun sospira!

Sorge sul mar la luna,
ruotan le stelle in cielo,
ma sulla nostra tomba,
steso è un funereo velo.

Torme di schiavi adusti,
chini a gemer sul remo,
spezziam queste carene,
o chini a remar morremo.






Remiam finché la nave
Si schianti sui frangenti,
alte le rossonere,
fra il sibilar dei venti!

Cos’è, gementi schiavi,
questo remar remare?
Meglio cader da prodi
Sul biancheggiar del mare.

E sia pietosa coltrice
l’onda schiumosa e ria,
ma pera in tutto il mondo
l’infame borghesia.

Falci del messidoro,
picche vermiglie al vento,
sarete i nostri labari
nell’epico cimento.

Su, su, gementi schiavi!
L’onda gorgoglia e sale:
di già balena e fulmina
sul galeon fatale.






Gridiam, gridiam: giustizia,
e libertade o morte 4.


Siamo la ciurma anemica  
d'una galera infame
su cui ratta la morte
miete per lenta fame.

Mai orizzonti limpidi   
schiude la nostra aurora
e sulla tolda squallida
urla la scolta ognora.

I nostri dì si involano   
fra fetide carene
siam magri smunti schiavi
stretti in ferro catene.






Sorge sul mar la luna
ruotan le stelle in cielo
ma sulle nostre luci
steso è un funereo velo.

Torme di schiavi adusti 
chini a gemer sul remo
spezziam queste catene
o chini a remar morremo!  

Cos'è gementi schiavi
questo remar remare?
Meglio morir tra i flutti
sul biancheggiar del mare. 

Remiam finché la nave
si schianti sui frangenti
alte le rossonere
fra il sibilar dei venti!





  
E sia pietosa coltrice  
l'onda spumosa e ria
ma sorga un dì sui martiri
il sol dell'anarchia.






Su schiavi all'armi all'armi!
L'onda gorgoglia e sale
tuoni baleni e fulmini 
sul galeon fatale.

Su schiavi all'armi all'armi!
Pugnam col braccio forte!
Giuriam giuriam giustizia!
O libertà o morte!

Giuriam giuriam giustizia!   
O libertà o morte! 5


L’adattamento musicale proposto da Paola Nicolazzi si basa sulla rielaborazione della melodia di un canto di tradizione orale, Se tu ti fai monaca 6, registrato “sul campo” da una delle più importanti formazioni del folk music revival, il Canzoniere del Lazio, che l’ha rielaborato e pubblicato nel 1973 all’interno del primo Long Playing intitolato Quanno nascesti tune.  Questa prima versione cantata de Il Galeone 8 presenta un carattere musicale fortemente inclusivo. Tutti gli elementi sonori vengono scelti in maniera tale che il canto possa essere intonato dal maggior numero di persone. La cantante sceglie un sound per molti aspetti tipico del cantastorie: accompagnata dalla regolare scansione accordale, con andamento moderato, proposta dalla chitarra, la cantante si presenta come una sorta di portavoce e narratrice di una storia da raccontare nelle piazze e nelle strade. Le strofe sono simmetriche e durano tutte circa 15 secondi. La linea melodica ha uno svolgimento chiaro e riconoscibile che si mantiene costante per tutta la durata del pezzo. Tale regolarità viene parzialmente negata, a tratti, da speciali accentuazioni, ben individuabili all’ascolto, di alcune parole del testo attraverso l’allungamento delle note e l’amplificazione dell’intensità della voce: è il caso di luna, al primo verso della IV strofa, passando per la ripetizione di all’armi, nella IX e nella X strofa fino ad arrivare ai baleni, situata anche questa nella IX strofa. Se per l'espressione all'armi si può immediatamente intendere il senso dell'enfatizzazione - si immagini ad esempio il forte richiamo degli schiavi che scelgono la via della libertà a costo della vita - negli altri casi la sottolineatura esecutiva della Nicolazzi si può diversamente interpretare. La particolare enfasi data al termine luna, per esempio, potrebbe indicare un risalto particolare all’astro, l'unico vero e proprio punto di riferimento che gli schiavi possono considerare alleato nell'infinita distesa del mare. Un richiamo forse a tutti gli oppressi, per far loro intendere che la guida all’affrancamento non è solo dentro se stessi ma anche al di fuori. Allo stesso modo si può interpretare anche l’enfasi su i baleni, mentre la luce è ancora il simbolo degli oppressi che, sul finire del canto, hanno ormai preso coscienza della loro condizione e sono pronti a sovvertirla.

Alla ricerca della libertà 
L’arrangiamento musicale di Paola Nicolazzi diviene paradigmatico e ad esso si rifanno tante altre versioni cantate del testo del Galeone. È il caso dell’elaborazione del gruppo carrarese de Les Anarchistes 9, una versione che, mantenendo la linea melodica con minime varianti, propone alcune differenze sostanziali nel progetto espressivo 10.  La componente musicale acquisisce maggiore rilevanza ed attraverso essa paiono notarsi significativi richiami alla sofferenza e alla paura che gli schiavi devono affrontare per ottenere ciò a cui aspirano: la libertà. Il brano si apre con una introduzione caratterizzata da un libero arpeggio della chitarra. Il suono di tale strumento accompagna la durata del canto arricchendosi con continui ingressi e sospensioni, compresa la presenza di suoni elettronici che potrebbero essere associati al movimento meccanico delle remate e di voci che potrebbero richiamare forse quelle degli schiavi sulla barca. In questo caso la durata delle strofe non rispetta una fedele simmetria, ma è utile, insieme al largo spazio concesso ai segmenti esclusivamente strumentali e in particolare alle digressioni stridenti della tromba, a sottolineare l'aspetto caotico con cui viene connotato questo particolare arrangiamento.
Altro elemento interessante è il differente posizionamento degli accenti rispetto alla precedente versione. Come primo esempio prendiamo la seconda voce che raddoppia una terza sopra la melodia base solo dal terzo verso di ogni strofa. Si potrebbe azzardare l’ipotesi che l’ingresso di tale voce sia posizionata in modo strategico per sottolineare le parti salienti di ogni quartina. Oppure per restituire pluralità al racconto: la storia non è riportata da un narratore, ma cantata dagli schiavi tutti.
Dopo il primo minuto si inseriscono molto ravvicinate tra loro la tromba e la batteria. L’impiego dello strumento a fiato manifesta una studiata valutazione che contribuisce in modo significativo ad assegnare al brano le caratteristiche melodiche stridule e per certi versi dissonanti, un aspetto distintivo che richiama al disordine e all’agonia degli schiavi che devono affrontare gli infiniti tormenti sull’osannato galeone.
Ecco che allora si insinua una duplicità importante: da una parte si trovano le due voci con l’accompagnamento della chitarra, dall’altra invece si ha la presenza di strumenti quali la tromba e la batteria. Il primo livello è perfettamente riconoscibile e definito, apprezzabile da un auditorio amatore che non possiede elevate conoscenze musicali. Il secondo invece si presenta più ostico ad un ascolto distratto. È probabile che questo piano intenda comunicare dei messaggi non immediatamente riconoscibili.

Ricercate polifonie
La messa in musica de Il Galeone proposta dal gruppo milanese Friser è il racconto di un avventura sempre più incalzante 11.  Anche in questo caso il testo acquisisce un diverso significato in virtù degli elementi vocali e strumentali con i quali viene messo in musica 12. Particolare risalto acquisisce l’articolazione polifonica che pare manifestare un valore di pluralità del racconto, aspetto che sottolinea il legame degli schiavi, uniti per fuggire all’isolamento. Si nota subito una varietà maggiore per quanto riguarda gli strumenti utilizzati: due chitarre, tastiera, contrabbasso, batteria e sassofono. Questi sono sapientemente impiegati creando un’atmosfera volutamente ben diversa rispetto al carattere “da inno” di Paola Nicolazzi. Il brano inizia quasi in punta di piedi e man mano che prosegue diventa sempre più insistente e turbinoso. Le progressive entrate dei vari strumenti enfatizzano diversamente le varie strofe (per esempio l’attacco della batteria sul verso Sorge sul mar la luna che garantisce una particolare verve all’impianto ritmico). L’incedere delle strofe viene efficacemente intercalato da un interludio strumentale alquanto esteso, guidato dal sax tenore, che sospende il racconto creando una sorta di momento di suspense dopo il quale la canzone riprende per poco con un tono più dolce, specie nell’emissione vocale, per poi portare con decisione a compimento il racconto con un crescendo della carica emotiva fino alle ultime due quartine. Qui il tempo rallenta, e si può cogliere un meccanismo di solennizzazione, con un finale secco e chiuso.

Una visione spettrale
Al carattere solare della versione dei Friser si può contrapporre l’interpretazione del gruppo “post-rock” dei  Ronin 13.   Pubblicata nell'album Lemming nel 2007 dalla Ghost Records 14, si caratterizza per un tono cupo e caotico, quasi spettrale, grazie anche al ricorso a sonorità strumentali insolite come la sega musicale di tradizione nordeuropea, le cui eteree sonorità e il cui continuo glissando paiono richiamare il mondo dei fantasmi. Associato alla musica il gruppo propone un video assai raffinato realizzato ad hoc dall'artista italiano Ericailcane 15.
Qui l'aspetto tetro si ricollega all'ultraterreno: degli scheletri interpretano gli schiavi che remano sulla nave decadente. Più in generale, il cielo grigio, il mare scuro e la presenza di una figura soprannaturale colta nel gesto di ingoiare l'osannato galeone sono tutti elementi che trasmettono la sensazione lugubre con cui è stato connotato questo particolare arrangiamento. Un arrangiamento che si può associare per diversi motivi alla versione originaria della Nicolazzi: il brano è suddiviso in parti simmetriche da un interludio strumentale che in realtà ripropone la melodia della quartina senza particolari variazioni. Altro strumento caratterizzante dell’esecuzione è il basso tuba che a dire il vero interviene con un volume sonoro basso: ciò potrebbe essere una scelta studiata, un rafforzamento dell'atmosfera buia e tenebrosa del pezzo attraverso l'utilizzo prevalente di note gravi. Manca, rispetto alla versione Nicolazzi, l'aspetto solenne dell'inno che suggerisce la forza e la determinazione degli oppressi, per affidarci ad una sensazione più malinconica che guida pian piano verso lo schianto della nave e la morte degli schiavi. Di rilievo sono poi gli spostamenti degli accenti in alcuni versi - come  ad esempio «i nostri dì s'involano», ma il fenomeno si può notare con anche in «chini a gemer sul remo» o in «tuoni, baleni e fulmini» - distribuiti lungo la durata del pezzo. A conclusione del brano, l'intonazione vocale, con il sostegno della tuba, rallenta per soffermarsi su alcune note che si allungano e si fermano delicatamente ponendo termine alle angherie subite degli schiavi.

Il galeone di Giovanna Marini
L'ultima versione che qui prendo in considerazione è quella del quartetto vocale di Giovanna Marini che fa parte dell’album "Partenze" Vent'anni Dopo La Morte Di Pier Paolo Pasolini 16.  Tale versione presenta una melodia diversa rispetto a quella fin qui vista. L’esecuzione è polifonica a quattro voci ed ha un’andatura veloce ed incalzante. Il canto viene accompagnato ancora una volta dalla chitarra. Viene a mancare l’impostazione mentre ben evidente è il gusto per l’elaborazione estetica, per il susseguirsi di ricercati intrecci vocali, variazioni cromatiche e melodiche sapientemente architettati. Il risultato è un brano di alto livello tecnico, certamente destinato ad un pubblico ricercato. Nelle prime due strofe il canto è impostato sull’utilizzo di sole due voci, mentre nella terza se ne inserisce un’ulteriore e dalla quarta in poi si apprezza infine l’ensemble a quattro parti. L’elaborazione musicale non è mai ripetitiva e rivela la sapienza della compositrice romana.  Nella struttura testuale vi sono delle rilevanti novità e il testo della Nicolazzi viene stravolto. Cambia quindi il significato del testo e con esso il senso della messa in musica. Lontano dal carattere delle versioni di Ronin o dei Les Anarchistes Giovanna Marini racconta una peripezia con l’obiettivo di poter ritornare in una terra dominata dal riscatto e dalla libertà.

Siamo la ciurma anemica
d'una galera infame
su cui ratta la morte
miete per lenta fame.

Mai orizzonti limpidi
schiude la nostra aurora
e sulla tolda squallida
urla la scolta ognora.

I nostri dì si involano
fra fetide carene
siam magri smunti schiavi
chiusi in ferro e catene.

Cos'è gementi schiavi
questo remar remare?
Meglio morir tra i flutti
sul biancheggiar del mare.

Remiam finché la nave
si schianti sui frangenti
alte le rossonere      
fra il sibilar dei venti!

Su schiavi all'armi all'armi!
Pugnam col braccio forte!
Giuriam giuriam giustizia!
O libertà o morte!

E sia pietosa coltrice
l'onda spumosa e ria
ma sorga un dì sui martiri
il sol dell'anarchia.

Forse l’andar lontano
ci darà un sol fermento
potere un dì ritornare
ma sopra un suol redento.

Potere un dì ritornare
ma sopra un suol redento.

Al di là dell’incisione del quartetto, la stessa Giovanna Marini ha registrato, appositamente per la mia tesi, una sua interpretazione solista, con accompagnamento alla chitarra del Galeone. Tale versione propone il testo originario della Nicolazzi, con poche varianti forse dovute all’atto esecutivo. L’esecuzione privilegia il registro vocale medio-acuto arrivando quasi al falsetto. Le prime sette strofe di questa incisione inedita risultano divise al loro interno: i primi due versi sono cantati seguendo la linea melodica dell’originale della Nicolazzi mentre gli altri richiamano la linea di riferimento del quartetto: una variabilità del tutto normale del fare musica, che si può rapportare ai diversi contesti esecutivi. Nelle ultime tre stanze si registra un cambio di intonazione rispetto alle precedenti, scelta che probabilmente è stata influenzata dal desiderio di un ritmo melodico più incalzante che fa destare l'attenzione sulla parte conclusiva e che consente la sottolineatura di alcune parole. Un esempio di questo fenomeno si riscontra nella parola baleni, posizionata proprio nel penultimo nucleo di versi.

Alcune osservazioni per concludere
Proseguendo nella ricerca ho poi riscontrato l'esistenza di parecchie altre versioni del brano, per lo più registrate in studio e inseriti in lavori discografici a testimonianza dell’enorme diffusione de Il Galeone, anche al di là dei confini nazionali. Può anche capitare che il canto venga eseguito nei concerti più diversi e nei festival: un caso fra tutti l’esibizione di Vinicio Capossela, insieme a Francesca Breschi (una delle cantanti del quartetto vocale di Giovanna Marini) e Enza Pagliara, al Festival Eutropia: L’Altra Città 2014. In questo caso, il brano cantato non fa parte del repertorio ufficiale di Capossela, ma, grazie alla sua notorietà, ha costituito la base per una interazione estemporanea fra i tre artisti.  Benché il testo del canto sia stato fissato dalla scrittura le modalità esecutive de Il Galeone molto hanno a che fare con le dinamiche della trasmissione orale, e, ça va sans-dire, con i meccanismi del canto politico e di protesta. Basti solo richiamare la versatilità del brano che si presta ai più diversi scenari contestuali.  Al di là delle “raffinatezze musicali” prese in considerazione, la memoria orale de il Galeone costituisce il cardine dell’attività di tanti “cori popolari” diffusi nelle varie regioni italiane e impegnati nella pratica del canto di lotta.
Al termine del mio lavoro, ho cercato di evidenziare quali elementi in realtà connotino politicamente una canzone. Mi pare si possano tracciare due vie: da una parte il contenuto, dall'altra il contesto. Il testo verbale senza dubbio veicola dei messaggi precisi e ne inquadra l'appartenenza. Ma il testo verbale non è tutto: vi sono poi i significati dati dal suono musicale. Questo non deve necessariamente essere complicato: anzi per una connotazione politica pare più idoneo che la linea melodica riprenda un motivo famoso e ampiamente conosciuto, al di là della sua origine. La tecnica del travestimento è senz’altro una delle più funzionali per la canzone politica. Ma è nell’atto esecutivo che il canto politico – come qualsiasi altra tipologia trasmessa oralmente - acquisisce il suo pieno significato, quando anche le più piccole sfumature melodiche, ritmiche, armoniche, timbriche possono veicolare significati che meglio qualificano (o forse, talvolta, possono smentire) il senso delle parole. Forse, in definitiva, si potrebbe azzardare l'ipotesi che ad inquadrare un brano nella casella del canto sociale non siano la musica, il contenuto e il contesto in sé stessi, ma piuttosto i significati di cui tutti questi elementi vengono caricati dai soggetti che scelgono di utilizzare tale strumento come mezzo di espressione e comunicazione (e di fruizione). Si potrebbe anche dire che ogni musica possiede un potenziale politico a seconda di come questi elementi presi in esame interagiscono tra loro.
Ed è proprio in questa direzione intendo proseguire il mio lavoro.



Giulia Pisu
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1 Cfr. Belgrado Pedrini, “Noi fummo i ribelli, noi fummo i predoni”. Schegge autobiografiche di uomini contro e versi liberi e ribelli, Poesie, Edizioni El Rùsac, Rovereto 2014.
2 Santo Catanuto, Franco Schirone, Il canto Anarchico in Italia nell’Ottocento e nel Novecento, Zero in condotta, Milano 2009. 
3 Riprodotto da Pedrini, Noi fummo i ribelli, cit.
4 Il deposito.org (URL consultato il 05-06-2018).
5 Ildeposito.org (URL consultato il 05-06-2018).
6 Il brano è ascoltabile su YouTube (URL consultato il 05-03-2019).
7 Informazioni discografiche in Discogs.com(URL consultato il 05-03-2019).
8 Il brano è ascoltabile su YouTube (URL consultato il 05-03-2019).
9 Informazioni discografiche in Discogs.com  (URL consultato il 05-03-2019).
10 Il brano è ascoltabile su YouTube (URL consultato il 05-03-2019).
11 Il brano è ascoltabile su YouTube (URL consultato il 05-03-2019).
12 Informazioni discografiche su ilfioremeraviglioso.bandcamp.com (URL consultato il 05-03-2019).   
13 Il brano è ascoltabile su YouTube  (URL consultato il 05-03-2019).  
14 Informazioni discografiche in Discogs.com (URL consultato il 05-03-2019).  
15 Ericailcane, sito ufficiale (URL consultato il 06-06-2018).  
16 Informazioni discografiche in Discogs.com (URL consultato il 05-03-2019).  

2 commenti:

  1. "... cantautrice anarchica spezzina Paola Nicolazzi (1933-2014)"

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    1. era nata a Stresa in provincia di Novara, sul Lago Maggiore

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