Note di antropologia dell’ascolto

Mesoraca, 1992 - Foto di Antonello Ricci
Tra di essi ci sono: le ricerche sul paesaggio sonoro del compositore canadese Murray Schafer; la psicoacustica e la psicolinguistica di Alfred Tomatis 1; le prospettive sull’oralità poetica di Walter Ong, Eric Havelock, Jack Goody, Paul Zumthor; la semeiotica dell’ascolto e della voce di Roland Barthes; la filosofia della musica di Giovanni Piana; l’analisi differenziale di cultura e gli studi etnomusicologici di Diego Carpitella; la nozione di “spazio acustico” di Edmund Carpenter; i riferimenti fenomenologici a uno “spazio dell’udito” come luogo di esperienza primaria e immateriale del corpo di Victor Zukerkandl, le cui considerazioni rinviano alla sostanziale relazione tra corpo e mondo di Maurice Merleau-Ponty e al paradigma dell’incorporazione in antropologia culturale di Thomas Csordas; la critica al “visualismo” di Johannes Fabian in quanto principale fattore della dinamica del potere negli studi antropologici; infine, come ho già esposto ampiamente all’inizio, ho fatto riferimento alle ricerche etnografiche e, soprattutto, all’elaborazione della nozione di “acustemologia” messa in atto da Steven Feld durante quarant’anni di studio e di ricerca in molte parti del mondo, principalmente in Papua Nuova Guinea e in Ghana. In ambito italiano, Ernesto de Martino ha più volte esplicitato il carattere fondante nella relazione etnografica dell’atto di ascoltare: ancora oggi egli ci fornisce un modello secondo il quale l’ascolto antropologico può diventare coscienza critica e può avere una rinnovata funzione nella società civile. Alfred Tomatis , medico e terapeuta francese, ha più volte dimostrato in via sperimentale l’esi¬stenza di un legame profondo fra l’udito e il nostro stare al mondo e nel mondo. Secondo lo scienziato francese l’orecchio sarebbe la chiave che regola ogni altra modalità culturale: essendo il senso dell’udito quello che si forma per primo durante il periodo prenatale, sarebbe an¬che quello che orienterebbe, consapevolmente e, soprattutto, inconsapevolmente, lo stare al mondo degli individui. Il primo rapporto con la realtà, mediato dal ventre materno, av¬viene proprio per via uditiva, come ci ricordano anche le considerazioni di psicoacustica di Franco Fornari. L’orecchio, in primis, regola il nostro rapporto con lo spazio e con il tempo. Molti autori, per differenti scopi, hanno messo in luce lo stretto nesso che lega l’udito allo spazio e al tempo.
Mesoraca, 1992 - Foto di Antonello Ricci
Ad esempio Murray Schafer 2 sottolinea che l’udito è un senso sempre aperto: non possiamo interrompere a nostro piacimento il rapporto con la realtà sonora come invece possiamo fare con quella visiva, semplicemente chiu¬dendo gli occhi. Il senso dell’udito ci pone sempre al centro della realtà udibile e sempre in rapporto dinamico con il tempo, fornendoci prova del suo scorrere. Il suono, infatti, esiste soltanto in relazione con lo scorrere del tempo: non si può fermare un frammento sonoro e continuare a udirlo così come siamo abituati a fare con i frammenti visivi. Una fotografia è un frammento del visibile estratto dallo scorrere del tempo, così come lo è un fotogramma di un film fermato con la moviola. Al contrario se noi fermassimo un nastro magnetico in un punto preciso, non continueremmo a sentire il suono di quel punto del nastro: semplicemente non sentiremmo più niente. Walter Ong 3, studiando gli aspetti che caratterizzano la trasmissione orale della cultura, aggiunge il nesso importante che lega il campo dei fenomeni sonori, con la memoria e la trasmissione del sapere. Ancora Schafer sottolinea che nelle lingue delle culture occidentali si ricorre costantemente a frasi che rimandano in maniera metaforica all’ambito visivo e tale ricorrenza deriva proprio dalla centralità che possiede il senso della vista nella cultura occidentale. Di forte stimolo è la nozione di “paesaggio sonoro” formulata, come già detto, dal compositore canadese. La sua idea è che accanto a una nozione di paesaggio visivo, storicamente e culturalmente affermata, si possa affiancare una nozione di paesaggio sonoro altrettanto storicamente e culturalmente determinata. Di grande interesse antropologico e più ampiamente culturale è la proposta che il paesaggio sonoro può e deve essere studiato e, soprattutto, progettato da veri e propri professionisti, designer acustici, in grado di configurare paesaggi sonori che tengano conto del contesto storico-culturale entro cui vengono inseriti, diventando veri e propri modelli acustici in grado di plasmare il gusto e il senso dell’estetica sonora e dell’ascolto. L’ascolto, dunque, appare sempre più come il senso dell’antropologia e fare antropologia riflette la capacità di ascoltare e di tendere l’orecchio, di entrare in relazione con l’altro per “simpatia”, per vibrazione delle stesse emozioni, per consonanza e compartecipazione.
Mesoraca, 2012 - Foto di Antonello Ricci
La specificità antropologica del dialogo con l’altro si manifesta nell’applicazione di un atteggiamento che potremmo definire compassionevole, nel senso di entrare in una passione comune mediante ripetuti e prolungati colloqui. Incontri, scambi di opinioni, di saperi e di conoscenza costituiscono un continuo allenamento uditivo all’ascolto delle parole, dei racconti e delle storie altrui. Ascoltare dovrebbe diventare un modus vivendi e l’orecchio dell’antropologo si dovrebbe trasformare in un vero e proprio utensile della ricerca, ovunque e quotidianamente, negli autobus e nelle sale d’aspetto, in ascensore e nei parchi, leggendo un romanzo e guardando un film o un programma TV, ecc. Il lavoro dell’antropologo, dunque, si deve caratterizzare sempre più in maniera consapevole e metodologicamente fondata come un approccio dell’orecchio: una modalità di relazione ravvicinata e intima come può essere l’area uditiva del bisbiglio, onnicomprensiva e sferica come è la percezione dell’orecchio, tumultuosa e caotica come possono esserlo a volte i suoni, irrazionale e incomprensibile come il primo approccio con una nuova lingua, psicologicamente destabilizzante e produttrice di equivoci come i rumori di cui non si capisce il significato. Tutto questo dovrebbe anche essere tradotto nella scrittura o in qualunque altro mezzo di trasmissione. La lettura di un libro, la visione di un film, l’ascolto di un disco, la fruizione di un blog o altre forme di comunicazione immaginabili da un lato dovrebbero restituire una pratica di “ascolto”, da un altro lato dovrebbero permettere di scoprire la presenza di un “codice acustico”, inteso alla maniera di Claude Lévi-Strauss come sistema di segni condivisi in grado di costruire la realtà culturale attraverso forme e comportamenti performativi di vario genere, infine dovrebbero rendere esplicita la dialettica di una riflessività antropologica: il dialogo tra la voce dell’antropologo e le voci degli attori sociali. A partire da una lunga ricerca sul campo a Mesoraca, in Calabria, sull’etnografia delle forme sonore e delle pratiche di ascolto in ambito contadino e pastorale secondo un approccio di comunità, poi su una altrettanto lunga ricerca, ancora in corso, secondo un’opposta prospettiva di etnografia con una persona, un pastore, ancora nell’ambito della cultura dell’oralità primaria,
Mesoraca, 2014 - Foto di Antonello Ricci
e poi ancora nel tentativo di applicare una metodologia di lettura della realtà ad ambiti comunicativi, espressivi e di plasmazione del mondo come la pubblicità, la propaganda politica, la letteratura, il cinema, la mitologia, la medicina, ho proposto una curvatura acustica nella metodologia della ricerca etnografica in un volume, Il secondo senso. Per un’antropologia dell’ascolto (2016), frutto di un’elaborazione di circa vent’anni. Non si tratta di porre attenzione a soggetti sonori e musicali come specifici elementi di interesse, secondo uno standard etnomusicologico più consueto, ma di proporre una prospettiva volta a far emergere le relazioni acustiche come modelli di sapere, l’udito come utensile con cui costruire metafore della realtà, infine il codice acustico come denso sistema per restituire possibili narrazioni del mondo. Di seguito sono elencati alcuni esempi audiovisivi ascoltabili e visibili tramite link, tratti da mie ricerche etnografiche nel Sud dell’Italia, riguardanti in particolare il sistema religioso e rituale della Settimana Santa: l’udito e l’ascolto costituiscono il veicolo di un’intensa comunicazione fra umano e divino, ma anche un importante mezzo di rappresentazione dello spazio e del tempo rituale così come di una messa in scena della struttura sociale. Allo stesso tempo i rumori, i suoni e la musica sono altrettanti modi di rappresentare una ideologia del sacro caratterizzata da un’intensa e varia formalizzazione acustica. 

Antonello Ricci
Sapienza Università di Roma

Testo della comunicazione presentata all’incontro di studio: Il suono e il senso. Giornata di studio con Steven Feld, Cosenza, 2 novembre 2017.

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1 Di Alfred Tomatis, recentemente scomparso, si vedano in particolare i volumi L’oreille et la vie (1977-1990), L’oreille et la voix (1987), Écouter l’univers (1995), tutti pubblicati da Robert Laffont, Paris.
2 M. Schaefer, The Tuning of the World, McClelland&Steward-Knopf, Toronto-NewYork, 1977.
3 W.J. Ong, The Presence of the Word, Yale University Press, New Haven, 1967.

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