Italian Sounds Good: Paolo Preite, Simone Vignola, Magora, The Piano Room, Miza Mayi, Andrea Donzella, Andrea Giraudo, Babil On Suite

Paolo Preite – An Eye On The World (Dreamers, 2018)
A tre anni di distanza dall’esordio discografico “Don’t Stop Dreaming”, prodotto dal musicista di fama mondiale Fernando Saunders (Lou Reed, Larry Young, Jan Hammer, Jeff Beck), il cantautore romano Paolo Preite torna con “An Eye On The World”, una nuova prova che conferma le buone premesse. Tra canzone d’autore acustica e rimandi al rock classico, il disco ci racconta il percorso di crescita di un giovane musicista. L’amore per il viaggio e il piacere della conoscenza, rimangono le maggiori fonti d’ispirazione per la scrittura di Preite che in questo album si circonda di musicisti provenienti da ogni parte del mondo, dall’Italia alla Danimarca, sino ad America e Svezia… “An Eye On The World” non è un “concept” dichiarato ma le dieci canzoni nascono da una riflessione comune sulla contemporaneità e parlano di precarietà, relazioni umane, globalizzazione, smarrimento e speranza. A differenza del precedente “Don’t Stop Dreaming”, “An Eye On The World” è un progetto interamente coordinato dallo stesso Preite. Saunders è comunque presente come bassista, partecipando inoltre alla produzione di “Una piccola differenza”, l’unico brano in italiano del disco. Oltre a lui ci sono anche: Kenny Aronoff, Michael Jerome, i tastieristi Bob Malone (Springsteen, Fogerty) e Ondřej Pivec e anche la violoncellista Jane Scarpantoni, autrice del pregevole solo in “Memories And Dust”. In sintesi, “An Eye On The Word”  è un appassionato sguardo al rock classico di matrice americana.

Marco Calloni

Simone Vignola – Naufrago (Black Cavia Records/Cd Baby, 2018)
A poco tempo dal precedente “Vivere e basta” (2017), arriva “Naufrago” il nuovo album del “bassautore” Simone Vignola. Si, avete capito bene “bassautore”, proprio così, infatti Vignola scrive, suona e produce in completa autonomia le proprie canzoni con la sola compagnia del fedele basso e poco altro. Quella del Bass and Live-Looping è una tecnica che il musicista esplora da parecchio tempo, precisamente dal lontano 2008 quando solo ventunenne conquistò la platea dell’EuroBassContest. Oggi, parecchi anni dopo Simone ha deciso di fondere le sue tipiche sperimentazioni con la forma canzone, aggiungendo al tutto anche un pizzico dell’amato funky. Ne risultano raffinati ed avvolgenti brani pop molto curati, in cui l’identità del basso è sempre fondamentale ma più a servizio dell’arrangiamento che diventa funzionale e non più centrale, come racconta personalmente Vignola. Lo strumento quindi è sempre il punto di partenza ma qui è inserito in una realtà sonora più articolata, dove oltre alla voce trovano spazio anche le tastiere digitali spesso utilizzate per l’esecuzione di molti temi portanti. “Naufrago”, “Ballo”, “Sarà l’amore che provo per te”, o “Improvvisamente”, sono il perfetto esempio di questo curioso mix dove pop e funky sfiorano anche il synth-pop con un risultato sicuramente interessante. Una nota in più, “Naufrago” è stato realizzato grazie a MusicRaiser attraverso un servizio di pre-order/finanziamento combinato che ha permesso di rendere concreto il progetto. Un’idea curiosa e senza dubbio molto intelligente che offre un motivo in più per scoprire e apprezzare questo album.

Marco Calloni

Magora – Frenologia (Cromo Music, digitaleYouTubeMusic, Spotify etc. , 2018)
“Frenologia” è il primo disco dei bresciani Magora e arriva a un anno esatto dalla nascita della formazione, dopo varie esperienze condivise e una consolidata attività concertistica. Il titolo cita la dottrina scientifica ideata dal medico tedesco Franz Joseph Gall, secondo la quale le singole funzioni psichiche dipenderebbero da particolari zone del cervello. Seguendo questo “concept” ben presentato anche nella curiosa immagine di copertina, ogni canzone si propone quindi di parlare a un’area specifica della psiche, stabilendo di conseguenza un dialogo particolare con l’ascoltatore. “Frenologia” racchiude in se umori disparati che spaziano dall’indie-rock (“Piedi nudi”, “Anice”), alla canzone d’autore (“I ricordi nel legno”, “Lara”), sino alla tipica urgenza del grunge (Sabbia o Caffè). La singolare policromia che caratterizza l’intero progetto è un valore aggiunto, ed è dovuta all’incontro di musicisti con differenti esperienze personali. Qui, Roberto Fedriga (voce), Andrea Lo Furno (chitarre,cori), Alberto Lazzaroni (basso) e Luca Finazzi (batteria, percussioni), ci consegnano un esordio convincente di nuova musica italiana impreziosito dai graditi interventi di Guido Bombardieri (sax soprano/contralto, clarinetto) e Carlo Poddighe (Mellotron).

Marco Calloni

The Piano Room – 2084 (Irma Records, Self Distribuzione, 2019)
Dopo “The Piano Room” (2006), “Early Morning” (2007) e “Breath Feel” (2009), arriva anche “2084”, il quarto album di “The Piano Room” alias Francesco Gazzara. In questo disco il compositore e tastierista romano lascia da parte la sua passione di lunga data per l’acid jazz, riconciliandosi con l’amato progressive rock. A tal proposito, qualcuno forse ricorderà il recente “Play Me A Song” (2014) con esecuzioni pianistiche di noti brani dei Genesis. A settant’anni esatti dalla pubblicazione di “1984”, lo storico romanzo di George Orwell e poco dopo l’uscita di “2084 the end of the world” di Boualem Sansal, Gazzara ci presenta il suo personale “2084”, un concept strumentale dominato dal suono delle tastiere “vintage”. L’arsenale è davvero notevole, ci sono:  Polymoog, Arp 2600, Arp Odyssey, Prophet 5, Korg MS20, Mellotron, Hammond B3, pianoforte Yamaha CP80 e anche la celeberrima Roland CR-78, una drum-machine utilizzata da Phil Collins per “In The Air Tonight” . Non si direbbe ma anche su questo progetto aleggia l’ombra dei Genesis, in particolare di Anthony Phillips, che nel 1981 pubblicò un delizioso quanto misconosciuto lp intitolato proprio “1984” e da sempre importantissimo riferimento per il tastierista. Riconnettendosi proprio a quei suoni, tra parentesi sinfoniche, spunti technopop e disinvolta esecuzione pianistica, Gazzara traduce con originalità in musica le distopiche visioni Orwelliane.

Marco Calloni

Miza Mayi – Stage Of A Growing Flower (JC RecordS & Events/Altermusic, 2019)
Nata a Kinshasa da padre italiano e madre congolese, Miza Mayi è una talentuosa cantante cresciuta avvolta dalla cultura e della tradizione musicale africana e con alle spalle un articolato percorso formativo speso tra gli studi di danza, recitazione, canto. Dopo aver mosso i primi passi prima in ambito jazz e poi nel neo soul e nel funk con il trio Pinkpolkadots insieme alla sassofonista Jessica Cochis e al pianista Eros Cristiani, ha debuttato come solista esibendosi in Italia ed all’estero e a cristallizzare questa nuova fase della sua carriera è il suo disco di debutto “Stage Of A Growing Flower”. Composto da undici brani e due bonus track il disco raccoglie e mescola le tante nuance musicali che caratterizzano la sua cifra stilistica spaziando dal nu soul al pop, dal jazz alla lounge fino a toccare il funky. Dal punto di vista lirico, l’album segue idealmente il flusso dei sentimenti che caratterizzano la crescita interiore nel susseguirsi di sogni, speranze, nostalgia, rabbia, delusioni, amori per giungere alla presa di coscienza di una visione positiva della vita. A riguardo la cantante italo-congolese scrive nella presentazione: “La musica è la mia religione, è ciò in cui credo: un linguaggio universale che connette le persone attraverso le vibrazioni sonore. La musica è unione, condivisione. La musica è comunicazione, colore, stato d’animo. Il mio obiettivo è veicolare tali energie in modo positivo, senza giudicare, senza accusare, semplicemente trasmettere ciò che sento”. Durante l’ascolto spiccano brani come la sinuosa “Walk Away”, trascinanti divagazioni dance (“The Third Way”), spaccati sognanti (“In my dreams”) e divagazioni nella fusion jazz (“Jazz That Funk” e “Assurdité”). Una brillante opera prima, insomma, che non mancherà di regalare gustose perle musicali.

Salvatore Esposito

Andrea Giraudo – Stare Bene (Rossodisera, 2019)
Cantautore cuneese dal lungo percorso artistico, speso tra l’attività in ambito rock-blues con i Madai e quella come solista, Andrea Giraudo è un artigiano della musica non omologato agli stilemi del mainstram, ma piuttosto dalle radici ben piantate nella migliore canzone d’autore italiana. Il suo nuovo album “Stare Bene” mette in fila dodici brani originali nei quali pop, rock e blues incorniciano testi diretti ed essenziali nei quali la musica è la chiave per stare bene e non è un caso che, nel presentare il disco, Giraudo sottolinei: “La musica non fa guarire. È la musica che mette a disposizione gli strumenti per guarire”. Aperto dalla pianistica “A chi resterà” il disco ci regala subito due brani dalla melodia radiofriendly come “Chi sarai mai” e “Cuore amico” per poi proporci l’elegante canzone d’amore “Dieci anni” e la gustosa title-track. Il pianoforte e la melodia notturna de “L’isola in due” ci introducono prima al teatro-canzone di “Poker” e “La clessidra” e poi alla sequenza conclusiva in cui spiccano “Un mondo cassetto”, “Potere volare” e il blues di “Virgole in pasto”. “La guarigione” guidata dall’Hammond completa un disco non banale che merita certamente un ascolto.

Salvatore Esposito

Andrea Donzella – Maschere (Autoprodotto, 2018)
La vicenda artistica di Andrea Donzella, cantautore palermitano di nascita ma milanese di adozione, è comune a tanti artisti che si sono affacciati sulla scena artistica dopo aver coltivato a lungo la propria passione per la musica. Il suo debutto “Una parte di me” risale, infatti, a qualche anno fa quando in occasione del suo compleanno un amico lo mette in contatto con un produttore che potesse dare forma alle canzoni da lungo tempo nel cassetto. A distanza di qualche anno lo ritroviamo con “Maschere”, album che mette in fila otto brani nati tra il 2017 e il 2018, musicalmente imbevuti del pop-rock degli anni Ottante, e nei quali il cantautore milanese ha racchiuso frammenti ed emozioni della propria vita, istantanee interiori e ricordi che hanno lasciato un segno nella sua vita. In questo senso non è stata casuale la scelta del titolo come rivela lui stesso nella presentazione: “Il titolo rimanda al non mostrarsi completamente per paura di non piacere”. Durante l’ascolto si spazia dal rapporto con i figli dell’iniziale “Mille cose da salvare” all’amore di “Quante volte avrei voluto”, dalla riflessiva “Ogni volta io” ai rapporti interpersonali de “La vita è così” passando per i conflitti interiori di “Non ci sei” e i ricordi di “Ho fatto tutto”. A completare il disco sono le intense “Non è successo niente” e “Se tornerai” che chiudono un disco appassionato e denso di riflessioni personali.

Salvatore Esposito

Babil On Suite – Paz (Puntoeacapo/A1 Entertainment, 2019)
Babil On Suits è un collettivo catanese composto da musicisti, compositori e Dj, nato intorno alle due voci di Caterina Anastasi e Manola Micalizzi e al rapper funky Geo Johnson, e con alle spalle oltre dieci anni di attività artistica, costellata da Ep, dischi e numerose collaborazioni di prestigio con artisti del calibro di Lucio Dalla, Max Gazzè, Samuele Bersani e Mario Venuti con il quale hanno realizzato il singolo estivo “Boa Babil On”. Il loro nuovo album “Paz” raccoglie undici brani che, nel loro insieme, compongono un viaggio sonoro attraverso un ricco caleidoscopio musicale e linguistico. Significativo è in questo contesto proprio il titolo: “Paz è una parola di tre lettere come il nostro acronimo BOS: immediato, ammiccante, che lascia spazio alla curiosità. Ma desidera anche essere un omaggio al disegnatore Andrea Pazienza “Paz” perché – anche se non ricorda il suo tratto – per la copertina dell’album abbiamo scelto l’arte del disegno, e non poteva mancare una “figura” che per noi è anche un simbolo di rinascita, divenuta un po’ l’identità della band: Maria di Metropolis di Fritz Lang”. Dal punto di vista musicale i beat dell’elettronica incontrano strumenti acustici e fiati dando vita ad un panorama sonoro articolato nel quale convivono il funk dell’iniziale “2 Loose 2 Loose”, il groove denso di “Call Another Boy” e le sonorità world della già citata “Boa Babil On” con la partecipazione di Mario Venuti. Non è tutto perché in “Little Lamb” fanno capolino le sonorità africane, mentre in “From The Distance” spiccano gli echi di dance. Non mancano spaccati più leggeri come nel crescendo di “You Can Be Free”, l’omaggio a Lucio Dalla di “In My Cinema” e la tradizione africana della title-track. La danza di “Agora” e la bella rilettura di “Sing It Back” dei Moloko chiudono un disco senza dubbio divertente e ben suonato che non mancherà di regalare belle emozioni agli appassionati del genere.

Salvatore Esposito

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