Ernesto Bassignano – Il Mestiere di Vivere (Helikonia, 2019)

Ernesto Bassignano è un grande della storia culturale e musicale del nostro Paese. Cantautore, conduttore, autore, giornalista, scopritore di nuovi talenti… Bax – così per gli amici e per i fan – è prima di tutto un operatore culturale. Lui diceva ai tempi del Folkstudio - quando era uno dei quattro ragazzi che suonavano per pochi soldi e che hanno poi vissuto vite diverse ma sempre di musica – di essere un “operatore culturale organico gramsciano”. Un’espressione che forse oggi lascia i più sorridenti, ma di certo Ernesto ha mantenuto viva la parte nobile del concetto. Lo vedi infatti sempre muoversi disinvolto sui social, lo vedi organizzare rassegne, favorire incontri, scovare giovani talentuosi. E poi lo senti borbottare, incavolarsi, agire di impulso. Ma lui è il nostro Bax, quello che racconta mille storie e non importa se sono tutte vere o sono invece trasformate dai ricordi, la memoria e la fantasia. Dice Edoardo Petretti – musicista eccezionale, che Bax ha avuto la fortuna di incontrare e che insieme a Stefano Ciuffi ha preso in mano la direzione artistica della sua musica – che lui è come Omero. A chi interessa davvero infatti sapere se il Pelide Achille fosse davvero così arrabbiato? qui il reale c’entra meno, perché quella di Bax è una storia di autenticità. E lo si capisce in questo ultimo disco, “Il mestiere di vivere”, in cui viene tracciata la strada di un uomo con gli occhi bene aperti, un uomo che vede le cose ma non si arrende mai. Di questo disco e della sua vita ha raccontato a Blogfoolk, in una bella intervista concerto al Club 55 di Roma, dove il giornale organizza i suoi Foolknight. Questo è il resoconto di quella serata.

Ernesto, cominciamo col chiarire le tue origini, perché non sono chiare.
Ernesto Bassignano - Ho scritto alcune canzoni e il libro “Canzoni pennelli bandiere supplì” proprio per capire da dove vengo e chi sono. Perché io sono nato a Roma, anche se tutti credono che io sia piemontese. Mio papà lavorava all’Ospedale Forlanini, ma quando avevo sette anni gli hanno lasciato una farmacia a Cuneo. Che poteva fare? L’ha presa giustamente! All’epoca facevo le scuole elementari a Villa Paganini e un giorno mi dissero: “andiamo a Cuneo”. E io: “Cos’è Cuneo?” e così mi hanno portato là con le braghe corte estive e ho trovato un metro e mezzo di neve! Ho cominciato la mia vita al nord con le calosce! Insomma, devo ancora capire se sono un romano di Cuneo o un cuneese romanizzato!

In effetti un giorno sei tornato a Roma e hai fatto tante cose. Fino a quando sei approdato al Folkstudio e sei diventato uno dei famosi quattro ragazzi… 
Ernesto Bassignano - Con la chitarra e un pianoforte sulla spalla!

Ma quello col pianoforte sulla spalla non eri tu!
Ernesto Bassignano -  No. Quello era Antonello Venditti e se un giorno vieni a casa mia ti faccio sentire una cassettina che mi regalò Giorgio Lo Cascio; lui era uno dei quattro e purtroppo è mancato. Ecco, in quella cassetta c’è la registrazione di una delle nostre prime uscite insieme: Francesco De Gregori, Antonello, Giorgio ed io. Eravamo a Napoli, al Teatro Instabile; Giorgio mise un geloso e registrò tutto. Si sentono tutti gli improperi di Antonello perché come al solito, pure se ce lo promettevano, non trovammo il pianoforte. 

Era rimasto sulla spalla!
Ernesto Bassignano - E sì! anche in un teatro importante come quello non c’era il piano; allora lo accompagnavamo noi ma sbagliavamo e allora lui minacciava di andarsene e noi lo convincevamo a restare! L’ha davvero patita questa cosa del pianoforte!

Come sei arrivato al Folkstudio?
Ernesto Bassignano - Un jazzista mi disse una sera: “Tu fai canzoni di lotta ma anche d’Autore, perché non vai al Folkstudio?” ma io non ne sapevo niente; all’epoca  stavo sempre a casa del mio amico Gian Maria Volontè, facevo altre cose. Però mi convinsi e andai da Giancarlo Cesaroni, che dopo avermi sentito mi aggiunse subito alla Banda dei Quattro. Prendevamo 3000 lire a sera per tre canzoni a testa. All’ epoca il Cantautore era quello che scriveva tutti i giorni sulle cose e per le cose che vedeva. Era una specie di cronista. Ora il cantautore mi sembra faccia altro, ma ce ne sono ancora di bravi. Guccini e Fossati hanno smesso purtroppo e Gianmaria Testa non c’è più. Ma qualcuno in gamba c’è: Roberto Kunstler, Federico Sirianni, Carlo Valente, Luigi Mariano. Però in linea generale mi pare siamo rimasti un po’ senza. Io resisto. E mi sembra però di essere migliorato. Di certo sono migliorato dal “Grande Bax” al “Mestiere di vivere”. A prossimo vado all’Olympia!

“Il Mestiere di vivere” vede la direzione artistica e gli arrangiamenti di giovani musicisti straordinari, che ti hanno portato una band con altri musicisti fortissimi. Loro sono Edoardo Petretti e Stefano Ciuffi. Sei consapevole di quanto il loro apporto abbia esaltato la tua natura di Cantautore Doc? 
Ernesto Bassignano - Certo! Devo dire che ne ho avuti molti di arrangiatori ma come loro mai, a parte Ciccaglioni ai tempi dell’RCA e di “Moby Dick”. Gli altri infilavano dentro seimila arrangiamenti, tremila orchestre, diciottomila soluzioni; e la mia voce non c’era. Micocci mi diceva sempre: “brilli per la tua assenza”.  Ho incontrato Petretti e Ciuffi  all’epoca del “Grande Bax” ed è stato un giulebbe: hanno subito capito che dovevo tornare a una dimensione acustica, come ai tempi del Folkstudio, con poca roba intorno ma scritta bene. Loro sono jazzisti, sono dei grandi. 

Sentiamo anche loro. Edoardo, Stefano, come avete conosciuto Bassignano?
Edoardo Petretti - Ci siamo conosciuti al Teatro Arciliuto circa cinque anni fa perché io partecipavo a una serata con Simone Avincola. Ci siamo voluti bene quasi da subito. E sono stato nella band che ha presentato l’album “Vita che torni”. Dopo quell’esperienza abbiamo pensato di  fare delle cose insieme e mettere su un repertorio di brani nuovi; io già da un po’ lavoravo con Stefano Ciuffi e così l’ho coinvolto. L’idea era riportare un po’ Bax “dalle sue parti”, di fargli recuperare la dimensione acustica, dopo dischi come “Al di là del mare” - che era un album orchestrale - e “Vita che torni” che è decisamente pop. Abbiamo pensato che Ernesto invece ha bisogno di un suono più asciutto e abbiamo però cercato di fare in modo che non suonasse “vecchio”; mi pare che ci siamo riusciti. Ci sono tutta una serie di accorgimenti armonici che rimandano anche alle soluzioni dell’ultima scuola romana – alla Fabi per intenderci – e quindi siamo andati da una scuola romana all’altra. 
Stefano Ciuffi - Abbiamo registrato l’ossatura del disco quasi tutta dal vivo e per esaltare la musica di Bax abbiamo fatto una scelta controcorrente: abbiamo infatti ricalcato le modalità di una volta,
scegliendo di registrare senza click, senza metronomo, tutti insieme; in un secondo momento abbiamo aggiustato dove necessario. Però il bello è stato chiuderci una settimana come si faceva una volta, insieme con Francesco De Rubeis alla batteria e Marco Zenini al contrabbasso.  

Bax, vorrei chiacchierare un po’ con te di alcune canzoni dell’album che mi paiono particolarmente rappresentative. Partiamo da “Quella notte che”
Ernesto Bassignano - È un brano dedicato ai terremotati ed è molto “ciuffesco”,  perché - a parte un pizzico di Petretti al piano - è l’unico “voce e chitarra” del disco.  Avevo letto un articolo che raccontava di una signora delle Marche, una signora che ricamava, scomparsa nel terremoto del 24 agosto. In questa canzone immagino un paese tutto nuovo, un luogo dove camminare dopo dieci anni tutti insieme. 

Una speranza in questo mondo dove bisogna imparare “il mestiere di vivere” insomma.
Ernesto Bassignano - Il mestiere di vivere è difficilissimo, ma siccome oggi succede di tutto ed è tutto nuovo, siccome sembra non ci sia fine al peggio e tutto appare spaventoso, magari ha ragione De André a dire che dal letame nascono i fiori…: il mestiere di vivere è imparare a resistere. Anche i terremotati appunto resistono.

E anche “Amiamoci di più”, con cui apri il disco, è un modo per fare resistenza.  Forse probabilmente l’unico che funzioni.  
Ernesto Bassignano - Assolutamente sì. L’ideologia è morta, i partiti non hanno quasi più senso, la Sinistra e la Destra stesse sono ormai dei modi di dire: l’unica cosa che rimane è la serietà, la semplicità, l’ideale, l’utopia e l’onestà di carattere e di cultura. La cosa contro cui lotto di più è l’ignoranza. 

La tua storia personale testimonia il fatto che per te l’impegno civile è stato quasi più importante della musica, in fondo.
Ernesto Bassignano - Da un certo punto di vista sì, o meglio: è stato un tutt’uno. Nel 1972 sono entrato nella direzione del Pci, alle Botteghe Oscure, a Stampa e Propaganda. Al Folkstudio dicevo di essere un “Operatore Culturale Organico Gramsciano”. La mia attività per il Partito era compensata con 80 feste dell’Unità, dove andavo a suonare. Una vita bellissima che mi faceva girare e conoscere il Paese da Trapani al Trentino. Ma da un altro punto di vista è stata anche la fine per la mia carriera da Cantautore.  Andava di moda “Contessa” di Pietrangeli e Pajetta mi costrinse a scrivere una canzone sdraiata sulla linea del Partito. E così scrissi “Veniamo di lontano e andiamo lontano, Compagno Gramsci non sei morto invano” (la canticchia); fu un successo enorme in tutta Italia ma fu anche la mia “morte”; Gino Castaldo scrisse su Muzak che ero un servo di partito; cominciarono a prendermi in giro tutti perché ero troppo PCI e gli altri invece erano gruppettari: andavano molto più forti perché il gruppettaro era un anarchico che faceva come quello che voleva. Insomma, sono rimasto un po’ ingrippato dentro le Botteghe Oscure. Umanamente è stata un’esperienza straordinaria che solo per raccontarla servirebbe un libro. Ma dal punto di vista della Professione Cantautore mi ha rovinato. 

Però non certo dal punto di vista del “mestiere di vivere”!
Ernesto Bassignano - Ah no! Anzi:  per il resto devo tutto a quegli anni lì.

Torniamo però a oggi: nel disco ti sei occupato anche dell’essere giovane in un momento storico come questo; c’è una canzone molto ispirata che si chiama “Gli occhi di mio figlio”.
Ernesto Bassignano - Sì, è una canzone molto ispirata e personale. Solo a parlarne mi commuovo. È dedicata a mio figlio ma anche a tutti questi ragazzi di oggi, sul muretto con la birra in mano a chiedersi cosa faranno da grandi. Io sono vecchio e questa è la mia sfortuna oggi; ma la mia fortuna ieri è stata la possibilità che ho avuto di cambiare almeno cinque mestieri. Sono stato grafico, scenografo, attore, regista, pittore, cantautore, giornalista. Ho sempre guadagnato.

Sei stato anche brillante conduttore radiofonico!
Ernesto Bassignano - Sì, ho fatto moltissimo la radio… ma quando sono arrivato a Roma da Cuneo vendevo disegni di donne nude a Piazza Navona! Dipingevo anche i paesaggi di Roma ma non importava a nessuno: funzionavano le donne nude che vendevo a 5 mila lire. Le facevo con l’aerografo. E comunque ho fatto anche le copertine di Topolino: ero un bravo grafico!  

E tu pensi che oggi i ragazzi non abbiano possibilità?
Ernesto Bassignano - E cosa possono fare? Ci sono ragazzi straordinari e in gambissima, però la maggior parte di loro non ha lavoro; qui a Roma di certo. Magari trovano lavoro a Mantova o a Laigueglia. Ma a Roma no. Stanno tutti lì a far caciara al Pigneto e quando trovano da fare è tanto se guadagnano 700 o 800 euro. 
E come fanno ad andarsene da casa? Come potranno mai prendere una pensione? È pazzesco. 

A proposito di pazzia, volevo chiederti del brano che non canti tu, “Il giullare verticale”. 
Ernesto Bassignano - Eh sì, grande sorpresa; onestamente non so dire come sia nata questa poesia; in realtà credo che questo sia un album più bello del solito perché ho vissuto un po’ di mesi come da fumato - e io non fumo - e sono usciti questi brani uno dietro l’altro. A un certo punto mi sono trovato in mano questa che è proprio una poesia che ho chiamato “Il giullare verticale”, non so perché. Chissà. Forse pensavo a uno come me che è un giullare, ma sta anche bello dritto con la schiena! Inizialmente dovevo recitarla io, ma poi ho pensato a David Riondino, un grande. Siamo amici dai tempi di Paese Sera. Io lo ritengo uno degli uomini più intelligenti e colti che abbiamo.  Pensa che l’ho conosciuto insieme a Paolo Hendel: erano una coppia e si esibivano nei circoli Arci nei dintorni di Firenze. Vennero al Folkstudio e la scena era questa: Riondino seduto con la chitarra e Hendel in piedi con una calotta e due orecchie di acciaio: era una parodia di “Blade Runner”, il famoso “Ho visto cose che voi umani”. Hendel faceva il replicante e Riondino cantava delle canzoni pazzesche.  Insomma ci vogliamo bene e la poesia l’ha recitata lui… e in questo caso la musica è tutta di Ciuffi e Petretti, che ne hanno fatto un’opera d’arte. 
Stefano Ciuffi -  Bax ci ha portato questo testo, che ci ha sorpreso, perché la modalità di scrittura di Ernesto è di solito molto diversa. Qui invece si tratta di tutta un’altra cosa. È un testo surreale… insomma con Edoardo ci siamo chiusi in casa un paio di giorni, nemmeno fossimo conviventi, e alla fine siamo molto contenti del risultato. 
Edoardo Petretti - Siccome aveva quest’aria molto sbarazzina e surreale ci siamo detti: perché non la trasformiamo in una filastrocca e non ci caliamo in un momento teatrale in cui Bassignano si racconta per come è: scanzonato, sarcastico, giocherellone? Riondino è subentrato perché abbiamo pensato di non farlo cantare e quindi di affidarlo a un attore.
Ernesto Bassignano - Chissà che vi siete presi! Dentro ci sta Kurt Weill, Fiorenzo Carpi, ci sta tutta la musica scapigliata degli anni 30, 40 e 50.
Stefano Ciuffi - Ma sì. Abbiamo fatto riferimento a un mondo particolare. Ci sono interventi di free jazz, alcune cose ricordano indubbiamente Kurt Weill; un’altra ispirazione è di sicuro arrivata da Nino Rota, che è uno dei miei compositori preferiti. Insomma. Ci sono varie influenze dentro.  
Ernesto Bassignano - E poi il bello è che David è talmente folle che ha trasformato quel “tocca vivere cantare recitare” - che io intendevo nel senso di “bisogna” - in un uno “Tocca” nel senso “tattile” del termine. 

E ora parliamo di “La vita l’è quela che l’è”, canzone dedicata al Derby, alla Milano delle Latterie. 
Ernesto Bassignano - Sì, la storia milanese… Papà è Bassignano di Cuneo e mamma è di Milano, con parenti Carpi, una famiglia di grandi. Uno è stato scrittore per ragazzi: Pirin Carpi; l’altro è Fiorenzo  Carpi, quello che ha scritto quaranta anni di musica per Dario Fo; e così quando ero a Milano grazie a lui ho conosciuto Andreasi,  Cochi e Renato – anzi, Cochi è rimasto amico mio qui a Roma per anni, insieme al caro Duilio Del Prete con cui recitava – e sì, ho deciso di dedicare una canzone a quella Milano, a quella vita.  

E poi c’è la dedica a Cesare Pavese con “Un paese vuol dire”.  
Ernesto Bassignano - Negli anni Cinquanta Mario Pogliotti ha scritto “Un paese vuol dire non essere soli”  in ricordo di Cesare Pavese e de “La luna e i falò”; io invece ne ho fatto un altro motivo, un altro testo, per dire dell’Italia di oggi.

A me interessa l’associazione tra Cesare Pavese e quello che vivi ora. 
Ernesto Bassignano - “Il paese vuol dire non essere soli, vuol dire tornare e volere di più” mi è sembrata una frase eccezionale e io spero che così facciano migliaia di ragazzi che sono andati a fare i camerieri a Londra: che tornino e aderiscano alla resistenza.



Ernesto Bassignano – Il Mestiere di Vivere (Helikonia, 2019)
Chi ha il piacere di conoscere Ernesto Bassignano sa bene che una delle sue doti più sviluppate è quella del narratore. Bax (per gli amici e gli ammiratori) ama raccontare le storie, le sue, quelle degli altri, quelle di un passato mitico che nemmeno importa se sia stato poi così bello come ce lo propone lui, in modo diretto e bambino; non importa perché sembra quasi di vedere il mondo in bianco e nero, sembra di veder svolazzare giornali consumati e ciclostilati di sezione, jeans a zampa di elefante e qualche sorcio d’antan che da Santa Maria in Trastevere corre veloce verso qualche vicolo buio, mentre quattro ragazzi con la chitarra suonano in piazza. Ma sarebbe un grandissimo errore quello di credere che la sua scrittura poetica, quella che mette in musica, sia la nostalgica marcia retorica - e patetica - di un vecchio intellettuale che passa le giornate a rimpiangere il tempo che fu. Niente affatto. Bax, per dirlo in termini giornalistici (e in effetti lui lo è) sta sul pezzo. “Il mestiere di vivere” parla di lui eppure parla di noi. E quando si accosta a Pavese o al Derby di Milano o a qualche personaggio onirico - magari un pittore (e in effetti anche questo lui è) - non lo fa per rimpianto o triste malinconia. Ernesto Bassignano ama la pugna. Anche quando sembra senza speranze, anche quando parla di quelli che si chiamano “artisti” per posa e non per mestiere, anche quando guarda ai giovani di una Roma decadente e infelice, in realtà invita alla lotta, alla resistenza, alla vita; ad amare soprattutto, a crederci, a sperare, a ricostruire. In questo nuovo album appare senza veli e quindi anche senza timore di cedere a certe retoriche di appartenenza; quella che emerge è la visione del mondo e della vita di un uomo, di un cittadino, di un grande italiano soprattutto. Di uno che ama questo Paese disperatamente e crede nei valori più nobili di una Sinistra, che però si è ritirata dietro una porta per non dare fastidio a chi corre cieco per strade inquinate e piene di buche. Per tutto questo “Il mestiere di vivere” è un album che commuove nella sua poesia e nella sua bellezza. Anche nella bellezza di certi passaggi appena appena sgraziati, di certe lievi incertezze del registrato in presa diretta, tutti insieme, come si faceva una volta, magari nei grandi studi dell’RCA. Ci sono dei brani di rarissima intensità, senza che l’emotività si trasformi in banale sensazione epidermica. Tutto può dirsi della scrittura di Ernesto Bassignano, tranne che usi gli escamotage del kitsch caro alla musica e alla letteratura di facile consumo. Anche quando il suo canto si fa quasi lamento, il verso è diretto, scarno, va al dunque. Non possiamo non ricordare in particolare la grazia di “Amiamoci di più”, la dolcezza de “Gli occhi di mio figlio”, l’importanza civile e morale de “Il mestiere di vivere”, la capacità visionaria di “Quella notte che”, dedicata ai terremotati del Centro Italia (ma più in generale a chi resiste malgrado tutto, malgrado la stessa nostra Terra, così bella ma che, minacciosa, non smette di rombare). Delicato e vero l’omaggio a Cesare Pavese in “Un paese vuol dire”. Una parola a parte va spesa poi per David Riondino, che interpreta magistralmente una poesia, in forma di filastrocca, scritta da Bax: “Il giullare verticale”, degna di un palcoscenico brechtiano. Sono versi sferzanti e sagaci, musicati da due fuoriclasse, due musicisti di eccezione: Edoardo Petretti e Stefano Ciuffi. Li ho lasciati per ultimi perché sono loro i produttori artistici e gli arrangiatori di questo disco e sono riusciti a fare un egregio lavoro, perché hanno saputo dare risalto - arricchendo senza coprire, accompagnando con suoni acustici veri ma mai prepotenti - questo piccolo capolavoro del nostro Cantautore, che ne ha fatta di strada dai tempi del Folkstudio. Bravi a suonare in questo disco, bravi a scegliere per lui un gruppo di artisti straordinari che hanno arricchito e fatto girare tutto il lavoro per il verso giusto (oltre a Petretti al pianoforte e alle tastiere e Ciuffi alle chitarre, Angelo Maria Santisi al violoncello, Marco Zenini al contrabbasso, Francesco De Rubeis alla batteria e alle percussioni e Giuseppe Russo al Flauto traverso e al Sax Soprano). Che soddisfazione quando la musica d’Autore si arricchisce di nuovo impegno e di nuovi accordi da ricordare! Insomma, se ancora non è chiaro lo spieghiamo meglio: Bax è tornato. 


Elisabetta Malantrucco

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