Leyla McCalla – The Capitalist Blues (Jazz Village, 2019)

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Haiti e New Orleans vanno a braccetto nella musica di Leyla McCalla, trentatreenne polistrumentista, cantante e autrice, newyorkese nata da genitori dell’isola caraibica (entrambi attivisti dei diritti umani), residente nella città della Louisiana da poco meno di dieci anni. “The Capitalist Blues”, disco straordinario, energico e pulsante che si spinge oltre il lirismo dominante gli album precedenti, in parte rompe gli schemi del passato, cercando nuove ambientazioni sonore ed arrangiamenti più curati; il fido violoncello è messo da parte e la voce prende la scena in un album all’impronta della “call of resistance”. Un lavoro tra il personale e il politico in cui il personale è politico: Leyla ha molto da dire – il titolo lo chiarisce senza ombre – sugli effetti psicologici ed emozionali del vivere nella società capitalista, con le diseguaglianze sociali sempre più nette. Nel caso di McCalla molte delle canzoni non sono nate di getto, ma sono maturate nell’arco di alcuni anni con la consapevolezza della posizione dell’artista nell’incidere sul cambiamento, con il ruolo di madre di tre figli e con l’osservazione diretta delle distorsioni della società statunitense. Se il suo primo disco omaggiava il poeta dell’Harlem Renaissance (“Vari-colored Songs: A Tribute To Langston Hughes”, 2013) e il secondo esplorava la tradizione popolare haitiana (“A Day for the Hunter, A Day for the Prey”, 2016), questa terza opera scorre densamente tra suoni multiformi e meticci, mentre le liriche raccolgono l’essenza della folk music come commento sociale ed espressione di dissenso. 
Sulla scia dell’ interrogarsi sull’esperienza diasporica e sulla cultura afro-americana, Leyla è parte di un nuovo progetto con Rhiannon Giddens, sua ex partener nei Carolina Chocolate Drops, Amythyst Kiah e Allison Russel che ha appena dato alle stampe “Songs of Our Native Daughters” (Smithsonian FolkWays). Tornando a “The Capitalist Blues”, prodotto da Jimmy Horn (già con i King James & The Special Men), va detto che attorno a Leyla c’è un bel gruppo di musicisti. Oltre al suo consolidato trio, infatti, suonano artisti della scena jazz e zydeco di New Orleans e il combo haitiano di Port-au-Prince Lakou Mizik. Partenza con la swinging e baldanzosa title track, impregnata di spirito blues e jazz orchestrale della Crescent City (è stata registrata nella storica Preservation Hall), mette al centro la sezione fiati orchestrale (la tromba di Will Smith, la tuba di Jon Gross e il clarinetto di Bruce Brackman) ed è punteggiata dal piano di Ben Polcer. La successiva “Money is King”, posseduta dai caldi colori del calypso, è una canzone resa popolare da Neville Marcano (aka The Growling Tiger) nei primi anni Trenta del secolo scorso , in cui si canta «If a man has money today / People don’t care if he has cocobey / If a man has money today / People don’t care if he has cocobey / He can commit murder and get off free / Live in the governors company / But if you are poor / People will tell you “Shoo! A dog is better than you.”»
Insomma, ieri come oggi: è una song che ben si si addice ai temi di denuncia dell’album. Qui, McCalla imbraccia il banjo tenore ed è accompagnata da viola (Free Feral), basso elettrico (Jimmy Horn), tromba e chitarra (Daniel Tremblay). La successiva “Lavi Vye Nag” (“La vecchia via nera”) è la prima traccia cantata in creolo, ripresa di un successo del cantante haitiano Gesner Henry, conosciuto come Coupé Cloué, creatore del genere kompa mamba. Anche “Penha” è una rilettura, si tratta, però, della trasposizione in inglese e creolo del motivo portoghese “Baião da Penha” del grande cantante e compositore brasiliano nordestino Luiz Gonzaga, conosciuta da Leyla tramite Caetano Veloso: qui McCalla imbraccia la chitarra elettrica mentre al pandeiro c’è Logan Schultz. Invece, “Heavy as Lead” fa il pieno con il suo magnetismo soul à la Sam Cooke, dettato dall’Hammond (Joe Ashlar), raccontando della figlia curata per l’avvelenamento da piombo. Leyla descrive “Me and My Baby” come una canzone troppo sdolcinata da tenere per sé. Diversamente, Jimmy Horn ci ha creduto molto e l’ha voluta nel disco; con il suo piano boogie, i volteggi del sax tenore e baritono (Jason Mingledorff) e il trio di coriste (Topsy Chapman, Yolanda e Jolynda) esprime la possibilità di lasciare libera l’immaginazione trascorrendo il tempo a giocare con la figlia nel parco. Di certo, tra i brani più inusuali c’è il rock scuro e rumorista, dal chitarrismo distorto, che pervade “Aleppo”, un potente commento sonico alla tragedia siriana. Leyla canta di nuovo in creolo haitiano in “Mize Pa Dous” (“La sofferenza/La povertà non è dolce”) su un contorno argentino di lap steel (Andre Michot) e percussioni isolane (Richard “Fan Fan” Louis al tanbou). Si spalancano irresistibili squarci danzerecci con “Oh My Love”, il cui tema è la riconciliazione di un amore (Daniel Tremblay, marito di Leyla, è il co-autore della musica); il motivo è dominato dalla fisarmonica (Corey Ledet) con violino (Lousi Michot), basso elettrico (Jimmy Horn) e triangolo (Ashlee Michot) a rinforzare gli umori zydeco. 
Si cambia registro con la delicata “Ain’t No Use”, venata di blues in un tripudio di corde e archi (banjo, chitarra 12 corde, viola e contrabbasso). In combutta con il collettivo Lakou Mizik, “Settle Down” ci riporta ad Haiti. Così ne descrive la genesi Leyla McCalla: «Questa canzone è stata scritta dopo l’elezione di Donald Trump e le manifestazioni estremamente accese per lo smantellamento dei monumenti confederati nella città di New Orleans. Ricordo di aver ascoltato una storia alla NPR (National Public Radio, ndr) sulla legislazione anti-protesta che era sul tavolo al Senato, quando mi sono venute in mente le parole della canzone. Da un lato, la canzone parla di persone con denaro e potere che cercano di scoraggiare le persone senza denaro e potere dall’organizzare e sfidare il sistema. Dall’altro, la canzone parla di stare in piedi e trovare la forza e la determinazione per creare un vero cambiamento nella società». Il brano si fonda sul rara, uno stile musicale del Carnevale haitiano, eseguito in processione la settimana dopo Pasqua, che ha le sue radici nella resistenza all’oppressione della schiavitù e che ricorda le sfilate di seconda linea la domenica a New Orleans. Così la procedura vocale call and response, i fiati stranianti e le incessanti percussioni chiudono questo lavoro di gran classe di Leyla McCalla, dal forte impatto musicale, emotivo e politico.


Ciro De Rosa 

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