Lau – Midnight and Closedown (Reveal, 2018)

Il trio scozzese ritorna con il suo quinto disco in studio, cercando di spingere ancora più lontano i confini della propria ricerca, ormai lontana dalla proposta nu-folk del primo lavoro “Lightweights and Gentleman”, datato 2007, che aveva consacrato i tre (ciascuno già con una buona carriera alle spalle in ambito folk) come alfieri del nuovo revival caledone. Album dopo album i tre si sono sempre più staccati da questo ruolo e hanno portato a compimento il loro viaggio con il precedente “The Bell that Never Rang”, prodotto da Joan as Police Woman (ovvero Joan Wasser), anche lei bravissima a mescolare acustico ed elettronico (vedi il recente “Damned Devotion”). Per il nuovo lavoro si affidano a John Parish, già long-time-partner di P.J. Harvey, e, in ambito world, produttore dei due ultimi dischi della maliana Rokia Traorè. Il disco, va detto subito, è un bel lavoro, dove accanto a chitarra acustica, violini e fisarmonica trovano sempre più spazio chitarre elettriche, sintetizzatori (spesso analogici) e effetti. E, come già nel disco precedente, una larghissima parte delle tracce sono cantate e questo, parere personale, è forse il limite maggiore del disco, dato che chi scrive non è un grande fan della voce di Kris Drever. Le composizioni, perfettamente nello stile Lau degli ultimi lavori, sono creative, imprevedibili, e, va da sè, ben suonate. A partire dall’iniziale “I Don’t Want to Die Here”, il brano più vicino alla forma-canzone di tutto il lavoro, un bel testo sulla solitudine, infatti l’intero “Midnight and Closedown” è concepito come un disco a tema su “isole piccole e grandi e noi umani come isole”. Segue, l’altra canzone “She Put on Her Headphones”, uscita anche come singolo che anticipava l’uscita del cd, brano nei cui tre minuti si ritrovano tutti gli ingredienti della formula Lau: riff e ostinati contagiosi, tempi sghembi e il violino di Aidan O’ Rourke in grande evidenza. Ancora una canzone a seguire, “Toy Tigers”, forse l’episodio meno interessante del cd. Di seguito “Echolalia”, il capolavoro del disco, pezzo strumentale (intercalato dai la-la-la di Drever), che fa bene il paio con la bellissima suite “Torsa”, tratta da “Race the Loser” che rappresenta forse il picco della discografia del trio scozzese. A tenere altissimo il livello del disco due brani semi-acustici: la canzone “Dark Secret” e lo strumentale finale “Riad”, forse la traccia che più ricorda i Lau degli esordi, intervallate da “Return to Portland”, ideale sequel di “Far from Portland”, presente nel lavoro precedente. Insomma, l’ennesimo ottimo lavoro per un trio, sempre meno folk e sempre piu avant-garde, del quale consiglio, per accostarsi alla loro opera, la bella compilation “Decade: the Best of Lau”, uscita un anno fa, dove spiccano le belle suite “Horizontigo”, “Torsa” e “Hinba”. 



 Gianluca Dessì

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