Kiran Ahluwalia – 7 Billion (Kiran Music/Six Degrees, 2018)

Indiana di nascita, originaria di Patna, nel nord-est del Paese, cresciuta in Canada, a Toronto, dove è arrivata da ragazzina dopo un periodo trascorso in Nuova Zelanda, oggi di residenza newyorkese, Kiran Ahluwalia è una personalità artistica versatile e sensibile, simbolo di identità multiple, portatrice di potenzialità creative che travalicano i confini geopolitici e gli steccati musicali. Su “Blogfoolk”, ci siamo occupati del suo precedente album, “Sanata”. Kiran ha vinto due JUNO, il Grammy canadese; la sua musica risente della tradizione canora del ghazal, essenza poetico-musicale della tradizione indo-musulmana, ma esplora differenti estetiche, influenzata sia dalla popular music occidentale (pop, rock, R&B e jazz) che dall’interesse per i suoni saheliani. Nel suo album “Aam Zameen” (2011) ha inciso una versione di “Mustt Mustt”, l’hit quawwali del compianto Nusrat Fateh Ali Khan, proprio con la celebre band tamashek Tinariwen. “7 Billion” è il suo settimo album, della durata di soli 30 minuti, contiene un denso amalgama in cui i diversi elementi stilistici non sono giustapposti, ma si combinano con buon grado di fusione. La registrazione, poi, esalta i singoli strumenti e la voce dell’autrice, dotata di un timbro dolce e melismatico, caratterizzato da leggere sfumature nasali, ma in grado di raggiungere belle impennate. Quello di Kiran Ahluwalia è un interessante crossover, arrangiato da suo marito, l’ormai accreditato chitarrista jazz-fusion Rez Abbasi, di origine pakistano-americana. In scaletta, sei canzoni che sono «una risposta all’odio, all’intolleranza culturale nei confronti di minoranze religiose in Canada e negli Stati Uniti,» – commenta Kiran nel corso del nostro incontro al WOMEX 2018 – «la reazione alla tristezza, alla angoscia mi ha portato a reagire, esprimendo con naturalezza le emozioni attraverso la musica». Kiran canta in urdu e hindi, scrive la musica e le liriche delle sue canzoni, che affrontano questioni di genere, di appartenenza e di libertà femminili, accompagnata da un sestetto di musicisti accreditati che, oltre al chitarrista Abbasi, annovera Louis Simão (Hammond B3, synth e fisarmonica), Rich Brown (basso elettrico), Davide Direnzo (batteria), Nitin Mitta (tabla), Mark Duggan (percussioni). La circolarità del riff chitarristico tuareg di “Khafa” trova sponda nell’inciso dell’Hammond: segno distintivo del sound ibridato della vocalist, che canta in urdu contro i muri divisori di matrice religiosa. Nel titolo guida, “Saat” (“Sette”), si nota il bel lavoro di Simão alla fisarmonica, che, a tratti, riporta alla mente un harmonium indiano. Il titolo si riferisce alla consistenza numerica della popolazione mondiale. «Ci sono sette miliardi di persone, quindi sette miliardi di modi diversi di interpretare le cose», rimarca Kiran, implicando che l’unica via è quella di non smettere mai di comunicare. “Kuch Aur” (“Qualcosa altro”) ha un irresistibile profilo R&B, con il dialogo sincopato tra Hammond e chitarra. Segue il calore vocale di “Raina” (“Notte”), sostenuto dalla fisarmonica e dalle tabla di Mitta. Le percussioni indiane aprono anche “Jhoomo” (“Ondeggiare”), brano che evolve in una smooth fusion meno incisiva del resto della scaletta. La cantante si conceda con “We Sinful Women”, dalla struttura rockeggiante, segnata dal crescendo di tabla, tastiere e chitarre. Si tratta di una dichiarazione di intenti, il cui testo proviene da una lirica in urdu della poetessa femminista pakistana Kishwar Naheed. Un lavoro attuale, che merita di essere ascoltato. 


Ciro De Rosa

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