Kiran Ahluwalia – Sanata: Stillness (Arc Music, 2015)

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Nata nel 1965 a Patna, nello stato indiano nord-orientale del Bihar, Kiran Ahluwalia proviene da una famiglia di estrazione borghese che non le ha fatto mancare la musica sin dalla tenera età: suo padre suona le tabla, la madre canta e suona l’harmonium. Da bambina Kiran è vissuta prima in Nuova Zelanda (dove suo padre completava il suo PhD in microbiologia), per poi arrivare, all’età di nove anni, in Canada. Laureatasi a Toronto, Kiran, che canta in tre lingue: urdu, hindi e punjabi, si è profusa nello studio della musica classica indiana (con Padma Talwalker) e del repertorio poetico del ghazal (con Vithal Rao). La musicista, oggi residente a New York, ha fatto già parlare di sé, conquistando il riconoscimento del periodico britannico “Songlines” come migliore artista emergente con il suo disco “Wanderlust”, dove si alimentava anche alla tradizione portoghese. Il successivo lavoro “Aam Zameen”/”Common Ground”, in cui ha collaborato con i Tinariwen, è stato premiato come migliore album canadese di world music. L’infatuazione per il groove del rock tamashek permane anche in questa nuova avventura musicale, intitolata “Sanata” (“Calma”, “Immobilità”) e condivisa con suo marito, il chitarrista pakistano-americano Rez Abbasi (considerato dalla rivista ”Downbeat” un astro nascente delle sei corde), che prende le redini degli arrangiamenti. Registrato da Jeremy Darby a Toronto nei Canterbury Sound Studios, oltre a Kiran Ahluwalia (canto e composizione della maggior parte dei brani) e Rez Abbasi (chitarra acustica ed elettrica), suonano Kiran Thakrar (harmonium, organo), Mark Duggan (vibrafono, percussioni), Nitin Mitta (tabla), Anthony Mitchell (batteria in “Lament”), mentre al basso si alternano Nikku Nayar, Rich Brown e Andrew Downing.
Voce dolce che all’occorrenza sa essere potente con sfumature nasali, Kiran presenta un programma di nove brani: un gustoso masala dove entrano la poetica sonora del ghazal, la tradizione indostana e il folk punjabi, i riff nord-maliani e gli inserti jazz-fusion. Si parte con il mantrico “Hayat”, che significa “vita”, in cui la cantante si confronta con lo straniamento esistenziale di un’indo-canadese che vive a NYC, per continuare con “Jaane Na”, brano dal ritmo vivace, imperniato su voce, tabla e harmonium, che si fa notare anche per il bel solo di Abbasi alla chitarra elettrica. Nella title-track, anch’essa caratterizzata dalla cifra estetica del chitarrista, Kiran mette in mostra la sua capacità di saldare mondi sonori lontani, con liriche che esplorano il senso di separazione da un luogo o da una persona amata. Non meno ispirato il testo di “Tamana” (“Desiderio”), ritornano gli echi desertici nello strumentale “Hum Dono”, scritta con Rich Brown, dove la voce è usata come strumento in dialogo con il basso di Brown, che ricorda piuttosto un guembri gnaoua. Invece, “Jhoom”, tra i brani migliori dell’album, è il rifacimento di un classico qawwali (autori ne sono Naza Sholapuri e Aziza Nazan). L’amore è il sentimento cantato nelle “canzoni” acustiche “Taskeen” (“Soddisfazione”) e “Qaza” (“Destino”). Il disco si chiude con la cover molto personale del qawwali “Lament”, dell’immenso, indimenticato cantore pakistano Nusrat Fateh Ali Khan. 


Ciro De Rosa