Emanuele Belloni – Tutto sbagliato (SquiLibri, 2018)

Voce, chitarra, un primo approccio ai suoni della tromba: Emanuele Belloni è un cantautore che la musica l’ha amata sin da ragazzino, ma che come molti - come la maggior parte forse – a un certo punto ha pensato che il mondo degli adulti lo spronasse a spingersi verso altre direzioni. Fortunatamente la bellezza è l’unico pozzo benefico a cui l’uomo possa attingere per salvarsi la vita. E così Belloni ci ha raccontato in questa intervista come proprio la riscoperta della chitarra - in un complesso momento di difficoltà personale - lo abbia riavvicinato alla musica fino all’approccio professionale. L’incontro con il grande artista brasiliano Guinga ha favorito questa conversione e ha permesso l’uscita del primo album “E sei arrivata tu” (OddTImes Records/Egea). Era il 2013 e Emanuele si vide proiettato subito in alto nelle classifiche di gradimento della Canzone d’Autore italiana, piazzandosi al secondo posto per la Targa Tenco, sezione “esordio”. E: attenzione! Il vincitore di quella edizione fu Andrea Appino, che pubblicò in quell’anno il primo disco da solista senza gli Zen Circus e quindi concorreva nella categoria a pieno titolo. Ma di certo non era un esordiente. Belloni sì: non aveva fatto nemmeno la gavetta dei live. Da lì è cominciata questa rincorsa verso la conoscenza di un mondo fino ad allora amato ma estraneo. Ha macinato molti accordi la sua chitarra in giro per l’Italia e per l’Europa, soprattutto in Germania. Emanuele ha suonato da solo, ha avuto la fortuna di incontrare musicisti straordinari che lo hanno aiutato a crescere. Ha lavorato sulla voce, ha trovato nuove storie da raccontare. Eccolo quindi con un secondo album, un concept sul tema del carcere – le Rebibbia di fuori e gli Alcatraz di dentro – prodotto artisticamente da un compositore e organettista del calibro di Riccardo Tesi. Un incontro felice che non corrisponde al titolo dell’album: “Tutto Sbagliato”. L’etichetta è SquiLibri, una certezza di qualità per la musica folk e d’autore italiane. Il resto ce lo ha raccontato lui. 

Sei entrato nel mondo professionale della musica in modo particolare e forse tardivo. Raccontaci bene come è andata.
È successo così: a un certo punto ho ripreso a suonare la chitarra come quando si va dallo psicologo; era un momento della vita dove le cose traballavano e avevo bisogno di qualcosa di concreto e solido: sei corde e un po’ di legna potevano essere un buon inizio. E così, cercare stabilità attraverso qualcosa che era dentro di me, ma dimenticato, mi ha portato nel mondo dei grandi professionisti della musica: un giorno infatti ho incontrato un signore, che veniva dal Brasile; si chiamava Guinga. Lui ha voluto che questo nostro incontro fosse musicale, ha messo le mani sulle mie canzoni in un modo che a me piacque molto. Ho così aperto la mia stanza impolverata e un po’ tenebrosa che però aveva mille finestre: improvvisamente hanno fatto luce tutte insieme. Avevo dimenticato tante cose sul tavolo, ma piano piano le ho rimesse insieme come fossero tessere di un piccolo puzzle… insomma, da qui è nata l’idea di provare a propormi professionalmente in questo mondo, con tutto quello che una simile scelta avrebbe comportato: i tour, l’ufficio stampa, una fitta rete di collaboratori, eccetera; ho imparato una serie di meccanismi che regolano questo mondo meraviglioso e complesso. 

L’uscita del tuo primo disco è stata molto organizzata, potremmo dire con modalità da “imprenditore”; questo lo fai uscire da artista consapevole. In mezzo cosa è accaduto? 
La differenza fondamentale è che ho fatto il primo disco senza aver mai fatto un concerto e che invece ho voluto fare il secondo dopo tanti concerti, dopo tanti ascolti, dopo confronti e valutazioni; sono stato più passivo che attivo, ero quello che doveva farsi emozionare, più che quello che doveva emozionare. 
E così ho sentito cose che non conoscevo e che mi hanno coinvolto, ho avvicinato certe sonorità, sono stato colpito da idee che ho voluto approfondire…  quindi per rimanere nel tuo gioco sull’imprenditore, diciamo che il primo album è stato il biglietto da visita che tutti gli imprenditori hanno, mentre il secondo è stato proprio il contrario; è nato seguendo un percorso che ha visto incontri e ha visto live dove sono state provate canzoni nuove, che venivano costruite sonoramente via via che si chiariva il loro incontro col pubblico. Alla fine ho realizzato un disco come volevo io. E devo dire che ho avuto la fortuna di trovare un produttore artistico, Riccardo Tesi, che ha capito tutto questo perfettamente e ha messo la sua maestria, la sua arte e il suo tocco, lasciando però che le cose mantenessero il sapore originario. Non ha voluto costruire il vestito in maniera impersonale, ma ha prima voluto conoscere il “personaggio” che andava vestito e da lì abbiamo sviluppato insieme il progetto e i suoni.  

Hai appunto fatto molti live, anche all’estero, soprattutto in Germania, ma non solo. In sintesi possiamo dire che sei cresciuto, hai acquisito un tuo sound e hai lavorato molto vocalmente. Sono cambiate le cose anche nella tua vita?
Beh… tra un disco e l’altro ho fatto una figlia! … L’attività musicale si è un po’ sparpagliata in questi anni, ma i live ti insegnano una cosa: quando sali su un palco e la gente fa silenzio, tu diventi un performer e hai perciò l’obbligo di creare empatia col tuo pubblico. Il tramite è proprio quel silenzio, uno spazio osmotico dove la tua emozione si mischia con quella di chi ti sta ascoltando. Questo l’ho imparato, così come ho imparato il ruolo dei musicisti e l’importanza del racconto, soprattutto all’estero, dove ti ascoltano senza capire cosa dici e quindi hanno bisogno di spiegazioni: di essere introdotti in un ambiente. 
Pensa che una mia ascoltatrice – ormai amica – ha tradotto i testi dei miei brani e queste traduzioni sono ora nel libretto. Lei si chiama Andrea Briel e ha avuto la pazienza e anche l’arte di far capire esattamente i significati. 

Prima di entrare nel merito del disco, vorrei parlare di “canzone”, come oggetto di un discorso, proprio perché per te è scoperta relativamente recente. Quanto cambia il senso stesso di una canzone se fatta su un disco, oppure dal vivo da te solo voce e chitarra o ancora con quei grossi musicisti con cui hai suonato in questi anni? Parlo di Alessandro Papotto, Lucrezio De Seta, Andrea Ascolese. Pur non avendo suonato nel disco appena uscito, che tipo di contributo hanno dato alla costruzione di queste canzoni? E infine la voce. Cantare non è “interpretare”.  E si capisce che anche su questo hai molto lavorato. Insisto su questi punti perché sono proprio quelli dove ho riscontrato più differenze tra un disco e l’altro. 
Beh, è ovvio che tutto cambia se sei da solo sul palco, o accompagnato da un grandissimo clarinetto, o una chitarra acustica ritmica o solista, o ancora una bella percussione o una batteria che ti tiene alta l’attenzione del pubblico; ti puoi permettere di miscelare vari colori a seconda della situazione in cui ti trovi e l’emozione che vuoi regalare. Non ti nego però che il chitarra e voce da solo a volte ha creato delle atmosfere da brividi; ti veniva voglia di svuotare sempre di più: è una attitudine particolare. A volte se confronti il pezzo “pieno” con quello “vuoto”, beh passami il gioco: sembra più pieno quello vuoto. Proprio perché viene riempito di magìa e la magìa non si misura in decibel. Questo l’ho imparato e non lo sapevo mica: non me l’aveva detto nessuno, non lo avevo letto sui manuali o su Google (ride); l’ho capito, l’ho imparato e quindi me lo son tenuto stretto. Anche per quanto riguarda la chitarra: ho capito che, a volte, era più espressiva se sporca e meno accurata … ho fatto lo stesso tipo di lavoro anche con la voce. Mi sono confrontato col microfono, questo sconosciuto, e quindi sono entrato nella dinamica delle tecniche di emissione, ma non bastava. Perché la voce diventasse veramente il volano del mio racconto da cantautore ho sudato: non è stata una passeggiata. 
Ci sono stati dei momenti di studio, per esempio quello molto interessante con un gruppo di lettura poetica jazz, organizzato dal maestro e attore sardo Giuseppe Boy. Lì ho imparato a togliere la musica e a trovarla all’interno delle parole stesse: ecco che scopro un nuovo strumento che non è soltanto la melodia, ma è l’intenzione all’interno della parola; è stato poi per me fondamentale lavorare in studio e registrare col supporto di una grande professionista come Raffaella Misiti; lei non mi ha dato nozioni di canto, anche perché non c’era tempo, ma soprattutto perché non bisognava impostare la voce; al contrario abbiamo lavorato affinché il film che io volevo venisse visto al di fuori arrivasse correttamente. Abbiamo cioè fatto lavoro di regìa e lavoro di introspezione; una canzone come “Tutto sbagliato” una sera può raccontare una cosa, una sera ne può raccontare un’altra, ma quello che conta è che sia lo specchio del film che in quel momento mi corrisponde interiormente. Non ci interessava che uscisse la voce perfetta e pulita, ma che si percepisse il senso delle cose. Avere un’assistenza di quel livello accanto è stato importantissimo. 

Anche Raffaella Misiti è uno dei tanti grossi professionisti che t’ha portato in dote il tuo produttore artistico, Riccardo Tesi, di cui prima parlavi. Dici che avete lavorato in grande sintonia e questo pur arrivando da mondi musicali all’apparenza lontani.  Un incontro felice quindi?
Assolutamente sì. Innanzitutto Riccardo è uno che conosce tutta la musica. Suona folk e molti suoi progetti sono folk, ma Riccardo è molto di più di questo: è un compositore che si mette a disposizione del progetto a cui sta partecipando; è un grande musicista che mi piace definire “intelligente” perché riesce a non imporsi; non ha bisogno di dire: “guarda come sono bravo io, che sono Riccardo Tesi”;
al contrario lui asciuga e si assenta, non vuole apparire che quando davvero serve e quando appare lo fa con tutta la forza che lo contraddistingue. Riccardo ha avuto subito un’idea musicale chiara del disco; l’arrangiamento ce lo aveva in testa dalla prima telefonata: si era ascoltato i provini voce e chitarra e aveva già pensato alle persone che voleva suggerirmi per suonare e collaborare; ma che Riccardo sia un grande professionista lo dimostrano le sue collaborazioni - da De Andrè a Fossati, fino ad arrivare ad alcuni colleghi cantautori della scena attuale come Massimo Donno o Massimiliano Larocca – in cui ha messo il suo straordinario organetto al servizio della Canzone d’Autore. 

Ti ha portato musicisti di altissimo livello in dote a suonare nel disco. Ne dico uno per tutti: Gabriele Mirabassi… 
Mirabassi è un musicista che ho conosciuto proprio con Guinga. Una volta li ho ascoltati in duo e ho avuto di fronte qualcosa di un’altra categoria; Gabriele è un musicista assoluto, un genio improvvisativo, un virtuoso; quando ha portato la sua musica all’interno dei miei brani ci sono quindi stati momenti di commozione assoluta.

Insomma, tra un disco e l’altro, live, suoni nuovi, nuove proposte, musicisti, altra musica, altre informazioni. Sei mai caduto nella confusione tipica dello studioso? Hai corso il rischio del rumore indistinto?
Probabilmente sarebbe accaduto se non avessi avuto una figlia, che di confusione e rumore ne ha messi talmente di suo che … di più non ci poteva davvero stare (ride)! 
Di certo il livello di coinvolgimento in questo mondo è molto aumentato, ma l’idea del suono è un po’ rimasta quella. Non ho quindi avuto paura di sporcare, perché era cresciuto in me il senso critico, che mi ha permesso di distinguere tra quello che volevo e quello che non volevo sentire. 

Entriamo nel merito. “Tutto sbagliato” è un concept album e il tema è il carcere. Come è andata? Nasce da una ispirazione che ti ha spinto a parlare del senso e dei concetti delle parole libertà e costrizione - fino a farti entrare in un carcere anche virtuale -  oppure hai incontrato la realtà del carcere e tutto è nato di conseguenza? O la verità è come sempre nel mezzo?
In realtà già al concerto di presentazione del primo disco proposi un inedito che ora è un edito di questo album: sto parlando de “Le tre scimmie”, che raccontava di un certo mondo un po’ omertoso, in maniera ironica; il secondo brano è stato “Gendarmerie” e in realtà inizialmente pensavo di intitolare proprio così il disco. Mi piaceva l’idea di questo spazio - abitato dai “burocrati” del crimine, chiamiamoli così: i passacarte, quelli che scrivono durante gli interrogatori - completamente invaso da gente di tutti i tipi: i napoletani che si inventano la cintura di sicurezza dipinta sulle magliette, i più pericolosi criminali, i rubagalline, i manipolatori…  uno spazio dove committente e destinatario sono all’antitesi eppure occupano uno spazio comune e piccolissimo. Mi piaceva mischiare odori, sapori, tensione, prospettive e alla fine davvero mi chiedevo chi, in gendarmerie, scappa davvero, se il passacarte dalla sua vita monotona, o l’avvenente ragazza che lui butta in cella. È questo in fondo il filo rosso del racconto, perché poi nell’album i personaggi diventano protagonisti: il portantino che distribuisce il cibo nelle celle, il boss che nella partitella gioca libero davanti al portiere perché nessuno osa toccarlo. E ancora i fratelli Anglin che scappano da Alcatraz nel 1962, organizzando la fuga durante le ore di canto, eccetera. E alla fine chi sei tu? Quello che resta o quello che scappa? Qual è il tuo spazio all’interno di questo mondo?

E chi lo sa? Alla fine nel carcere ci sei entrato e hai lavorato con i detenuti. Come è andata, come l’hai vissuta? 
Ho avuto la possibilità e l’occasione di ascoltare un concerto all’interno del carcere; era un gruppo di detenuti che suonavano già insieme una musica tra il rap e il rock acido; si chiamavano “Deeper Underground”. Li ho incontrati e abbiamo fatto due chiacchiere dopo il concerto; mi hanno invitato - tramite la loro associazione “Chi come noi” - a partecipare a dei loro incontri musicali. Loro avevano una sala musica, che purtroppo è stata smantellata dopo una serie di problemi intercorsi tra i detenuti; era discretamente organizzata: aveva un mixer, casse e una serie di strumenti; ogni giorno sei, sette detenuti vi si ritrovavano, facevano e scrivevano musica. In particolare c’erano Charlie Brown e Maradò; uno scriveva i testi e l’altro la musica e con loro due è nata l’empatia maggiore.  Ci scrivevamo due, tre mail al giorno, perché è possibile scrivere ai detenuti e loro ti rispondono con queste bellissime lettere a mano, scansionate. E ecco che è nata questa idea. Da alieno in quel mondo mi ci sono ritrovato coinvolto. Andavo, arrivavo, si faceva il caffè…

Mi sembra parlino anche nel libretto di moka, dell’odore di caffè … sembra un legame fortissimo con l’esterno…  con il mondo cosiddetto “buono”.
Più che buono, il mondo di fuori io lo definirei “libero”, perché non so quanto sia buono il mondo fuori e non so quanto sia brutto il mondo dentro; sappiamo che alcuni detenuti sono all’interno delle carceri perché hanno commesso dei reati e il sistema delle leggi dello Stato è un sistema condiviso dalla società civile; poi però quanto e come alcune di queste leggi siano fatte in modo civile… beh magari non sta al cantautore dirlo…

O forse sì, se il cantautore ha voluto che alcuni di loro suonassero nel disco e che addirittura scrivessero parte del libretto che lo accompagna.
Abbiamo addirittura scritto una canzone insieme: ho portato un brano all’interno e ho detto: “questo è il mio punto di vista, adesso mi dai il tuo? Mi fai capire che cosa vedi tu in quel signore che ti porta da mangiare?” ed è così nata “Solo cose più buone”; il portantino dà il rancio a Galileo, a Enzo Tortora, a Socrate. E cosa si vede dall’altra parte? Il punto di vista è quello di Mauro Maradò, che dice di sentirsi come un romantico eroe, ma non lo dice come uno spaccone, no. Lo dice nel senso del detenuto che espìa la sua colpa e che ha pagato. E non è mica banale. 

Certo che no. È il principio stesso della libertà, che esiste solo se ci si assume la responsabilità delle proprie azioni. Ma farlo in questo nostro mondo è un atto eroico.
Esatto. È proprio questo il senso.

Ora ti chiedo di parlare di “Tutto sbagliato”: è una canzone dove racconti la violenza su una donna, ma lo fai in prima persona. Ovvero parla un uomo, consapevole di essere un aguzzino - quasi se lo sente come diritto - ma consapevole anche di essere un miserabile. È però una canzone che può essere letta diversamente. La violenza può essere anche di altra natura. Come stanno davvero le cose?
Sì, l’aguzzino parla in prima persona: quello che decide di cambiare il corso degli eventi di fronte a un rifiuto. Lui è convinto di quello che sta facendo, non ha dubbi, non ci sono errori, sviste o scivolate: è consapevole; ma questa sua decisione lo porta a morire: lui parla da morto. Lei si ribella e vince. 
La violenza le ha dato tanta energia da riuscire a superarla. Lo ammazza e quindi sì, può essere anche inteso in senso simbolico. Può essere anche uno stupro emotivo, uno stalking. Il punto è che lei riesce a trovare la forza di uccidere questa violenza. Di credere di nuovo alla possibilià della vita e dell’amore. La vita non è finita malgrado la violenza: continua e dà mille altre possibilità. C’è speranza. 

E la tua di speranza?
(Ride) La mia speranza rispetto a questo progetto è che venga percepito il carcere come uno spazio di rieducazione e non come una pattumiera. Abbiamo delle regole: chi entra deve scontare la sua pena e pagare per gli anni stabiliti; quando esce però non dove diventare il pregiudicato con il simbolino rosso acceso per sempre. Deve essere un uomo come tutti gli altri. 



Emanuele Belloni – Tutto sbagliato (SquiLibri, 2018)
Sono molte le considerazioni che possono essere fatte su questo secondo lavoro del cantautore Emanuele Belloni. La principale probabilmente richiede una spiegazione di partenza, per evitare equivoci interpretativi. Non si può non cominciare quindi dall’annosa domanda: “Che cos’è la Canzone d’Autore?” Questione che a volte appassiona gli addetti ai lavori, recentemente anche sui social; c’è però anche chi fa spallucce e ne contesta addirittura l’esistenza, chi ne fa invece una questione storica e la lega a una certa era della musica italiana; c’è chi pensa infine che la Canzone d’Autore esista eccome, ma ne dà diverse interpretazioni. A inventarsi il nome – che nulla ha a che vedere con la parola “cantautore” – è stato un giornalista dell’Arena di Verona, Enrico de Angelis, che ha avuto fino a pochi anni fa parte attiva – se non decisiva - nella vita della Rassegna della Canzone d’Autore che si tiene ogni anno a Sanremo nel nome di Luigi Tenco. Se ancora oggi glielo chiedi, de Angelis ti risponde che la Canzone d’Autore è quella che nasce dall’esigenza personale di esprimere se stessi e la propria visione del mondo, a prescindere da ogni altra considerazione. La Canzone d’Autore quindi non come prodotto artigiano o industriale - che corrisponde a una esigenza altrui e si vende -ma come opera d’arte, che prende la forma canzone. Chi scrive condivide questo approccio e non quello di chi invece lega il nome anche a un certo tipo di sound, a un certo tipo di strumentazione. A chi – per farla breve – è legato all’immagine anni 70 del cantautore impegnato con la chitarra e lo sgabello. Chi scrive invece immagina possibile ogni genere musicale abbinato alla canzone d’autore; eppure - anche volendo restar fedele a questa immagine, a questa icona antica - Emanuele Belloni è l’eccellenza della Canzone d’Autore italiana nel 2019, perché rappresenta l’evoluzione originale e moderna di quella tradizione. Sia chiaro: niente di vecchio e già sentito, no: Belloni cammina su quella strada ma non guarda indietro. Non fa mai l’errore di girarsi come Orfeo per guardare Euridice, così il mito finalmente si infrange e la Canzone è salva! Naturalmente qui scherziamo per scelta e amor di battuta, ma il senso resta. “Tutto sbagliato” suona in modo elegante, non annoia mai, non stanca, arriva deciso. Ed è chiaro che dietro c’è molto lavoro. Innanzitutto il lavoro di Emanuele Belloni, che ha sognato, scritto e suonato canzoni, in questi anni, con passione, ricerca e interesse. Lasciandosi andare e lasciandosi consigliare, assestando melodie e ritmi. E molto lavoro c’è stato nell’affinare la capacità interpretativa, fatto quantomai raro purtroppo. Qui Belloni mette personalità, spirito e idee: fa le “voci”, si cala nei personaggi, si fa attore, gioca, in tutti i sensi che possono essere dati a questa parola. Il merito è anche della collaborazione con una professionista del calibro di Raffaella Misiti – qui in veste di vocal coach – che ha aiutato l’artista a mettere l’anima e l’espressione in queste canzoni. Era davvero necessario, perché queste canzoni sono tutte storie. Sono racconti fatti in prima persona di uomini diversi, di donne, di detenuti, di uomini malati, di uomini morti. Uomini che il cantautore non rinnega in nessun modo, anche nelle peggiori nefandezze. Di ognuno di loro, anzi, cerca di interrogare l’anima per ritrovare pezzi di sé. Ci voleva per forza l’aiuto di una professionista che desse il vestito di un’opera di Brecht a questo lavoro. E quindi ci voleva la persona che ha portato lei dentro al progetto, insieme con tanti grandi musicisti, come Gabriele Mirabassi, col suo clarinetto, o Custodio Castelo, con la sua chitarra portoghese. Non basta: nel disco c’è – scusate se è poco - Stefano Saletti al cavaquiño e ancora Gigi Biolcati, Maurizio Geri e i mille mondi sonori che ruotano intorno a Riccardo Tesi. Sì. In questo disco c’è l’organetto di Riccardo Tesi ma soprattutto la sua mano: la sua produzione artistica. E si sente. Si sente proprio perché non affoga, non affonda, non copre, non diminuisce e non accresce. Tesi – da grande compositore – conosce a fondo la musica e sa sempre dare la pennellata giusta alle sue creazioni produttive. In questo caso ha dato luce alla musica di Belloni, curando ogni dettaglio. Si sente eccome: Cenerentola è bella sempre, anche vicino al camino, ma il “bibidi bobidi bu” della Fata Tesi l’ha resa la più ammirata della festa. L’ha resa anche libera: non è né scontato né casuale in un album che affronta il tema del carcere, della prigione, della pena che una volta scontata dovrebbe reintegrare, dell’assunzione di responsabiltà di chi, libero, arreca male e poi lo sconta. Ma chi è libero davvero? Chi affronta la detenzione? Abbandonati i toni tragici del romanzo russo, è però proprio la redenzione dostoevskiana al centro dell’album, che ci piace proprio perché dà vita a questo microcosmo di figure controverse, sofferenti, riscattate, piene di speranze. Innanzitutto la speranza universale del poeta Nâzım Hikmet, con la sua immensa poesia “Il più bello dei mari”, che Belloni incornicia in uno dei brani più importanti e intensi del disco (e come delicato arriva Mirabassi a tradimento…). E questo è l’unico testo non scritto da Belloni, che per il resto invece conferma, dopo il primo disco d’esordio “E sei arrivata tu”, la particolare e matura capacità di scrittura. E se in quello, il “vestito sonoro” dal profumo di Brasile era troppo ingessato e meno spontaneo, qui invece il vestito cucito con Tesi esalta ancora di più questa dote naturale. A questo proposito ci appare spontanea la commozione di “Davanti a me” e la bella voce portoghese di Cristina Renzetti. Particolarmente felice ed evocativa è poi la trafficata “Gendarmerie” del carcere, feroce e sciocco l’aguzzino di “Tutto sbagliato”, arrogante quanto basta il boss de “la partitella”, inquietante, ambiguo e irrisolto il protagonista di “10 e 25”; ironico, beffardo e clownesco l’omertoso delle “Tre scimmie” (ma qui aiuta soprattutto l’interpretazione vocale). E da ultimo bisogna ricordare il carcere reale, questa Rebibbia in musica, incontrata attraverso l’associazione “Chi come noi” e i tre detenuti musicisti Charlie Brown, Maradò e Mauro Micucci, che con Belloni hanno scritto, cantato e suonato “Solo cose più buone”, storie raccontate attraverso il rancio del giorno - ogni giorno, due volte al giorno, per tutti i giorni - dal portantino alle sbarre. Cosa altro chiedere a un concept album sulla prigione, sul diritto di ogni uomo di restare tale, e sulla libertà … questa sconosciuta? Come sempre elegante il libretto dell’Editore Squilibri, che contiene scritti di Belloni e dei due artisti detenuti Mauro Armuzzi e Carlo Bna e le traduzioni in tedesco di Andrea Briel.


Elisabetta Malantrucco

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