Ilaria Beltramme e Stefania Placidi: Breve Storia del Popolo Romano

In una realtà musicale in cui spesso la canzone romana viene declinata in maniera caricaturale, quasi fosse uno strumento atto a rallegrare soltanto serate da osteria, troviamo anche chi della cultura musicale della città ne ha fatto un veicolo di studio e approfondimento culturale. A tal proposito, il “Teatro del Lido” di Ostia ha ospitato una “conferenza-concerto” che traccia una mappa concettuale, mettendo in risalto i punti di contatto tra quotidianità ed espressione musicale. Questo progetto, ideato e condotto da Ilaria Beltramme e Stefania Placidi, è soprattutto un’occasione per avvicinarsi con approccio storico ad una realtà che in molti presumono di conoscere ma che in verità in pochi “maneggiano” con cognizione di causa. Ilaria Beltramme è ben nota per le sue pubblicazioni per la Newton Compton dalle quali emerge un’appartenenza viscerale alla sua città di origine nonché una grande passione per tutto ciò che di storico-artistico Roma continua a regalare da secoli. Stefania Placidi è, invece, una chitarrista, cantante e compositrice romana che al lavoro di ricerca sulla cultura popolare ha sempre dedicato un ampio spazio nella sua attività concertistica, in Italia come all’estero. Le due si incontrano in prossimità dell’uscita di un saggio della Beltramme che per la sua presentazione al pubblico necessitava di un moderatore che potesse intervistarla avendo un background similare e così, riconosciutesi per affinità e vicinanza di intenti, hanno pensato a questa conferenza che ha avuto un riscontro molto caloroso da parte del pubblico presente. 
Il taglio di questo spettacolo è quello di un racconto “a quattro mani” nel quale vengono presi in considerazione vicende e aneddoti dal medioevo ad oggi, intervallati dai canti di tradizione che, sotto la supervisione della Placidi, trovano una precisa collocazione spazio-temporale. Fonte principale alla quale si fa riferimento è l “Enciclopedia della canzone romana” di Sergio Centi, grande studioso e interprete, che sul finire degli anni ’60 (in epoca di pieno folk revival) regala agli addetti ai lavori qualcosa di preziosissimo. Il concetto di romanità, di cui si è parlato, non solo è molto complesso ma necessita anche di uno sguardo molto ampio, motivo per cui queste due appassionate ricercatrici hanno scelto di raccontarci un arco di tempo che va dal medioevo fino ai moti del 1848, per questa ragione il loro “format” si intitola “Breve storia del popolo romano”. Lo spettatore viene coinvolto in un contesto popolare che ha tradotto alla sua maniera i grandi fatti della storia locale dando la possibilità di acquisire delle coordinate precise, volte ad incuriosire un pubblico variegato. Una particolare attenzione è dedicata ai rioni che hanno ospitato gli avvenimenti più significativi in una commistione tra sacro e profano che solo la città di Roma conserva nella sua identità. Particolarmente suggestivo il racconto delle tradizioni della zona di San Giovanni che anticamente era considerata fuori dal centro seppur luogo di massimo riferimento per alcune feste tradizionali strettamente collegate a leggende arcaiche. 
Stefania Placidi che, nella narrazione incarna la voce del popolo, racconta dei festeggiamenti per la notte di San Giovanni sopravvissuti fino agli anni ’70 che vedevano una grande partecipazione perché, ci spiega, era naturale per un romano essere protagonista di un momento così speciale. San Giovanni, il santo, è colui che fa riaffiorare nell’immaginario collettivo le energie mistiche e divinatorie. La notte a lui dedicata è quella dell'impossibile, dei prodigi e delle “streghe”; porta con sé tantissime tradizioni e riti magici che ancora oggi si intrecciano alimentando e rendendo più affascinante la cultura popolare. Tra magia, fede e superstizione si assisteva ai caratteristici rituali per propiziarsi le forze benefiche della natura; per scacciare le negatività, migliorare la bellezza e accogliere nuovi amori ma anche “salutare” l’arrivo dell’estate risvegliando finalmente le energie cosmiche. Questa cornice comprendeva la consuetudine di cantare composizioni risalenti almeno al Cinquecento romano che nel tempo ha perso l’impronta colta delle corti papali per assumere un linguaggio di strada. Interessante è stato anche il ricordo della rivalità esistente tra trasteverini e monticiani che peraltro sottolineava la differenza tra chi era prossimo al fiume e chi no e da qui canti di sfottò con uno stile altamente identificativo. La musica ha perciò trattenuto e raccontato i sentimenti, i fatti di cronaca e quindi fondamentalmente risulta essere una fonte molto “autorevole” perché custode di quotidianità e più veritiera di una storia che spesso è stata scritta a tavolino, calmierata e censurata rispetto agli equilibri politici vigenti. 
Quello che più viene evidenziato e ripetuto dalla Beltramme come dalla Placidi è che Roma è sempre stata una città vivace e accogliente poiché ha inglobato e ospitato; un luogo che ha visto con Papa Bonifacio VIII la creazione del primo Giubileo che ha stimolato l’arte e ha permesso, anche se per brevi periodi, una forte interazione con i pellegrini. E’ stata una città con un temperamento che portava a far festa come nel caso delle “ottobrate romane” risalenti già al 1300 di cui ci racconta Gigi Zanazzo, compositore e interprete che ha trascritto alla fine dell’Ottocento moltissimi canti. Le occasioni nelle quali il canto era contemplato erano innumerevoli come numerosissime erano le feste tradizionali ( il carnevale romano, la corrida e le feste liturgiche ) dove spesso venivano riproposti canti pastorali, canti di lavoro di vario genere fino ad arrivare ai canti di matrice militare legati maggiormente ai moti rivoluzionari dell’Ottocento. Molte informazioni sono giunte da un altro importante riferimento quale il lavoro di Giuseppe Micheli che in “Storia della Canzone Romana” ha voluto lasciare una testimonianza del suo lungo lavoro di ricerca. Questo lavoro di divulgazione e rivalutazione delle fonti più accreditate è una spinta a sollecitare anche le istituzioni a cercare di conservare un patrimonio ricco e stratificato fatto di stornelli, romanelle, serenate pregne di poesia e cronaca… una cronaca che raccontava in maniera stratificata non soltanto quello che accadeva nell’Urbe ma anche tutto ciò che al suo nucleo era legato da lavoratori itineranti, artisti di passaggio e maestranze che nello scambio suggellano le consuetudini di una vita romana di cui ancora sentiamo fortunatamente l’eco.

Viviana Berardi
Foto 1. di Viviana Berardi

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